Il viaggio impossibile

E’ quello verso il paese in cui sono nata, e cresciuta, pensando di poter fare cose, che so fare, in cui (almeno un po’) credo, e altre, che posso imparare. Pensando di poter pagare un affitto, le bollette, permettermi una malattia, se del caso, con corna e ferro, di scaramanzia. Pensando a uno, due (tre?) figli, come scelta, se volessi. E se non volessi? Lo stesso. E che il contratto sociale, magari non sempre, più o meno volentieri, però va bene: firmo.

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Il viaggio impossibile è quello verso un paese diverso da quello in cui sono nata, e cresciuta, da quello in cui (per ora) i miei affetti, amore famiglia amici, e un gatto. Un paese in cui posso fare cose, che so fare, in cui (almeno un po’) credo, e altre, che posso imparare. Pensando di poter pagare un affitto… e così via. Un paese in cui tutto ciò, e anche altro, come la frutta, che sa di frutta, e (ogni tanto) il sole, e affetti, se non proprio, quasi come. Un paese diverso dal mio, eppure casa.

E poi altri viaggi: possibili.
Come questo, tra poco.
Torno.
Con molti dubbi, e ancor più rabbia.
Ho visto Milano piena, dice “ancora in campo”.
Vorrei (vorrei?), ma non so se resto.

Arianna

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

10 thoughts on “Il viaggio impossibile

    • Non credo ci sia una risposta definitiva… a volte questa incertezza mi angoscia, ma altre volte mi dico che le grandi decisioni sono semplicemente il risultato di altre, più piccole, fatte di “per ora”, “per un po’”, “vediamo”.
      Bisogna provare… e tenersi pronti!

      • Si`, hai proprio ragione.
        Il problema è che nell’incertezza ci siamo sempre stati, ma era un’incertezza “antropologica” (siamo esseri mortali che non conoscono né la data né la causa della loro morte…); adesso invece a questa dose di incertezza, ineliminabile perché connaturata alla specie umana, se ne aggiungono molte altre, che rendono piu`difficile stare nella prima.

      • E’ incredibile se ci pensi che “l’incertezza di essere poveri o di avere o meno un lavoro” faccia stare peggio dell’incertezza esistenziale – direi – legata alla morte. In qualche modo questo tipo di incertezza è dimenticato, nel quotidiano…si può provare a fare lo stesso con l’incertezza d’altra orgine?

        • Mah, io invece non mi stupisco… pensa alla pelle dell’essere umano: troppo sottile per ripararlo dal freddo (fragilità antropologica) e se gli togli pure la possibilità di coprirsi con degli abiti, di vivere in abitazioni riscaldate quella caratteristica ineliminabile (la pelle sottile) diventerà un handicap ancora maggiore.
          E cosi`per la morte e la malattia: se faccio una vita decente, cioè se posso comprarmi del cibo di qualità, vivere in condizioni igieniche e termiche (riscaldamento) adeguate, svolgere un lavoro non troppo stressante e appagante (quindi ridurre lo stress psicofisico)… mi ammalero`di meno e vivro`piu` a lungo. E quando morito`potro`farlo magari in condizioni migliori (in un letto, per esempio, e non per strada, riducendo il dolore con dei farmaci, accudito da infermieri che posso pagare…). Le fragilità antropologiche diventano insopportabili senza le protezioni sociali.

    • Ma infatti qui bisogna organizzare un incontro a breeeeveeee!
      Seguirà email 🙂
      Grazie per il link, è vero: spesso si sottolineano solo le cose negative dell’Italia, e quando non ce ne sono,le si va a cercare. E’ vero.
      Allo stesso tempo, però, la violenza di certe politiche (le “riforme” Gelmini del 2008, per esempio… che, personalmente, mi hanno cambiato i piani di vita – lavorativa e non solo) qui sono più mitigate. C’è più rispetto nei confronti delle aspettative delle persone, non perché qui siano più bravi, ma perché il contratto sociale si regge (anche) su queste cose, e non (principalmente?) sul cinismo e sul desiderio di pagare meno tasse.
      Ma ovviamente in Italia sopravvivono, vivono, proliferano tante realtà bellissime, che sta a tutti noi (emigranti o no) rafforzare.
      Vabbè, spero tanto di smentire le mie delusioni e poter sperimentare che sì, posso lavorare, e quindi vivere (decentemente) in Italia!
      In ogni caso: a prestissimo!

    • Mi spiace che tu abbia quest’impressione… se espliciti meglio cosa intendi, ci penso su e valuto se fare modifiche o eventualemente tenere a mente la cosa per la prossima volta!

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