Che fine fa la metrica

Che fine fa la metrica è un settenario e una domanda. Un settenario di otto sillabe, guarda un po’ che scherzo che ti fa la metrica. Non so perché ma gran parte della poesia che leggo e che scrivo in rete, della metrica, se ne fotte. Perché? A volte penso sia colpa delle traduzioni: leggere poesia tradotta ci ha fatto erroneamente pensare che la poesia stava nei contenuti e non nella metrica. Per non parlar poi delle rime che quando ci sono hanno un sapore di roba studiata alla scuola dell’obbligo e che infastidiscono quasi, e quasi tutte le volte che scrivo qualcosa e poi lo metto in rima, straccio poi la rima e lo rimetto come prima. Davvero, a distanza di un giorno da quando le ho scritte, le mie rime mi stanno antipatiche senza un perché.

Allor qual è della poesia il futuro? E’ un endecasillabo, non il futuro, ma tutto il verso. Un futuro aleatorio in cui ogni verso può essere monosillabico, bisillabico, trisillabico fino all’endecasillabo e perché no, anche oltre, una intera frase incastrata in un verso, messa lì di mezzo. Una frase poetica e che quindi, per forza, deve stare in una poesia.

La metrica è ritmo, ritmo che c’è e che si sente quando c’è la metrica, ritmo che non c’è quando la metrica è assente. Ma allora, mi dico, sono schiavo del ritmo? Le mie parole sono schiave del ritmo o della rima? Le devo costringere in versi prestabiliti, ripensarle secondo regole emerse in tempi andati e così diversi dal presente poetico che vivo?

Poi ad un certo punto, qualcosa viene dal profondo e nella mente sento un verso “luci oblique s’invertono nell’acqua“, sorrido, conto le sillabe così, tanto per, ma lo sento che è così, che è un endecasillabo.

Ed ecco la sorgente / il resto viene dopo. Due settenari.

Giulio

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4 thoughts on “Che fine fa la metrica

  1. azzardo una risposta:
    La metrica produce il ritmo.
    Il ritmo cambia nel corso dei secoli.
    Ogni epoca vuole il suo ritmo.
    Far poesia con strutture metriche dei tempi che furono é proporre alle persone un ritmo inadeguato, come insistere e chiedersi perché l’arghilofono, oggi, non venga piú suonato.

    • che poi tra il resto, che un verso sia settenario, endecasillabo o quel che sia é come dire che é colorato di giallo piuttosto che di rosso o di verde. Che differenza fa? é come usi i colori assieme che fa la tela, che fa la differenza, e poesie con metriche preimpostate, sonetti ecc sono strutture morte, piú che sepolte, come voler far arte, disegnare quadri, e ritrovarsi a colorare le stampe in bianco e nero dei capolavori del passato. Ha senso mi chiedo?

      • La cina non mi permette un login normale, scrivo cosi’. Baudelarie e Dante non hanno niente in comune, ma entrambi hanno scritto sonetti. Anche secondo me il ritmo puo’ cambiare…ma puo’ non esserci?
        Per me la metrica, pur non troppo vincolante, sta diventando sempre piu’ importante ed e’ una forma geometrica… bella a prescindere dal contenuto!

        L’ultima poesia che ho scritto qui e’ un sonetto non in rima, ma e’ pesante? Oppure questo:

        Un bubbolio lontano…
        Rosseggia l’orizzonte,
        come affocato, a mare;
        nero di pece, a monte,
        stracci di nubi chiare:
        tra il nero di un casolare:
        un’ala di gabbiano.

        Settenari in rima ABCBCCA… Pascoli. A me non sembra
        sepolta, sembra meglio di quel che scrivo io…

  2. è magnifica Giulien, ed é sicuramente un capolavoro, meglio di quel che scrivo sicuro, mi chiedo soltanto se sia giusto emulare i grandissimi della poesia o piuttosto trovare la nostra strada in un altro modo. C’é qualcosa che manca, una strada nuova, ancora da percorrere?

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