Contro la violenza

violenza-donne-3Pochi giorni fa, mentre tornavo dalle ferie, me ne andavo sul bus 73 da Linate a Stazione Centrale. Guardando fuori dal finestrino, su una casa o una chiesa, o in qualche luogo ho letto uno striscione “la violenza sulle donne è un problema degli uomini”. Mentre ci penso vedo dentro il bus i quattro volti coperti, quelli che ho messo qui, della campagna del Ministero delle Pari Opportunità “Riconosci la violenza”.

Le frasi, sono belle frasi. Mi piacciono. Quel che tuttora mi fa star male, senza bene capirne la ragione, sono i quattro volti coperti, quegli uomini acefali, che sembrano amare, ma “la violenza ha mille volti” e chissà che dopotutto anche quegli abbracci, anche quegli affetti…violenza-donne-1

…così, mentre la donna impara a riconoscere l’uomo violento, l’uomo rimane un oggetto sullo sfondo, un meccanismo che “fa” o “non fa” la violenza, ma che non ha possibilità di cambiare, per quanto la violenza sia un problema suo.

Anni fa girava una bella pubblicità sull’abbandono degli animali che diceva “se l’abbandoni, il bastardo sei tu”. Era una pubblicità pensata per i carnefici, non per le vittime. Anche in questo caso mi piacerebbe leggere qualcosa per i carnefici.violenza-donne

Forse avrei voluto vedere, insieme ai ottimi consigli per le donne, un consiglio anche per l’uomo, magari “se tocchi una donna, la troia sei tu”. O forse più raffinato “pestare una donna è calpestare il tuo amore”. Qualcosa insomma che tolga quel bollino, che dia un volto all’uomo che può e vuole partecipare alla fine della violenza sulle donne.

Giulio

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8 thoughts on “Contro la violenza

  1. Coprire il volto è un modo di coinvolgere tutti gli uomini, non solo quelli sul manifesto. Non avendo volto, ha il volto di ciascun uomo. Inoltre è difficile sensibilizzare l’autore, il carnefice, sulla propria violenza, ed è un problema diverso da quello dell’abbandono degli animali. In quel caso colpire il carnefice è stata una scelta basata sulla considerazione che gli animali sono vittime che non hanno potere di difendersi da sole (il cane non cambia padrone), la responsabilità è tutta sulla scelta umana. In questo caso, invece, la violenza umana ha a che fare con chi la fa e con chi la subisce, solo che la vittima può adottare una strategia di cambiamento consapevole. Io la trovo una buona campagna, ripeto: le donne hanno un volto, le vittime esistono, esistono anche gli autori, ma può essere chiunque, e tu, donna, che vedi questo manifesto, sei sicura di non poter mettere su quell’uomo la faccia del tuo compagno?

  2. a me quella pubblicità è piaciuta. trovo che la scelta di non mettere volti rispecchi bene il concetto dei mille volti della violenza che vuole esprimere. anche le tue proposte mi piacciono, e non mi sembrano in antitesi con quella pubblicità progresso, sono solo due punti di vista diversi sulla stessa questione. forse solo esplorando le diverse sfaccettature della violenza sulle donne si arriverà davvero ad arrestare il problema.

  3. Capisco il tuo punto di vista, ma il problema della violenza contro le donne e che le donne la accettano e non la denunciano. Nella nostra cultura, l’uomo macho, violento, bastardo, funziona. Al contrario, l’uomo dolce, debole, rispettuoso, passa da sfigato. Io direi che la tua percezione e corretta, ma e lo step successivo: prima portiamo le donne a capire che la violenza contro di loro e sbagliata, sempre e da chiunque provenga. Quando si sara fatto questo, allora potremo pensare al messaggio da mandare agli uomini. Oltretutto, nel tuo esempio della pubblicita col cane, non avrebbe avuto senso dare il focus al punto di vista del cane, perche gli animali non possono davvero ribellarsi all’abbandono. La pubblicita deve necessariamente concentrarsi sull’uomo. Nel caso delle donne, invece, la priorita e far si che le donne si ribellino e denuncino!

    • Io invece credo che un cambiamento di atteggiamento nelle vittime e negli aggressori debba avvenire contemporaneamente. Il problema della violenza sulle donne è anzitutto un problema degli uomini. Poi però condivido il fatto che le vittime possano tentare (riuscirci a volte è molto complicato…) di sottrarsi alle violenze.

  4. Io non me ne intendo di psicologia o simili, ma ho sentito dire che la dinamica vittima-carnefice prevede l’esistenza di entrambe le figure e come tali entrambe sono coresponsabili del meccanismo che mettono in atto.

    La vittima deve cercare di smettere di subire violenza.
    Il carnefice deve cercare di smettere di agire violenza.

    Se anche uno dei due riesce nell’emancipazione dalla propria condizione il meccanismo si interrompe.

    In questo senso ci sta una campagna che dica alle donne “smettete di subire violenza” così come ce ne starebbe una che che dica agli uomini “smettete di agire violenza”.

    Ma quello che m’inquieta forse sta in quella sfaccettatura di cui ha scritto Icaro “tu, donna, che vedi questo manifesto, sei sicura di non poter mettere su quell’uomo la faccia del tuo compagno?” che è una domanda lecita e sensata. Ma che come uomo mi pone di fronte alla domanda “ma come potrà mai una donna fidarsi di me, come potrà essere sicura che non sia io l’uomo dietro il riquadro?” Certo, con il tempo, le azioni, la vita concreta.

    Ecco cosa non mi piace! Le frasi dicono “diffida dell’uomo violento” le fotografie dicono “diffida dell’uomo”. Questo, non mi piace. Mi sembra il nocciolo.

    Grazie per le risposte, che mi hanno aiutato a chiarire un po’ di cosette 😉
    G.

    • Scusa, aggiungo una risposta-flash: non sono d’accordo con l’idea della corresponsabilità “alla pari” tra vittima e carnefice. Naturalmente si tratta di una coppia, però non basta l’emancipazione della vittima per trasformare anche il carnefice, che può trovare altre vittime, anche al di fuori di una relazione (le aggressioni non avvengono esclusivamente all’interno della coppia). Mi sembra importante sottolineare che è molto più grave e più grande la responsabilità del carnefice, ché altrimenti si banalizza e leviga un po’ troppo la cosa, a mio modo di vedere.

      Post interessante sul tema: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/11/22/intorno-al-25-novembre/

      • Secondo me invece la responsabilità è pari, ma dato l’orrore che esprime la parte del carnefice in qualche modo la bilancia si sbilancia, la sua posizione è “più grave”.

        Inoltre anche l’emancipazione di un carnefice non basta per trasformare anche la vittima, che può trovare altri carnefici, anche al di fuori di quella specifica relazione. (Specchio riflesso 😉 Così è accaduto ad una persona che conosco per esempio, che uscito vittima da una relazione, in quella nuova si pone comunque, autonomamente, in una situazione di svantaggio, innescando, inconsapevolmente, un meccanismo simile a quello da cui era uscito.

        G.

        Questo però non deve banalizzare o levigare le cose, anzi. Queste sono cose che non vanno affatto levigate e la co-responsabilità non significa che se la cosa è a 50 e 50 allora in qualche modo c’è equilibrio e siamo a posto così. No. E’ il rapporto uomo-donna che deve uscire dalla violenza e penso, potrebbe essere vista come una missione comune dell’uomo e della donna, dell’essere umano, dell’umanità, oltre le logiche di genere.

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