Fisio ovvero La poesia è un fiore

Un giorno dio si sveglia e tocca col suo dito un mortale. Non chiedetemi perché lo faccia. Probabilmente per dio è una cosa altamente divertente. Oppure semplicemente si stira appena sveglio e inavvertitamente la sua mano sbuca dall’empireo e trafigge un passante a caso. Da quel momento però il fortunato individuo è fottuto, perché il dito di dio fa un male del diavolo e quando t’entra dentro la materia celebrale questa non ne può risultare intatta e funzionante come prima.
I “toccati da Dio”, da quel moment0, perdono il mondo e guadagnano il cielo. O per lo meno un cielo tutto loro. Quando ne parlano credono di riferirsi al reale, a ciò che noi abbiamo costantemente sotto gli occhi. Ma quel reale (in realtà) esiste solo per loro. Inutile dire che anche noi, sedicenti “normali”, soffriamo della stessa pietosa illusione.
Nel cercare di recuperare lo iato fra quello che sentono e quello che li circonda, questi discutibili prescelti non hanno dunque altra alternativa che rifugiarsi nell’unico linguaggio umano capace di comunicare con gli altri: la poesia. (siete pregati di non ridere).
Fisio aveva appreso sulla propria pelle la verità di questa elementare legge teologica e tirava avanti a birra e poesia.
La dimostrazione del dito di dio era, agli occhi di tutti, il fatto che nessuno lo aveva visto mai leggere, neppure il giornale dello sport o era a conoscenza del fatto che avesse potuto frequentare un normale ciclo scolastico. Eppure era risaputo che Fisio scriveva poesie.
Rasentava poi l’incredibile sentir raccontare da qualcuno che, un tempo non molto lontano, era stato una persona normale, un impiegato del catasto addirittura, con tanto di famiglia a carico.
Certo era quantomeno misterioso come facesse a procurarsi da vivere. Perché non era pensabile che potesse sfamarsi con la rendita della sua bancarella poetica.
Appena giorno infatti trascinava una specie di affare di lamiera metallica, provvista di maniglia di tela e discendeva verso i portici della Rinascente nel lungomare. Qui la misteriosa valigetta si dimostrava un mini-set da picnic. Un tavolino con delle esili gambe retrattili, una seggetta, sempre in tubolari di alluminio con tela cerata come seduta e schienale e infine  il suo necessaire poetico.
La “bancarella” si riempiva poi in maniera accurata e pignola di quadernetti, gelosamente custoditi e che rappresentavano l’opera omnia di Fisio. Opera che, a beneficio dei mortali passanti, egli era signorilmente disposto a scambiare in cambio di vile pecunia.
Non era però sostenitore dell’avanguardia e dello spregio verso i lettori e a dimostrazione della sua apertura verso il suo pubblico e le sue esigenze aveva anche ideato un cartello: costituito dal coperchio di una scatola da scarpe in cui troneggiava la scritta:
“La poesia è un fiore. – servitevi da soli”.
Seduto, le spalle rivolte alla marina, sistemava pignolamente la sua casa editrice artigianale e, una volta seduto, apriva un quadernetto e si immergeva nella creazione poetica incurante della folla che gli scorreva davanti.
Qualcuno passava e lasciava qualche spicciolo sul coperchio, allora Fisio riemergeva dalla sua apnea lirica e sollevatosi il cappello a mo’ di saluto, si informava sui gusti letterari dell’avventore-mecenate e lo pregava di dare un’occhiata alla merce. “Servitevi da soli” c’era appeso al pilastro dietro di lui e questa era la sua filosofia di vendita.
La poesia, si sa, è per poche anime elette, le altre sono appena in grado di lasciare una offerta per sgravare la propria anima ilica dalla maledizione della sterilità, dalla incomprensione della bellezza.
Insomma, gli spiccioli non erano per lui per nulla offensivi in quanto li riteneva l’obolo dovuto da chi aveva in sorte di abitare dall’altra parte del mondo, quello sterile e (diciamocelo pure) dannato.
I quadernetti erano del tipo ad anelli. I fogli erano avviluppati ciascuno all’interno di una bustina trasparente e avevano alla fine un bollino di carta adesiva contenente il prezzo della poesia. Si andava dalle poesie economiche a pochi centesimi fino a quelle complesse e “in limba” che potevano arrivare anche a costare 2 euro l’una.
I quaderni portavano poi, ad uso dei lettori meno competenti e assidui, la grezza materia poetica di accomunazione: tipo “poesie di amore”, “poesie di guerra”, “poesie di odio”, “poesie di qualunque”, “varie”.
Una volta scelto il brano poetico voluto, Fisio lo estraeva dalla custodia e lo consegnava professionalmente all’acquirente, tirava fuori un taccuino dalla tasca della giacchetta in cui riportava il titolo dell’ ”articolo” appena venduto, in modo che fosse sostituito l’indomani con una copia manuale dell’originale a ripristinare il canzoniere.
Non arrivo a sostenere che Fisio fosse diventato una istituzione cagliaritana come il tizio dei topi che camminano sopra il gatto (qui rasentiamo i vertici del genio). Ma era considerato una parte del paesaggio, come un monumento di nessun valore artistico ma che, svanito per incanto un giorno, avrebbe trasformato il quartiere che lo conteneva in un anonimo e miserabile quartiere qualunque.
Così Rosy, la cameriera del Bar dei portici, gli portava ogni mattina il cappuccino con una pasta e Fisio quasi sempre la ricompensava con una delle poesie del quadernetto “poesie d’amore”. Lui sapeva di non avere nessuna chance di conquista del cuore rosyco, in quanto tutte le sere vedeva Tore, il di lei fidanzato motomunito, che veniva a prenderla al termine della giornata di lavoro. Rosy comunque non mancava mai di salutare Fisio con un sorriso prima di sollevare la slanciata gamba pantacollata,  inforcare il centauro motorizzato e sparire, in una nuvola di gas di scappamento, come una visione fatata.
Per quanto toccato dal dito di dio Fisio era in grado di capire queste cose e accettava dunque il cappuccino come una testimonianza di una affezionata ammiratrice.

 

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One thought on “Fisio ovvero La poesia è un fiore

  1. Molto molto bello e piacevole!
    Sicuro una visione del poeta più accattivante di quanto non abbia espresso io con la mia poesia prima! Non so perchè, ma ultimamente mi vedo nel fare poesie sempre i difetti, l’approccio, il risultato. E quindi mi autocritico, allora, proprio con una poesia, per l’ennesimo paradosso, forse l’unica poesia veramente schietta che mi scrivo.
    Vorrei potermi vedere invece come Fisio, quello sì, sarei più positivo.

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