Nascita (5) – Mettersi un estraneo in casa

Una donna, mamma di due bimbi:
“Io lo dico sempre ai miei figli, che non è obbligatorio né sposarsi né metter su famiglia! E lo penso davvero… diventare genitori… non è per tutti. Un figlio, una figlia può venir fuori… come non te l’aspetti… può anche non c’entrare niente… Alla fine è… è come mettersi un estraneo in casa”.
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Arianna

Foto: Mosca 2012

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

7 thoughts on “Nascita (5) – Mettersi un estraneo in casa

  1. Commento: ho trovato un po’ forte la conclusione del discorso riportato… e non credo di condividerla del tutto. Però mi sembrava comunque una prospettiva interessante per il nostro tema…

  2. L’immagine è forte ma se considerata dal verso giusto può fare ragionare sul fatto che un figlio ha una identità che va rispettata e con cui ci si deve confrontare. In fondo c’è anche chi vorrebbe un figlio come proprio clone…

    • Verissimo! Le aspettative sul figlio come proprio clone (o clone del coniuge – a seconda del livello di autostima 🙂 ) sono molto diffuse! L’immagine dell'”estraneo” in effetti porta a chiedersi “Me la sento di accogliere qualcuno che non conosco, che potrebbe essere anche molto diverso da me?”.
      Grazie per il tuo contributo!

      (e scusa per il ritardo, mi era proprio sfuggito questo tuo commento!)

  3. Questo dell’estraneo mi sembra il punto di partenza migliore per insegnare la libertà, ma mi sa che è più facile a dirsi che a farsi. Se penso a quanti ne conosco che sono ingabbiati da somiglianze, aspettative e desideri non realizzati…

    • Sì, questo è vero… non so, forse mi ha colpito la parola “estraneo”, forse preferisco dire “sconosciuto”, perché nel primo termine mi sembra già implicita una certa diffidenza… ma sono sfumature.

      • Mi riconosco nelle parole di quella mamma; anche se anche io direi sconosciuto più che estraneo. Effettivamente, nel far nascere, si contribuisce a portare alla luce una creatura che non si conosce e che si impara a conoscere ed amare nel tempo. Lei, dal canto suo, ti insegna a diventare genitore!

        • Bella questa visione… forse allora si potrebbe addirittura parlare di due sconosciuti, con cui si impara poco per volta a relazionarsi: il bimbo/a e quella parte di sé che diventa genitore (altre parti restano figli, fratelli, mogli, mariti…), una parte fino ad allora sconosciuta.

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