La notte buia del mondo – Prologo inquietante

Finalmente, dopo un ultimo saluto, la porta dell’appartamento si era chiusa. E dietro di essa erano finalmente scomparsi i genitori di Sofia. Finalmente se li era levati dalle palle. Almeno per una sera.

Quando ci si mettevano, i suoi, erano più pallosi di un disco di quei decrepiti zombies anni 60 delle trasmissioni TV tipo “La colonna sonora della nostra fanciullezza garibaldina”, pallose come i discorsi di quel bavoso di Mirco quando cercava di spiegarle l’importanza esiziale di vincere il derby nei confronti dell’economia dell’Universo. Perderlo avrebbe significato, forse, che la bilancia del bene e del male universale si sarebbe “sbilanciata” preoccupantemente verso il lato oscuro dell’essere.

E bastaaaaaaaaaaaa! … Gente strana i vecchi!

Si affacciò alla finestra che dava sul retro per accertarsi che i suoi stessero effettivamente levando le tende. Li vide dirigersi, piccole formichine, verso il vecchio SUV nero dai vetri oscurati, sbiadito simbolo di passate conquiste sociali. Dopo un istante vide un fascio di luce provenire dai fari, emergere dalla notte e illuminare un lato del muro in cui campeggiava una scritta artistica “Adelina, quando saremo grandi ci sposeremo. Ricordati di mandarmi le partecipazioni”. E sotto. “Nonno, passami la birra!

Il SUV si mosse adagio come uno scarafaggio fra le file delle altre macchinine sue simili cercando una via di uscita in quel labirinto di rottami. Una volta di fronte al cancello una luce lampeggiante gialla si mise in funzione e delle mani invisibili aprirono le ante in acciaio mostrando una piccola porzione della strada posteriore. Mentre Sofia tratteneva il fiato vide la vettura scura sparire confondendosi nel traffico della sera.

Una gioia incontenibile si riversò allora nell’anima di Sofia: anche se per una sola sera era padrona della sua vita!

Si sentiva come una lattina di Coca Cola alla quale, dopo essere stata appesa ad un martello pneumatico per tutta la sera, qualcuno avesse incautamente strappato la linguetta di latta. Dentro di se sentiva emergere prepotentemente una colonna sonora Heavy Metal a pompa mentre immagini d’incontenibile bellezza sparaflashavano nella sua mente:  Si vide mentre disintegrava il banco di scuola con i poteri del super-rutto e il banco andava in frantumi al rallentatore tipo una scena di Matrix; vide quella truzzona di Emy rotolarsi nel fango spinta dal potere deflagrante di una sua terribile battuta su quegli idioti “tatuaggi di merda”; si vide mentre passeggiava nel viale principale sputando contro i SUV parcheggiati ai lati della strada e con una forchetta in mano ne abbelliva le fiancate con arabeschi fantastici alla vista dei quali i proprietari sarebbero stati sicuramente annichiliti dalla bellezza degli stessi; si ammirò infine in piedi sulla cattedra mentre quella incartapecorita della prof era china ai suoi piedi implorante un cenno della sua misericordiosa pietà.

Si sentiva quasi crescere fisicamente di alcuni centimetri e, voltatasi, diede uno sguardo alla stanza come un signorotto si sarebbe affacciato da una feritoria del maniero di famiglia rimirando il suo feudo.

Il potere di cui era aureolata le dava quasi le vertigini. Nessuno, neanche Dio in persona o chi ne fa le veci, avrebbe potuto dirle, anche se per una sola sera, cosa avrebbe potuto fare e cosa no.

Il fantastico mondo delle possibilità si apriva di fronte a lei come un baratro insondabile e attraente.

Ed al tripudio di tale raggiunto libero arbitrio, insieme a lei, esultava anche il suo stomaco in fermento. Pregustava le “schifezze” che tra poco lo avrebbero ricolmato rendendolo simile ad un pallone aerostatico che si sarebbe librato alto nel cielo della terra promessa, spinto dalla forza propulsiva delle vivande proibite dalla Legge familiare. Salse inenarrabili e inebrianti ruscelli di cocacole, un profluvio babelico di fritti e una apocalisse di caloriche macdonalderie nei confronti delle quali sarebbero impallidite anche le fiabe delle Mille e una notte.

Il solo immaginare quel pasto omerico era sufficiente a giustificare tutta la storia trascorsa dell’umanità, tutte le guerre e le rivoluzioni umane, l’evoluzione della specie avrebbe trovato finalmente un apice nella propria curva ascendente. Un punto che giustificasse l’esistenza e tutti i suoi infiniti piani esistenziali a partire dall’ameba nuotante nel brodo primordiale fino ai successi dei Jalisse. Il Tutto cosmico era finalmente giustificato per il solo fatto di essere giunto a quel preciso momento in cui una ragazzina di 12 anni era finalmente giunta all’autocoscienza hegeliana delle proprie scelte (e ciò alla faccia di qualunque determinista del cazzo!) Non che Sofia sarebbe stata in grado di esprimerlo in questi precisi termini, però la sostanza era su per giù questa.

Il piano di battaglia era dunque pronto. Non restava che metterlo in atto.

I tabù in quella casa non mancavano certamente. Erano disseminati da per tutto. Per esempio la collezione di macchinine del padre, gelosamente custodita in una teca finto art noveau all’angolo del salotto.

Guai se mani empie avessero osato profanare il santuario della “sacra collezione”. L’ira del Signore si sarebbe riversata su di lui fino alla quarta generazione e la pena minima sarebbe stata la sua immediata espulsione dall’eden familiare, un muso allungato per giorni seguito (e sarebbe stata la pena peggiore di tutte) da una partenale scassaminkia di almeno mezzoretta in cui si sarebbero citati certamente i “sentimenti feriti”, la “praivasi” e “l’ingratitudine delle nuove generazioni verso quelle vecchie che pure avevano loro sacrificato la vita per crescerli”.

E Sofia si vedeva allora intirizzita e coperta di stracci sotto un ponte qualunque (purché ammuffito) a tendere la smunta manina verso gli obesi signoroni impellicciati che passeggiavano indifferenti per strada, offrendo loro scatole di fiammiferi, ricariche per gas da accendini e altri oggetti che la “Nostra ditta si pregia di confezionare nel più tradizionale ma anche signorile dei modi da ben 4 generazioni”.

Ferma di fronte alla teca delle sante reliquie automobilistiche, col capo reclino a giudicare della disposizione dei pezzi, Sofia decise che essa era priva di vita. Non era una collezione che riflettesse i mali del mondo. Vi era troppo ordine e troppa falsità. A correggere questo imperdonabile difetto corse al frigo prelevandone un tubetto di ketchup e qualche cappero sott’aceto da un barattolino, poi prese del sale, qualche foglia di sedano che dava segni di soffocamento vitale (che le sarebbe servita a simbolo della natura asfissiata dalle macchine) e trasformò quel piatto e grigio plotone di macchinette in una scena apocalittica simile ad un ingorgo nella salerno reggio calabria.

La scena  era di un realismo raccapricciante ma proprio per questo viva e attraente.

Muta figura, si ergeva entro il caos del groviglio di lamiere contorte, immobile angelo del Signore (sotto le spoglie di una pregevole rappresentazione a tutto tondo in plastica del XX secolo) l’inquietante Gandalf Il Bianco.

Alzava il bastone nodoso quale bazooka mistico contro le creature del male responsabili di quel caos, anche se più plausibile causa  si sarebbe detto il rovesciamento di un furgoncino Fiat “Lupetto” verde militare con la fuoriuscita del suo prezioso carico di emmemens riversatesi nella carreggiata fra il panico dei conducenti che erano fuggiti urlando nel circostante bosco di sedani malati lasciando aperte le portiere delle proprie vetture.

Nella scena del “massacro” il sale simulava perfettamente i parabrezza andati in frantumi e i capperi facevano la loro porca figura a riprodurre le teste mozzate del conducente del Leoncino e di alcuni componenti di una allegra famigliola la cui Panda 4×4 era ormai sepolta nel cumulo del tamponamento a catena.

Ad abbellire il tutto larghe chiazze di sangue sancivano la fine tremenda di uno o due corpi che apparivano completamente sommersi dall’orrendo liquido. In realtà trattavasi di semplici effetti speciali ottenuti con il ricoprimento di ketchup sopra qualche vittima impersonata da sorpresine kinder di scala adeguata.

Una ambulanza, con gli sportelli posteriori angosciosamente spalancati, attendeva il suo macabro carico. Recingevano la zona dell’incidente alcuni puffi, visibilmente scossi e un cordone umano di soldatini romani porta aquile a protezione di eventuali curiosi.

Sofia non credeva ai propri occhi. Non solo aveva avuto il coraggio di creare quel capolavoro, ma – cosa più agghiacciante – ne era anche decisamente soddisfatta.

Un barlume di coscienza si fece largo fra il suo entusiasmo creativo sotto forma di una stupida ma lancinante domanda:

“Cosa dirà adesso LUI?”

Ma per fortuna, in questo universo previdente, esistono anche gli angeli protettori delle bambine e in quel momento uno di essi doveva essersi poggiato sulla spalla di Sofia a suggerirle una semplice scappatoia sotto forma di una frase che sulle prime la sconcertò per la sua implacabile potenza: “Che si fotta. Chi se ne frega di cosa dirà? “

Si dice che le più grosse e sconcertanti teorie e con esse anche le più improvvise conversioni siano nate da cause accidentali spesso da avvenimenti apparentemente banali (alberi di mele, uova di Colombo, cadute da cavallo, etc). Se così è allora la teca delle automobiline rappresentava la caduta sulla personale via per Damasco della piccola Sofia.

La teoria babbocentrica del mondo era crollata come un mondo di carta velina e al suo posto compariva, fiero e giovane l’universo post-tolemaico e quantistico del fancazzismo più conseguente.

“Chi se ne frega cosa dirà? Tanto sta sempre a dire. Dice troppo. Dice SEMPRE. Dice, dice, come se dire risolvesse le cose, Che si fotta… a proposito, visto che ci sono, che si fotta anche la storia delle generazioni ingrate e crolli il mondo su di essa e su tutti i Leoncini della terra. Amen!”.

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