Meritocrazia

Forse invidia (visto? hai ragione), ma più ancora
rabbia,
ché ti vanti d’esser forte, festeggi
la guarigione definitiva l’ennesima
promozione.
Carriera, salute, amore finalmente
hai tutto.
E così vuoi spiegarmi
come si fa:
guardate me,
guardate me, guardatemi.
Guardate e imparate
come il vento si piega
ai miei desideri.

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Tutto merito tuo, vero?
Perché sei forte, prepari la barca,
l’equipaggio, la testa:
sei pronto a tutto
sfidi la tempesta.
Certo: a nulla servono soldi, famiglia, amici e poi,
scritto in piccolo,
stato sociale.
Anche questo un merito:
nascere dove ancora
(per ora)
le tasse finiscono, almeno in parte,
da qualche parte.
E va bene: ti guardo.
Penso: che fortuna.
Ma anche: non mi piaci.

Non mi piaci per niente.

Arianna

Foto: Roma 2014

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Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

8 thoughts on “Meritocrazia

  1. solidarietà a chi (noi) di rado vive il merito della fortuna! un martello in testa a chi – a ragione d’arroganza e presunzione, privilegi – non ci piace.
    (ma altre fortune e altri meriti abbiamo; mi domando se riflettere sia un merito, che cosa sia in fondo il merito, la fortuna avversa è meritevole tra i romantici… che però si sa non brillavano in pragmatismo!)

    • Eh sì, condivido queste tue domande e riflessioni…
      Quello che mi premeva sottolineare era però soprattutto l’arroganza e l’egoismo insiti nella tendenza a prender come “merito” i propri successi/condizioni felici… quando invece sempre si deve anzitutto ringraziare il fato, gli dei o chi per loro ché se non tutto moltissimo dipende da fattori indipendenti dalla nostra volontà (a partire dalla lotteria della nascita – in che Paese, in che famiglia, in quali condizioni di salute…).
      Credo che se riconoscessimo più spesso la quota di fortuna insita in ogni esistenza saremmo più solidali con chi se la passa peggio, e meno arroganti nella pretesa di impartire lezioni sul “come vivere”.

  2. Non hai di che preoccuparti Ari, che ci pensa la vita, nei modi più impensati a dare lezioni obiettive su come vanno le cose. Penso che chi corra più forte (nel senso da te descritto), con più fatica dovrà raccogliere i pezzi dopo lo schianto.

    E lo schianto arriva per tutti, anche fosse solo la morte (uno dei pochi motori d’uguaglianza rimasti nel nostro mondo diseguale).

    • Mah, io credo che la disuguaglianza dei destini e dell’entità e quantità di sofferenze sia un dato di fatto (in questi giorni di guerra a Gaza lo sento in modo particolare) e di certo non mi sento di augurare “lo schianto” a nessuno (e non tutti lo vivono, per lo meno non nella stessa intensità).
      Penso però che se fossimo più umili rispetto a ciò che di buono e bello ci capita nella vita, attribuendolo anzitutto alla buona sorte e non solo o principalmente a un nostro presunto “merito” (perché siamo i più forti, i più bravi, i migliori) renderemmo più giustizia a come stanno le cose e riusciremmo ad essere più solidali e comprensivi con chi sta peggio di noi, invece di scadere nella giustificazione delle sofferenze secondo lo stesso principio del “merito” che giustifica le gioie (blame the victim).

      • Non è che “lo auguri”, è che per quel che mi sembra gli incidenti sono una parte integrante della vita, imprescindibile. Ora, è normale che chi si equipaggia a questa possibilità sia più preparato, chi no rischi di più.

        Per me il punto cardine è che questo atteggiamento non è solo sbagliato o ingiusto, secondo un metro di giudizio personale, ma anche lontano dai reali meccanismi della vita. Un po’ come cercare di far cadere le cose verso l’alto, insomma.

        Ad un certo punto, cominciano a cadere verso il basso.
        Ci pensa la realtà 😉

  3. Per quanto riguarda la meritocrazia io penso che questo sentirsi forti appartenga alla cultura degli stati uniti che premia i “self made” detta con Bauman e discredita le lotte collettive… è un casino perché ormai non si lotta più… ti porta anche a sentirti un fallito individuale se non trovi lavoro e a deprimerti nella tua casa, suicidi, ecc… invece di lottare insieme, i precari non si uniscono… ovviamente sto generalizzando, ma diciamo che la tendenza è quella… Io non sento di dover ringraziare Dio, ma la fortuna che mi ha fatto nascere in un lato del mondo e famiglia dove anche se non ho mai avuto dei grossi privilegi non ho mai patito fame, guerra, e ci siamo salvati pure lottando a sinistra contro la ditattura, devo ringraziare tutti quelli e quelle che hanno lottato prima di me.

    • Grazie, Lu…
      hai ragione, anzitutto dobbiamo ringraziare chi ci ha preceduto e ha lottato per i diritti che ci vengono (purtroppo non a tutt!) riconosciuti…

      Un abbraccio

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