Il lavoro che piace

Nel discorso ai neolaureati di Standford, Steve Jobs li esorta a fare ciò che amano. A trovare, dunque, o inventare, se ancora non esiste, il lavoro che piace.
Ecco, questa idea che non si debba lavorare solo per lo stipendio è molto diffusa, per lo meno tra i privilegiati che si pongono la domanda del: “Che lavoro mi piacerebbe svolgere? Per cosa mi sento portato?”.
Da un lato, per carità, bellissimo fare un lavoro che piace, visto che il lavoro occupa gran parte del tempo che passiamo da svegli. Dall’altro, però, mi pare che si corra il rischio di scavare solchi sempre più profondi tra chi lavora “per passione” e chi lo fa “per soldi”. E di catalogare le persone, e il loro grado di felicità, anche sulla base della professione che svolgono. Perché, diciamocelo, ci sono alcuni lavori che nessuno (o quasi nessuno) sceglierebbe “per amore”, se avesse la possibilità, appunto, di scegliere.

Tutto ciò per dire che l’altro giorno ho conosciuto una ragazza, e come spesso succede, ci siamo chieste reciprocamente che cosa facciamo nella vita. Lei fa le pulizie nelle case. E io sono rimasta lì, in silenzio per un attimo, perché mi sembrava di non poterle porre la classica domanda: “Ti piace? Ti trovi bene?”. Mi sembrava ovvio che non le piacesse. Poi però gliene ho fatta una simile: “E com’è? Come ti trovi?”. Mi ha raccontato un po’ di cose relative al suo lavoro, ma sembrava tutto sommato abbastanza contenta.
E io mi sono vergognata del mio imbarazzo iniziale.

In ogni caso, credo che la battaglia essenziale sia quella della libertà DAL lavoro (reddito minimo garantito, riduzione dell’orario di lavoro…), perché l’ingiunzione al lavoro che piace mi sembra creare ancora più disuguaglianze e schiavitù, anziché libertà: “visto che ti piace, allora puoi lavorare sempre”, “visto che ti piace, non pretenderai mica che ti paghino pure!”.

Voi che ne pensate?

Arianna

 

 

 

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

15 thoughts on “Il lavoro che piace

  1. Il desiderio di rendere “lavoro” ciò che piace appartiene a tutti. Scoprire ciò che piace non sempre avviene a un’età in cui è possibile “programmare” il percorso scolastico e universitario che consenta di realizzare il desiderio. E qui ci sarebbe da aprire una grande parentesi anche sul sistema scolastico…
    La mia idea è che il lavoro sia, piacevolezza a parte, il contributo che ognuno offre alla società. Dici bene quando punti l’attenzione sulle condizioni del lavoro perché si può imparare ad amare un lavoro che magari non rientrava in passato nelle nostre aspettative. Il problema è anche che ormai si tende a ragionare sulla possibilitá di trasformare qualsiasi cosa in denaro…

    • Anch’io considero il lavoro come il contributo che ognuno dà alla società… però questa visione (che pure sento mia) non mi convince. Perché si può contribuire in tanti modi, anche non ascrivibili alla categoria “lavoro”. E, anzi, a volte NON svolgere un lavoro significa dare un contributo più positivo alla società (penso per esempio a lavori con conseguenze negative per la collettività, per esempio il marketing aggressivo e sessista, ecc.).
      Quindi, da un lato, ho questa idea del lavoro come contributo (dunque qualcosa di positivo), dall’altro penso che dipende dal lavoro (fare le pulizie va benissimo, è comunque un contributo positivo… ma fare il broker??) e dalle condizioni di lavoro. Ché il lavoro può far ammalare, e a volte far morire.
      E poi a volte mi sembra che starsene sdraiati su un prato a guardare le nuvole che passano potrebbe essere un contributo molto più costruttivo rispetto a correre correre correre e fare le notti davanti al pc, in nome del lavoro.
      Insomma, ho le idee confuse al riguardo 🙂

      Grazie per il tuo commento!.

  2. Insidiosa, questa cosa del lavoro che piace. E per quanto mi riguarda sono un passo oltre, non soltanto il mio lavoro mi appassiona, ma posso dire che il mio lavoro sono io -non perchè faccio quello e basta, ma perché mi richiede così tanto di metterci del mio e in modo così profondo, che poi a volte il confine quasi rischia di perdersi-. Insidioso esortare al lavoro che piace se a farlo è chi ti paga o chi ti comanda, come gestire questioni di soldi con gli amici, viene sempre fuori un casino. C’è contesto e contesto per parlar delle cose, io credo.

    E quell’imbarazzo iniziale tra te e la ragazza, quel la delicatezza e il candore di quel momento e come lo hai descritto; uno dei regali di questa giornata.

    • Eh sì, la difficoltà di porre un confine tra sé e il proprio lavoro forse è inevitabile in alcune professioni, per esempio quelle artistiche, di ricerca, ma anche relazionali. Professioni che sono anzitutto passioni.
      Ma forse è importante tracciarlo comunque quel confine (almeno per me lo è) e pensare: “Ok, ci sto mettendo molto di mio… ma è ‘solo’ un lavoro. Un aspetto importante della mia vita… però c’è anche altro”.
      Difficile, soprattutto,non “regalare” il meglio di sé a chi ci sfrutta (difficile, perché spesso non ci relazioniamo direttamente con costoro…).
      Boh, insomma, un bel pasticcio!
      Forse finché si trova un senso in quello che si fa, e si tengono dei ritmi armonici con le altre dimensioni della vita… possiamo dirci fortunati.
      Grazie della riflessione e anche di quello che hai scritto rispetto alla delicatezza…

      Buon pomeriggio!

  3. Bisognerebbe andare a chiedere agli operai della Apple in Asia se son contenti del loro lavoro e di come son sfruttati.
    Non lamentatevi poi se non sono abbastanza “foolish” ma piuttosto “hungry”.

    • Ah questo di sicuro!
      Di quanti lavori indecenti (per condizioni, ritmi, compiti ripetitivi, esposizione a sostanze dannose per la salute ecc.) abbiamo bisogno per poter svolgere un lavoro che piace?
      Chiaramente l’esortazione di Steve Jobs è altamente ipocrita.

  4. Ciao Ari!
    Io condivido pienamente quello che scrivi. Penso che prima di dare credito all’ego di noi stessi nella ricerca di “ciò che ci piace” e “ciò che ci soddisfa” dovremmo porci altre domande.

    È il mio un lavoro utile alla società / agli altri?
    È un lavoro che danneggia qualcuno o qualcosa?
    È un lavoro che accentua o riduce anche indirettamente le disuguaglianze?
    È un lavoro al soldo di poteri orribili?
    È un lavoro che mi da un entrata economica adeguata ( sian non troppo bassa, sian non troppo alta?

    Domande di questo tipo, tenendo presente che il lavoro perfetto non esiste e che tutti i lavori – ma proprio tutti – hanno pari dignità e che una società distorta e diseguale come la nostra sicuramente ci suggerirà, nel nostro sistema valoriale acquisito, false credenze.

    D’altra parte da un discorso di steve jobs a standford…non cinsi poteva aspettare che un consiglio al perseguire il proprio fine personale 😉

    G.

    • eheh in effetti!
      Però l’idea che si debba cercare il lavoro che piace è diffusa (almeno così a me pare) anche tra i critici del sistema economico così com’è, e quindi anche tra i critici di Steve Jobs…

      Molto belle le domande che ti poni, le condivido!

      Non credo invece, personalmente, che tutti i lavori abbiano pari dignità… i lavoratori sì, ma i lavori no, perché ci sono lavori proprio intrinsecamente nocivi per la collettività, oppure che vengono svolti in condizioni talmente misere da accomunarli piuttosto a una schiavitù che a un lavoro.

      Grazie delle riflessioni, in ogni caso!

      Un abbraccio

  5. nuoretins, per i pensieri di questi giorni io sarei per cancellare quel solco tornando ai vecchi e ahimè mai troppo sperimentati pensieri: a ciascuno secondo il suo bisogno e da ciascuno secondo le sue possibilità, e la dignità di un manovale è pari a quella di un ingegnere.
    ma come capisco, quella situazione di imbarazzo (confesso che a me capita a volte quando si parla di livello di istruzione scolastica).

    • L’ideale sarebbe, sempre per tornare ai vecchi mai troppo sperimentati pensieri, poter sviluppare più abilità e alternare lavori fisici e lavori intellettuali… specializzandosi un poco, ma non troppo 🙂
      L’imbarazzo sull’istruzione lo provo anch’io, sebbene dia sempre meno valore all’istruzione formale, ché mi capita di incontrare persone laureate davvero ottuse e ignoranti e persone coltissime che hanno la terza media!

  6. Citazione sul tema da Un sabotatore: Giorgio Libò: “Lei crederà che io sia nato per questa vita [la lotta partigiana]. Ma io non penso che all’architettura, non sogno che l’architettura. Eppure, quel che c’è da fare oggi, è questo che faccio”.

    Alla faccia del fare quel che piace!

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