Il volto di Shiva

La città fortificata ha mura alte e poche porte da cui entrare, come i confini di stato e le dogane. Ha guardie alle porte che controllano il flusso di gente, chi entra e chi esce, guardie che decidono chi lasciar entrare e chi lasciar uscire, come le nostre leggi sull’immigrazione. La città fortificata ha mura perché deve difendersi da chi sta fuori, ossia deve difendersi da chi non vive in città, praticamente da tutti gli altri, come l’europa o gli altri stati ricchi che devono difendere la loro ricchezza da tutto il resto del mondo. La città fortificata detiene il potere, ha gente che ha possedimenti fuori dalle mura, ha gente che lavora i campi per lei e che le vende per pochi denari il cibo di cui nutrirsi, come le grandi aziende che hanno le loro produzioni all’estero, o come il mercato delle materie prime che è spesso a senso unico verso le grandi nazioni industrializzate. La grande città fortificata non detiene un solo tipo di potere, detiene tutto il potere: politico, economico, religioso, militare…Nella grande città il sistema sanitario funziona, al contrario del resto del mondo. Nella grande città il sistema scolastico è efficiente, non come nel resto del mondo. Nella grande città le strade sono asfaltate, ben gestite, curate, al contrario del resto del mondo. E’ sempre la grande città che decide chi fuori dalla città può costruire questo o quello, chi può avere questo o quello, chi può vedere questo o quello o chi può fare questo o quello. Praticamente è il dominio della città grande che si estende fuori dai confini della città, e lo fa in modo totalizzante. La città fortificata cerca di mantenere il suo potere sui territori circostanti che sono la fonte di benessere della città stessa. Quando i contadini che abitano fuori dalla città si uniscono e vorrebbero insorgere, o protestare, ci sono i militari della città, che come spie sventano ogni minaccia e uccidono spietatamente, nell’ombra, ogni piccola insurrezione contro il suo potere. La grande città è come un grande fratello e controlla tutto, con la sua tecnologia. La grande città ha cittadini al suo interno che trascorrono le loro vite ignari della condizione di molti altri che vivono fuori dalle mura. All’interno della città fortificata tanta gente nasce, cresce, va a scuola, trova un lavoro, si sposa, vive gioie e tristezze senza mai mettere piede fuori dalle mura stesse della città. E questo è un bene. I pochi che mettono piede fuori dalle mura, anche se capiscono la disparità, la differenza, l’ingiustizia, sono troppo pochi e comunque non così ostinatamente stupidi da insorgere e opporsi al governo della grande città, non sono così motivati da smantellare la città da dentro, e comunque si dubita che ne sarebbero davvero capaci. La città fortificata è un piccolo nido, e tutto il resto del mondo vive fuori dalle mura, tenuto a bada, controllato e sfruttato. La città fortificata non permette a chiunque di entrare, e controlla bene l’ingresso degli estranei. Fa in modo che se vogliono entrare siano essi ricchi, oppure che se ne vadano in fretta. La grande città è invincibile ma io spero, nel profondo del mio cuore, di poter un giorno trovare un modo per distruggerla. Io odio la grande città. Onestamente vorrei vedere il collasso della grande città, vorrei vederla implodere, vorrei vedere i confini degli stati sgretolarsi, vorrei vedere il resto del mondo dire la sua liberamente, vorrei vedere eguaglianza tra tutti, senza mura, senza eserciti. Vorrei vivere sapendo che il mio benessere non causa, nemmeno indirettamente, la morte di nessun bambino. Così, su due piedi, mi verrebbe da pensare che per fare questo sarei disposto a sacrificare molte vite. Sarei disposto a vedere distruzione e caos. Vedere i grattacieli delle banche in macerie, la mia casa trasformarsi in mura di terra e tetto di paglia. Sarei disposto a sopportare, per un nuovo ordine mondiale più giusto e etico, dolore e sofferenza. Cos’è il dolore di un’esistenza se comparato alla gioia di migliaia di altre esistenze? Posso rinunciare alla mia esistenza per altre esistenze? Ogni giorno una parte di me desidera, di nascosto, che questa grande città possa andare in rovina, essere distrutta, smembrata, e ricostruita, senza mura, con leggi diverse, con una mentalità nuova. La parte di me stesso che piange e soffre per l’ingiustizia in cui versa il mondo desidera ardentemente la distruzione per poter ricostruire, tutto, di nuovo. Vorrebbe vedere il volto di Shiva. A volte, ho paura di questa parte di me stesso, sebbene la rispetti per la sua incorruttibile integrità. Mi chiedo cosa accadrebbe se questa parte rivoluzionaria prendesse il sopravvento sulla totalità del mio essere, cosa accadrebbe se il mio Essere decidesse, illuminato, di seguire e perseguire questo desiderio, con tutto se stesso.

Giacomo

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2 thoughts on “Il volto di Shiva

  1. Succederebbe che dopo la distruzione, a cui molti volentieri parteciperebbero, qualcuno vorrebbe iniziare a ricostruire. Tutto direbbero di voler un modo più etico, più giusto, più tutto ed ognuno lo vorrebbe a modo proprio. Allora ci sarebbero scontri, anche educati e civili ed accadrebbe che qualcuno si porrebbe o venga posto alla guida. Questa persona, diventerebbe il detentore del potere e questo potere potrebbe protare a nuove mura, per difenderlo in nome di un mondo più giusto e nuove rivoluzioni in nome di un mondo ancora più giusto.

    A mio avviso l’esempio di Gandhi è il più ammirevole. Se per giungere all’obiettivo di un mondo più giusto ci volessero migliaia di anni attravero la non violenza ciò è preferibile rispetto ad un mondo giusto, subito, mediante la violenza. In realtà nessuna forma di violenza porterà ad un mondo giusto o più equo, nemmeno la violenza sui violenti.

    Per questo, partire da se stessi, modificando il proprio interiore e recidendo alla base quello che IN NOI è violenza, sofferenza, odio, frustrazione, mancanza è secondo me l’unico modo. Ma ci vuole metodo, come per tutte le cose.

    G.

  2. Bello, James, mi è piaciuto. Mi ci ritrovo, tra l’altro…
    Però credo che la città-fortezza di cui parli sia rappresentata da attori (es. multinazionali, magnati vari ed eventuali) che risultano dominanti a livello internazionale. Il razzismo più potente – secondo me – è quello economico, non quello legato alla nazionalità indicata sul passaporto. Se sei ricco, le porte ti vengono aperte. Se sei povero, sei (ovunque) un essere indesiderato. Poi, certo, le condizioni di vita della maggioranza della popolazione possono divergere enormemente da un paese e, a maggior ragione, da un continente all’altro. Però mi sembra che una differenza fondamentale nella determinazione delle possibilità di esistenza delle persone sia rappresentata dalla ricchezza, dalla classe sociale di appartenenza.

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