Re della Terra Selvaggia

“L’incastro perfetto di tutte le cose” è regolato dal battito. Il battito del cuore degli esseri viventi, presi e messi all’orecchio, come le conchiglie.

Quanto siamo vigliacchi. Mentre ci dimeniamo nel fango dello spirito della pesantezza, mentre piangiamo i nostri errori di uomini, viene una bambina di sei anni, a dirci come si vive.

Tutte le cose sono organiche, sono zuppe di materia biologica, composta e decomponibile, viva oppure morta. La scatoletta di plastica, in cui mettiamo il pesce confezionato, diventa il confine dimensionale che abbiamo scelto per la nostra vita, avvolta nel cellophane, nel polimero che ci separa dall’essenza delle cose.

“Chi è l’uomo?” “Spezza il granchio” “Tuo padre sta morendo. No!” sono le piccole perle di questo film, che ci penso da due giorni e che finalmente mi dice qualcosa di nuovo. Sono rari i film che dicono qualcosa di nuovo, che lo dicono attraverso una regia diversa, con una cinepresa avvinghiata ai particolari sconci, quelli da cui si toglie l’occhio. Ma chi vive nella Grande Vasca no, non distoglie lo sguardo.

Affronta l’uragano, mangia il coccodrillo, parla con la madre morta, fa esplodere la diga e aspetta gli horox, che divorano gli uomini e s’inginocchiano come i cavalli in Atlantide. Hush puppy, pur vivendo al di sotto, rimane al di sopra delle cose umane così come le conosciamo, resta sospesa nel vuoto di una coscienza diversa, di una morale diversa, di chi non scappa di fronte alle avversità. Corre con i bengala nella notte.

Il trailer di “Beasts of the Southern Wild” non rende giustizia, da una pennellata di senso di troppo, dice cose diverse dal film. Oltre ad affermare “sono anch’io un pezzettino di un grandissimo universo” il film si attarda sulle budella del cadavere di un cane uscite dalla pancia, un cane la cui mascella è stata misteriosamente divorata.

Parla dell’America nascosta dietro la lamiera ondulata, che vive dove la gente non deve vivere, fuori dal mondo o da ciò che consideriamo tale.

Regia di Benh Zeitlin, candidato a quattro oscar, opera prima del regista, una bambina di sei anni che non so come farà a rimettersi dalle implicazioni psichiche che deve aver raccolto nel girare questo film. Si merita un oscar, almeno.

Giulio

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