L’introversion di Victor

pour Vivien

Tout le monde aimait Victor, tout le monde sauf lui-même. Il était un introverti. Sa vie intérieure brûlait sans cesse, mais il se trouvait tiède dans son rapport au monde. Ses déterminations étaient des velléités ; ses projets des suggestions qu’il était libre de décliner – et il les déclinait souvent. Cette introversion qui le détachait du monde Victor l’attribuait à sa calvitie de naissance : jamais des cheveux n’avaient poussé sur sa tête. Il croyait toute son existence conditionnée par ce fait, à ses yeux un désavantage majeur dans la vie sociale et par là dans la formation de sa personnalité. Sa théorie était que sa chevelure inexistante l’avait handicapé dans son rapport aux autres, et que cela l’avait naturellement amené à se protéger d’un monde hostile.
Las de tant d’engagements tièdes et de désengagements rapides, Victor consulta un jour une sorcière spécialiste des calvities, des alopécies et des pelades. Il était persuadé que le charme d’une chevelure en bonne et due forme changerait radicalement son rapport au monde. Avec l’acceptation des autres, son introversion de dissoudrait dans une extraversion normale, dans un quotidien enfin au contact des choses, émancipé de cette indécision permanente. La sorcière lui prépara un breuvage aux herbes rustiques que Victor avala sans poser de question.
En dépit des promesses emphatiques de la sorcière, dans les jours qui suivirent aucun cheveu ne poussa sur la tête de Victor. Mais il n’eut pas le temps de se décevoir. Aussitôt une euphorie débordante s’empara de lui : Victor se sentait jeté par une impulsion irrésistible vers le monde et ses mondanités. Comme le jugement qu’il portait sur sa calvitie s’était soudain inversé, il embrassa le bouddhisme et fit de sa prêche la première de ses missions. Son enthousiasme passionné était tel que personne ne lui résistait ; des minutes lui suffisaient pour convertir le passant le plus indifférent en fervent disciple de Buddha. En quelques mois il devint redoutable pour les autres religieux de son quartier, ensuite de sa ville, enfin pour les grandes Eglises au niveau national. Un an s’était écoulé. Son succès était tel qu’il fonda une religion nouvelle qui drainait sans merci les fidèles des autres communautés. Il faisait la une des journaux, on parlait de lui à la télé, il était le sujet des papotages de café.
Un an plus tard, poussé par cet élan irrépressible qui l’incrustait au monde, Victor se porta candidat pour l’élection présidentielle. La population désenchantée de la politique politicienne succomba aux propositions novatrices de cet orateur hypnotique qui ne connaissait pas la langue de bois. L’audace de Victor allait toujours plus loin, elle méritait toujours l’acclamation de l’auditoire. Toujours la une, toujours à la télé, toujours aux cafés. Il n’y eut même pas besoin d’aller voter deux fois : Victor emporta les élections au premier tour.
Le jour avant la passation des pouvoirs, à cause de douleurs de tête insupportables, Victor est hospitalisé. Le pays s’arrête. L’incertitude s’empare des esprits, le suspens s’installe partout. La rumeur circule que Victor souffre d’une tumeur au cerveau. Le peuple veut connaître la vérité. L’entourage de Victor presse la réalisation d’une étude. Un médecin donne enfin le diagnostic :
Monsieur Victor fait l’objet au moins depuis deux ans d’une étrange maladie cérébrale dont nous ne disposons pas d’antécédent connu. Son effet au cours de cette période a été de désactiver une à une toutes les fonctions intellectuelles du patient, jusqu’à se manifester dans la forte inflammation qui a forcé son hospitalisation récente. La cause de cette dégénération neurologique progressive s’avère être l’infiltration dans l’organe cérébral d’une masse informe constituée d’un tissu non cancéreux, dont le type reste pour le moment indiscernable. Mais, si vous me permettez la figure de style, les radiographies mettent en évidence un gabarit qui ressemble beaucoup à une chevelure décoiffée.

***

per Vivien

Vittorio piaceva a tutti, a tutti tranne che a se stesso. Era un introverso. La sua vita interiore brulicava incessantemente, ma si scopriva tiepido nel rapporto col mondo. Le sue determinazioni erano velleità; i suoi progetti suggestioni che era libero di lasciar cadere – e li lasciava cadere spesso. Vittorio attribuiva questa introversione che lo distaccava dal mondo al fatto d’essere calvo dalla nascita: nessun capello era mai cresciuto sulla sua testa. Era convinto che la propria esistenza fosse condizionata da questo fatto, che rappresentava ai suoi occhi un grosso handicap nella vita sociale e, di conseguenza, nella formazione della sua personalità. La sua teoria era che la capigliatura inesistente l’avesse svantaggiato nei rapporti con gli altri, e ciò l’aveva naturalmente indotto a proteggersi da un mondo ostile.
Stanco dei tanti impegni tiepidi e dei disimpegni rapidi, un giorno Victor consultò una strega specializzata in calvizie, alopecie e pelate. Era persuaso che il fascino d’una capigliatura come si deve avrebbe cambiato radicalmente il suo rapporto col mondo. Ottenuta l’accettazione altrui, la sua introversione si sarebbe dissolta in una normale estroversione, in una quotidianità finalmente in contatto con le cose, emancipata da questa indecisione permanente. La strega gli preparò una bevanda alle erbe che Victor ingoiò senza fare domande.
A dispetto delle enfatiche promesse della strega, nei giorni seguenti nessun capello crebbe sulla testa di Victor. Ma egli non ebbe il tempo di sentirsi deluso. Immediatamente, un’euforia incontenibile s’impossessò di lui: Victor si sentiva dominato da un impulso irresistibile verso il mondo e le sue mondanità. Poiché la valutazione della sua calvizie si era d’improvviso invertita, abbracciò il buddismo e fece della preghiera la prima delle sue missioni. Il suo entusiasmo appassionato era tale che nessuno gli resisteva; qualche minuto gli era sufficiente per convertire il passante più indifferente in un fervente discepolo di Budda. Nell’arco di qualche mese, divenne una presenza temibile per gli altri religiosi del quartiere, poi della città, infine per le grandi Chiese a livello nazionale. Era trascorso un anno. Il suo successo era tale che fondò una nuova religione che assorbiva senza pietà i fedeli delle altre comunità. Compariva sulle prime pagine dei giornali, si parlava di lui alla televisione, era l’argomento preferito dei pettegolezzi dei bar.
Un anno dopo, spinto da questo slancio irresistible che lo incrostava al mondo, Victor si candidò alle elezioni presidenziali. La popolazione disincantata della politica politicante soccombette alle proposte innovatrici di questo oratore ipnotizzante che non conosceva il politichese. L’audacia di Victor si spingeva sempre più lontano, meritava sempre l’acclamazione dell’uditorio. Sempre in prima pagina, sempre in televisione, sempre nei bar. Non ci fu neppure bisogno di andare a votare due volte: Victor vinse le elezioni al primo turno.
Il giorno precedente il passaggio dei poteri, Victor viene ricoverato. Il Paese si ferma. L’incertezza s’impadronisce delle menti, la suspence si diffonde dappertutto. Circola la voce che Victor soffra d’un tumore al cervello. Il popolo vuole conoscere la verità. L’entourage  di Victor fa pressioni affinché si indaghi. Un medico pronuncia infine la diagnosi:
Il signor Victor è affetto da almeno due anni da una strana malattia cerebrale rispetto alla quale non si conoscono antecedenti. Il suo effetto nell’arco di questo periodo è stato quello di disattivare una a una tutte le funzioni intellettuali del paziente, fino a manifestarsi nella forte infiammazione che ha condotto al suo ricovero recente. La causa di questa degenerazione neurologica progressiva va ricercata nell’infiltrazione nell’organo cerebrale d’un massa informe costituita da un tessuto non tumorale, la cui tipologia resta per il momento indiscernibile. Ma, se mi permette la figura retorica, le radiografie mettono in evidenza una conformazione che assomiglia molto a una capigliatura spettinata.

Martin

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Informazioni su arikita

Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

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