Vietato ai minori di 12 anni

IMG_2724Sulla porta c’è scritto “Vietato l’ingresso in reparto ai minori di 12 anni”.
Io sono lì per S.
Che è di fianco a me, siamo andate sotto a prendere un caffè.
(Accompagnata può uscire, sotto, al bar).
Le chiedo – temendo di ascoltare la risposta che immagino:
“Perché vietato ai minori di 12 anni?”
“Beh, perché può essere sconvolgente”.

E infatti. Mi sconvolgo.
Cioè mi dispiaccio, mi rattristo, mi accartoccio su me stessa e sento che voglio andare via, lontano da quegli sguardi vuoti, vuoti, vuoti d’un vuoto come se nulla importasse, nulla, come se non fossero lì, come se non fossi lì, come se non ci fosse niente, niente in grado di fare niente.

Dei corpi buttati sui divani della sala fumatori, con un film qualunque in tv.
“Fanno sempre dei film accussì”
S. commenta: “Eh sì”.
(“Io non ho capito cos’ha detto!” “Beh, neanch’io, ma non importa”).
La signora deve avermi sentita perché ripete, a voce più alta:
“Fanno sempre dei film accussì”
Ed S. subito: “Eh sì, fanno sempre dei film così”.

La signora si dondola piano, in avanti, e indietro, seduta, mentre fuma e guarda da nessuna parte, da un posto chissà dove, chissà come, s’è persa – è chiaro – ma non si capisce quando, perché. Sta lì, il suo corpo, strabordante da una maglietta viola con scritto Dance, e dei pantaloni della tuta, blu, lì a dondolare avanti e indietro su quei cuscini di plastica, a vedere senza guardare un film che è sempre accussì. Non so come sia per lei “così”, ma dice che lo è, sempre.

Poi arriva uno di quelli delle dipendenze. Fanno i gruppi, al mattino, e al pomeriggio. Però S. mi spiega che sono più sfortunati di loro, perché non hanno i colloqui individuali con gli psichiatri. Questo che arriva ha una flebo attaccata al braccio, si porta dietro la struttura che la sorregge, con le rotelle e tutto quanto. Anche lui fuma, ma non ha lo sguardo vuoto. Mi sta subito simpatico.
Poi entrano una ragazzina, forse neanche maggiorenne, e sua mamma:
“Anche lei è ricoverata?” mi chiede.
S. risponde per me: “No, lei è solo venuta a trovarmi”.
“Ah.”
“…”
“È che sono tanto lunghe le giornate”, e sospira.
Sua figlia sta zitta, guarda anche lei con quello sguardo terribile, che ti toglie la voglia di pensare, di provare a capire, di parlare. Uno sguardo di chi è stato annientato, ridotto a niente, e anche tu ti senti così: un niente buttato lì, non si sa a fare cosa.

Il ragazzo delle dipendenze prova a introdurre un argomento di conversazione:
“Non ci fanno andare sul terrazzo…”
“Ma che ci devi fare tu col terrazzo?”
(la signora che dondola non sembra interessata, anche potesse, a uscire sul terrazzo).
S. chiede se è sicuro, che non si può andare.
Sì, è sicuro.
“Ma che fate qui, tutto il tempo?”, chiedo alla fine.
“Niente, si fuma…”
Il ragazzo delle dipendenze è più netto:
“Ci si spacca i coglioni…”
(S. ride)
“… o no?”.

Anch’io sorrido.
Poi, uscita da lì, comincio a piangere, così, come i film che fanno, come ha detto la signora che si dondola in sala fumatori, così.
“Così”, che non si capisce come.

 

Arianna

Foto: Roma 2014

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