Perché ci ignoriamo?

Una donna si lamenta delle sue colleghe: “Non ne sanno niente, loro, di che cosa significa avere figlio e marito lontani… le ferie non le uso mica per andare al mare, io! Lo potrò vedere almeno una volta all’anno mio figlio? Sembra di chiedere la Luna! Non hanno proprio idea di quello che vuol dire…”

Una famiglia di etnia sinti riesce a uscire dal campo nomadi dove stava, grazie a un prestito acquista un appartamento. I vicini si lamentano, non vogliono che venga ad abitare accanto a loro. La famiglia continua a pagare le rate del prestito, le paga tutte, poi il terremoto, crolla la palazzina. Il padre, ormai anziano, si sente male, è ricoverato d’urgenza. Un signore sul tram borbotta: “I Rom non vogliono integrarsi”.

Otto educatrici si licenziano dalle cooperative in cui lavoravano, ne fondano una nuova, inaugurano la sede, organizzano laboratori per bambini e adolescenti. Adesso però non sanno se qualcuno parteciperà ai loro campi estivi: nel Comune in cui vivono i bambini dormono in tenda con i genitori.
A qualche chilometro di distanza, invece, si parla di vacanze. Pochi Stati del mondo (tra quelli non in guerra, ovviamente) mancano all’appello, quindi la scelta è presto fatta: si visiterà quel poco che ancora non si è visitato. Facendo attenzione a passare solo per i circuiti turistici.

***

Non potremo mai sapere esattamente “l’effetto che fa” trovarsi in prima persona in una situazione in cui non ci troviamo. Però perché ci interessiamo così poco ai vissuti altrui? Cosa ci spinge a ignorarci a vicenda?
Ipotesi: la felicità altrui può provocare invidia (e noi non vogliamo provare invidia); la sofferenza, invece, può provocare un sentimento sordo d’impotenza, o di colpa oppure di paura (e noi non vogliamo rovinarci il godimento della nostra più fortunata condizione con questo tipo di sentimenti). Più in generale, il tentativo di comprendere i vissuti degli altri potrebbe trasformarci (e noi vogliamo restare tali quali siamo).

Arianna

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

3 thoughts on “Perché ci ignoriamo?

  1. Aggiungo che, forse, il problema di fondo consiste nel fatto di percepirci come “separati” (tema trattato spesso in questo blog). Ci interessiamo agli altri nelle modalità del “pettegolezzo”, magari, ma cercare di comprendere un’altra visione del mondo è un’altra cosa. E mi sembra che questo secondo sforzo sia assai più raro.

    • Ciao Arianna
      Porti due esempi di situazioni difficili; quello dei sinti addirittura drammatico; Mentre quello della cooperativa Giravolta, molto seria ma non così dolorosa.
      Dopo aver letto il tuo post mi concentro sulla tua domanda chiedendomi a mia volta se questa sia poi così veritiera, perché ho dei seri dubbi su questo assunto.
      Ma ammesso e concesso che li ignori, perché?
      Per tre motivi.
      Il primo è la lontananza e il secondo è la non conoscenza degli attori, il terzo è per l’infinita molteplicità dei fatti tragici che avvengono ad ogni momento.
      Ci sarebbe anche un quarto motivo e questo quarto motivo risponde, a livello generale, alla tua domanda. Il motivo è che io, almeno teoricamente, potrei non aver ancora raggiunto una sensibilità tale da dovermi preoccupare per gli altri e in più io stesso sono infelice, preoccupato, depresso, ecc, ecc.
      Cioè, dove sta scritto che l’umanità, nel suo insieme ( e nello specifico io ) dovrebbe aver già raggiunto un comportamento così avanzato?
      Da dove deriva la concezione che non dovremmo “ignorarci”?
      Perché questo “presupposto” dovrebbe essere realizzato come se fosse un assioma dato, innato?
      La lontananza è un ostacolo di non poco conto all’aiutare gli altri.
      Nel caso che tu citi, quello dei sinti, anche il pregiudizio fa la sua bella parte.
      La “non conoscenza” di chi soffre non ti fa empatizzare, lavora contro.
      Un conto è sapere che c’è un terremoto a Carpi che tocca gente a te sconosciuta e un altro è vedere il proprio cagnolino che è caduto in una buca e guaisce di dolore.
      Troppi fatti dolorosi ottundono o indeboliscono la nostra capacità ( ma è una difesa ) di portare aiuto.
      Ma io sono piuttosto convinto del contrario che cioè, in fondo in fondo, noi non ci ignoriamo. Ognuno di noi nella sua vita, addirittura lungo la sua giornata porta dell’aiuto ad altri. Ovviamente per come ne è capace.

      Annibale

      • E’ vero: non è detto che ci ignoriamo e concordo che si possa ignorare per non conoscenza (cioè, ignoranza!), molteplicità e mancanza di sensibilità. E naturalmente non sta scritto da nessuna parte che non ci si dovrebbe ignorare.
        Io però mi dispiaccio (e mi spavento anche un po’) per la distanza, a volte immensa, tra i vissuti delle persone. Com’è possibile che esseri appartenenti alla stessa specie e abitanti lo stesso pianeta, o addirittura la stessa città, lo stesso quartiere, lo stesso ufficio ecc. vivano così lontani? Non saremmo più felici se provassimo a pensarci (un po’ più) legati, anziché separati?
        Ecco, era questa la mia inquietudine 🙂

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