A piè pari

Nel posto dove lavoro, è vietato – o per lo meno fortemente disapprovato e additato – presentarsi con pantaloni corti, tanto meno con scarpe che non siano rigorosamente chiuse. Questo perché siamo a contatto con il pubblico – per quanto ci possa essere del pubblico in uno studio di registrazione e doppiaggio (i soliti attori che conosci ormai da mesi, con i loro soliti pinocchietti da metà giugno, e qualche volta un cliente in visita).

In giornate di temperature estive urbane, quindi, il massimo della libertà è un pantalone di lino svolazzante con una scarpa di tela. Premettendo che non è un problema in sé, mi sorge un dubbio quando allungo l’occhio aldilà dello schermo e vedo la collega in gonna e sandalo. Lungi da me prenderla a rappresentante dell’intero genere femminile, ma non vi viene da chiedervi: perché io non posso mostrare i miei piedi, le mie gambe, e lei sì? Di cosa si tratta, se non di una forma di discriminazione?
Allora c’è del culturale qui, ma soprattutto dell’interiorizzato: la nudità femminile legittimata, il corpo maschile negato. Ossia, rifatevi gli occhi con le belle gambe e i piedi sinuosi, maschietti eterosessuali, mentre voi tenete a bada i vostri corpi in confortanti vestiti da status egemonico.
Sia chiaro che non auspico una rivoluzione dei costumi (no?), però penso a quale sia l’origine di questo veto sul corpo maschile… Gli studi di genere, quelli femministi in particolare, hanno sempre parlato o di mercificazione del corpo della donna o di una sua mutilazione culturale, mettendo anche in dubbio – decostruendo, destrutturando – costumi che erano plasmati dalle relazioni di potere (v. il reggiseno bruciato); denunciando la svendita dei metri di pelle nei media; parlando di corpo come oggetto e non come soggetto; rivendicando la libertà di riappropriarsi della propria fisicità contro il dominio maschile sull’utilizzo del corpo femminile…
Voglio dire/chiedere: il sandalo e la gamba scoperta in ufficio sono conquiste del femminismo? La negazione del corpo maschile nell’ambiente lavorativo medio è una vittoria del femminismo? Una sconfitta del maschilismo?
Si tratta solo di senso estetico, qualunque cosa si intenda? Stiamo dicendo che eh però le gambe delle donne sono belle, quelle degli uomini…

Sarà solo che a me piace il maschio?

Pensiamoci. Fino alla prossima puntata. Intanto consideriamo l’idea che la parità del diritto e delle opportunità forse passa anche dalla parità dei piedi? Siamo in grado di partire, davvero, dal basso? Di pensare a piè pari?

Gianmarco

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One thought on “A piè pari

  1. Caro Giammy,

    anzitutto una nota affetuosa: bentornato! Ci sei mancato 🙂
    Poi, rispetto alle tue osservazioni, premettendo che concordo in pieno con la critica che muovi, non credo però che la licenza di mostrare gambe e piedi femminili sia da considerare una vittoria del femminismo. Lo sarebbe, se fosse possibile mostrare gambe non depilate, e quindi differenti rispetto al modello estetico dominante che vuole le donne “bambine”, prive di peluria (va sempre più di moda la depilazione integrale, oltretutto… non c’è limite alla sofferenza!). A suffragare la mia tesi, mi permetto di citare un commento della preside del liceo che ho frequentato (persona di rara antipatia), la quale proibiva ai ragazzi di indossare pantaloncini corti a scuola perché “le facevano schifo i peli”. Sono dunque questi ultimi, a mio avviso, il nocciolo della questione.

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