Un calcare prezioso e piscio d’oro

Abumar è incastonato sulla panchina, come un calcare, prezioso per i cercatori d’oro che in piazza cercano eroina. Oppure è una ruggine che nemmeno la polizia ripulisce, per l’età e per l’infamia e quindi resta incrostato lì tra la panchina e la palazzina liberty, estate e inverno. Infame è chi fa un giro in pantera e mentre gira canta, canta i nomi degli altri, degli spacciatori clandestini e innocenti che finiranno in carcere e sui giornali.

Intorno a lui rampolli tunisini, ragazzi adusi allo spaccio che si scambiano palline nascoste in bocca o nel culo dei cani. Normali cani da passeggio con l’eroina nel culo. Quando arriva la pantera, evaporano di rugiada sorpresa nel mezzogiorno. Veloci come chi ha del fumo in tasca o una busta malcelata tra le pieghe del corpo, con la plastica bagnata dal sudore, con la pastica che strozza i pori.

Abumar è clandestino ed è da quindici anni il mio vicino di strada – di casa sarebbe un dire inopportuno – attende il suo documento che arriverà da Baghdad. Sputa e dice “fenculo Baghdad” e da come lo dice si vede che la conosce, si vede che è la sua casa.

Quando la gente passa di lì, di lui sente l’acre odore minerale del piscio. La gente pensa che schifo e quando dice che schifo non sa che quello è piscio iracheno, cristallino oro liquido di un uomo che ha perso tutto. Che schifo. Non sa, la gente, dei suoi figli in Canada, e di sua moglie che lo aspetta. E che lo aspetterà.

Giulio

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