Discriminazione: articolo 3 della costituzione

Un principio di fondamentale importanza, e materia di dibattito in tutta Italia negli ultimi mesi, riguardo allo scandalo della professoressa licenziata perchè lesbica, è quello della uguaglianza e dei pari diritti, garantiti peraltro doverosamente dalla nostra costituzione. L’articolo 3 primo comma recita: « Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali »
Anche la legge Mancino aiuta a far chiarezza in merito. La legge di riferimento n. 205 del 1993, detta “antinaziskin” assicura protezione contro le discriminazioni motivate da condizioni razziali, etniche, nazionali o religiose. L’orientamento sessuale, dopo un lungo dibattito, fu deliberatamente lasciato fuori dalla formulazione e chiarito però in un secondo passaggio ben dieci anni dopo con l’emanazione del Decreto Legislativo n. 216 del 9 luglio 2003, in attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
Essendo cresciuto in uno stato democratico che si può vantare di avere una splendida costituzione, ricca di valori etici e condivisi ampiamente, sono propenso a pensare che tutte le minoranze vadano tutelate. Non è giusto discriminare le persone per il loro credo religioso, per il loro orientamento sessuale, per le loro idee politiche.

Ora voglio calarmi nei panni di un musulmano padre di famiglia. Il suo culto non si ferma e non è perimetrato al solo luogo di preghiera, ma come tutte le religioni, viene incarnato anche nella vita di tutti i giorni, non mangiando carne di maiale, pregando a determinati orari durante il giorno eccetera eccetera. E’ comprensibile e normale che abbia desiderio che suo figlio venga cresciuto con determinati valori e che desideri quindi mandare suo figlio in una scuola musulmana. Siccome lo stato non può garantire un’istruzione musulmana statale, perché implicherebbe per forza dei conflitti di ideologie sulla gestione della struttura, dalla scelta del personale alle attività proposte, ha lasciato libertà alle varie minoranze di costruire le proprie scuole e di autogestirle, secondo le direttive (leggi) dello stato in materia di istruzione. Questo sistema va senz’altro incontro ad altri conflitti, economici e ideologici. Prendiamo ad esempio le scuole private cattoliche. Da molto tempo ci si lamenta dei contributi che vengono annualmente erogati a questi enti perché si crede che godano già di situazioni finanziarie positive, grazie alle rette pagate dalle famiglie, e che quindi si stia discriminando la scuola pubblica statale indirizzando i contributi là dove non servano. Ora, facendo riferimento al principio di uguaglianza dell’articolo 3 della costituzione, vorrei chiedervi: siete contenti di avere la libertà di poter mandare vostro figlio in una scuola priva di alcun orientamento religioso? Se vi rispondete di sì, la seconda domanda è: perché non volete dare questa libertà anche a chi è cattolico piuttosto che musulmano e desidera mandare il figlio in una scuola che abbia invece un orientamento religioso ben definito? Alcuni potrebbero dire che l’errore in questo ragionamento sia proprio il permettere l’esistenza di scuole che abbiano un qualsivoglia orientamento, e far sì che tutta l’istruzione sia statale. Così facendo però stiamo discriminando (contravvenendo all’art 3 della costituzione) chi è religioso non permettendogli di esprimere liberamente il suo credo e di seguirlo fino in fondo.

O è l’interpretazione dell’articolo 3 che non funziona messa così? Non credo che l’interpretazione di tale articolo a livello legislativo sia da perseguire incentivando l’omologazione totale delle persone nei molteplici aspetti delle loro vite, ma incentivando ognuno a sentirsi libero di esprimersi liberamente perché i suoi diritti sono garantiti a prescindere. Credo che l’articolo incentivi una convivenza pacifica di diverse ideologie all’interno dello stesso stato, garantendo ad ognuno, indipendentemente dal suo credo, i diritti di base, sanità, istruzione… e la piena libertà di essere ed esprimersi anche se diversi. Allo stesso modo è tutelato il musulmano, il cristiano, l’ebreo il buddista e l’ateo, allo stesso modo sono tutelati omosessuali ed eterosessuali, allo stesso modo le persone indipendentemente dal colore della loro pelle. Andando nello specifico, è giusto che abbiano pari diritti e tutele l’ignorante e l’erudito, e persone che abbiano idee diverse su diversi argomenti. Pari diritti devono essere garantiti a chi è contro gli immigrati e a chi è a favore, a chi è contro i cristiani e chi è a favore, a chi è contro l’aborto e chi è a favore, a chi è contro l’omofobia e chi è a favore, a chi è contro il razzismo e chi è a favore. Fa male dirlo, è brutto ammetterlo, ma se riservassimo diritti diversi per chi, per la sola sua ideologia espressa e non per atti o azioni, non la pensa nel modo “giusto”, staremmo discriminando noi stessi per le idee diverse delle persone e contravvenendo all’articolo 3 della costituzione. Quindi dobbiamo rispettare anche i musulmani favorevoli alla poligamia, e lo stesso rispetto deve andare ai cristiani, anche se contrari all’omosessualità. Se non discriminiamo per le idee o per il credo, e permettiamo che anche musulmani e cristiani abbiano luoghi di culto e la libertà di poter mandare il loro figlio in una scuola con un orientamento religioso ben definito, dobbiamo anche accettare e permettere che queste scuole siano costruite e gestite secondo i loro valori, benché discutibili. A meno che non vogliamo ridiscutere la costituzione e i principi che enuncia. Se la costituzione rimane un atto “intoccabile” in questo senso, dovremmo parlare anche del lato economico che questo ragionamento comporta. Infatti, se come è giusto diamo la libertà all’ateo di mandare il figlio in una scuola atea e di non pagare la retta, in quanto scuola pubblica finanziata interamente dallo stato, dovremmo a rigor di logica finanziare interamente anche le scuole private per permettere anche ai cristiani piuttosto che ai musulmani di poter mandare i loro figli a scuola senza pagare alcuna retta. Come sappiamo invece lo stato copre solo la metà dei costi delle scuole private, che devono chiedere alle famiglie di pagare una quota annuale per poter garantire il servizio di istruzione. Risultato? Numerose scuole private stanno chiudendo perché la crisi si sente e i soldi per le rette scarseggiano. Molte persone non possono avere per il proprio figlio un’istruzione cattolica perché non possono permettersela. Vi sembra equo? L’ateo manda i propri figli a scuola ed è contentissimo perché non paga alcuna retta, musulmani cattolici…invece non hanno lo stesso trattamento. Figurarsi se non ci fossero quei pochi finanziamenti statali di oggi! Le rette verrebbero raddoppiate, le scuole si svuoterebbero.

E tutto questo accade perché lo stato non può gestire scuole cattoliche piuttosto che musulmane assicurando il rispetto dei valori religiosi e i principi costituzionali al tempo stesso. Come dovrebbero assumere ad esempio il personale scolastico? Indipendentemente dal credo? Vi sembra gestita bene una situazione dove, per non discriminare sul posto di lavoro i diversi professori rispettivamente al loro credo si arrivasse ad una situazione che vede un musulmano insegnare in una scuola cattolica, il cattolico in quella atea e l’ateo nella scuola musulmana? Allora però se lasciamo la gestione nelle mani dei privati e permettiamo ai cristiani di gestirsi le loro scuole dobbiamo permettere che le gestiscano secondo i loro valori. In materia di personale la responsabilità viene passata saggiamente dallo stato alle scuole.

Lo stato se ne lava le mani, perché sa bene che è un paradosso. L’articolo 3 obbliga lo stato a dare pari trattamento a tutti, deve pertanto permettere che ci siano scuole o aziende con orientamenti religiosi diversi, pur sapendo che le assunzioni del personale vengono fatte in base a valori non condivisi dalla costituzione, ossia discriminando a seconda del credo. Se non permette che ci sia questa convivenza di religioni è lo stato che discrimina le minoranze, se permette alle minoranze di esistere saranno le minoranze nella gestione delle loro scuole e aziende che discriminano chi non fa parte delle minoranze stesse. Se lo stato non permette alle minoranze di avere le loro scuole o aziende è lo stato che discrimina, se lo stato lo permette saranno le aziende e le scuole che discrimineranno. Qual è il rimedio che si è trovato? Oggi le cose funzionano un po’ così: è lecito discriminare basta che non si sappia. Nel senso che le scuole private e le aziende che hanno un orientamento religioso, qualora debbano licenziare del personale perché non conforme alle ideologie religiose ivi presenti, lo facciano pure ma motivando il licenziamento in altro modo, così formalmente non c’è nessuna violazione dell’articolo 3 della costituzione. E se succede che viene esplicitato? Qualche articolo sul giornale, un po’ di scalpore a livello nazionale, poi si mette via la cosa, perché il paradosso in questo caso è insito nel sistema stesso e non risolvibile, se non cambiando la costituzione stessa.

Ma come si fa a modificare un articolo importante e condiviso da tutti come questo? 

Bella domanda, intanto gestiamola elasticamente, perché è l’unico modo.

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15 thoughts on “Discriminazione: articolo 3 della costituzione

  1. interessante riflessione. l’errore nel ragionamento secondo me potrebbe essere piuttosto un altro: presupporre che l’assenza di un qualcosa sia discriminante come la presenza dell’opposto. perché l’assenza di una scuola cattolica pagata con i fondi pubblici dovrebbe discriminare chi è credente? diverso è se una scuola pubblica dovesse impedire ai credenti di iscriversi, il che non succede.

  2. Concordo…

    E aggiungo: ricordo che nelle battaglie (purtroppo perse) combattute contro i famosi “buoni scuola” si citava l’art. 33 della costituzione:
    “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato“.
    Non condivido quanto scrivi circa la scuola pubblica, che secondo te tutelerebbe gli atei a discapito dei credenti. Al contrario: proprio perché non vengono impartite nozioni di tipo religioso (sebbene persista l’ora di religione, con insegnanti pagati dallo Stato e nominati dalla curia…!) si garantisce la libertà di ciascuno di credere e seguire magari percorsi (tipo catechismo,per intendenrci) di approfondimento della religione di sua scelta, ma al di fuori dell’orario scolastico. Nelle scuole pubbliche l’insegnamento dovrebbe ispirarsi ai principi che, storicamente, si sono affermati come fondanti lo Stato italiano. Naturalmente la storia è fatta di conflitti e tali principi possono essere messi in discussione, ma penso che l’obbligo dello Stato sia quello di aumentare le risorse destinate alla scuola pubblica per garantire a tutti un’istruzione di qualità. Se poi qualcuno preferisce mandare i figli in scuole confessionali, è libero di farlo, a patto che queste scuole rispettino la costituzione e le leggi italiane (per fortuna, almeno sulla carta, le discriminazioni di genere e di orientamento sessuale non sono ammesse) e a patto di poter pagare la retta richiesta.
    Per me il discorso scuola è simile a quello sanità: con le tasse pagate da tutti bisogna garantire delle cure di livello almeno dignitoso per tutti; non pagare una parte delle spese di chi sceglie di rivolgersi a istituti privati.

  3. Io andavo dalle suore alle elementari, perché mia mamma lavorava fino alle 16 e le suore erano le uniche che facevano il tempo pieno. Non so se si trattasse di discriminazione di mamme, discriminazione di lavoratori, discriminazione di discriminazione…

    …ma secondo me, qui, la discriminazione non c’entra. Se c’è una categoria non discriminata, ma anzi tutelata in tutto e per tutto, sono i cattolici. Quindi non mi preoccuperei tanto per loro, ma per tutte le categorie deboli.

    Ricordiamoci che in cittadine come la nostra la Curia possiede intere parti della città (ereditate dal Principe Vescovo). Non stiamo parlando dei poveri. La Chiesa e gli enti ed essa collegati non sono poveri, forse vogliono sembrarlo, ma non lo sono. Sono enti ricchi e potenti e come tali si tutelano benissimo da soli.

    Senza contare che i valori cristiani pervadono completamente la nostra società, anche laddove essa si esprime come laica e che di cristi appesi in classe ne ho avuti parecchi.

  4. @arianna

    ho sentito anche altre motivazioni pro finanziamenti, una di queste dice: paghi le tasse e ti aspetti dei servizi, giusto? se non usufruisci del servizio statale allo stato regali dei soldi? ti sembra giusto? è piú che corretto che lo stato dia alla scuola privata gli stessi soldi che tuo figlio sarebbe costato allo stato se avesse frequentato una scuola pubblica.
    altra motivazione: un ragazzo che frequenta scuole private allo stato costa la metà di quanto non costerebbe se frequentasse scuole pubbliche, perchè tutta la “retta” la paga lo stato.
    altra ancora: non è vero che vengono scelti insegnanti d’elite nelle private e che l’istruzione privata sia elitaria perchè vengono pagati mediamente un 15/20% in meno che nella pubblica. un insegnante d’elite insegnerebbe secondo le logiche di mercato dove è pagato di piú, o no?

    @giulio e @ammenicolidipensiero

    il paradosso di cui ho scritto è riassumibile così:
    se ti consideri tollerante e tolleri tutti, tolleri anche chi non è tollerante? e se non tolleri l’l’intollerante puoi ancora definirti tollerante anche te o diventi intollerante a tua volta?
    se invece tolleri l’l’intollerante tolleri/permetti anche l’intolleranza e il suo dilagare, il che per un tollerante è intollerabile.

    • In effetti il dilemma del “tollerare l’intolleranza” è complesso. Personalmente credo che l’obiettivo non sia quello di tollerare qualsiasi comportamento, ma quello di mettere in discussione (anche in modo conflittuale – che non significa violento) la definizione dei principi che tracciano il perimetro di ciò che viene definito “tollerabile”.

      Rispetto alle argomentazioni pro finanziamenti, scusa, ma le trovo un po’ fuorvianti: allora io che non ho figli dovrei protestare perché pago delle tasse per la scuola senza usufruire del servizio corrispondente? Ma sarebbe assurdo! Ovviamente invece avrei ragione di protestare se mi venisse negata la possibilità di accedere a quel servizio che contribuisco a pagare con le tasse, ma non se SCELGO di non usufruirne, perché non ne ho bisogno oppure perché ritengo che non sia adatto alle mie esigenze.

      • good point.
        allora domando: lasceresti le scuole private (e la possibilità di mandare figli alle scuole cattoliche-musulmane…) solo ai più ricchi? non amplieresti la scelta anche a chi ha meno soldi?

        • Mah, nel migliore dei mondi possibili potrei anche rispondere: “Perché no?”, ma nel migliore dei mondi possibili la scuola pubblica sarebbe sommersa di risorse, non ci sarebbe nessun taglio all’organico, le classi non sarebbero ingestibili per mancanza di insegnanti di sostegno, gli edifici non sarebbero pericolanti, la carta igienica in bagno non dovrebbero portarla gli insegnanti, che non sarebbero neanche costretti a fare i salti mortali quando manca un collega, perché la scuola non ha soldi per pagare i supplenti. Inoltre, nel migliore dei mondi possibili non verrebbero erogati finanziamenti solo alle scuole confessionali ma anche a scuole che propongono un diverso orientamento pedagogico (per es. scuole Steiner, Montessori, scuole francesi, tedesche, internazionali…) e in tutte queste scuole gli insegnanti sarebbero pagati in egual modo, con eguali diritti e doveri (al di là dell’adesione alla pedagogia specifica della scuola in oggetto), e in nessuna di queste scuole ci si permetterebbe di negare l’iscrizione sulla base di criteri di salute (no handicappati) o di cittadinanza (no alunni stranieri). Tutte queste scuole, confessionali e non, rispetterebbero i principi della costituzione e delle leggi italiane, tra cui la non discriminazione di genere e di orientamento sessuale. Infine, nel migliore dei mondi possibili non esisterebbe l’evasione fiscale e di conseguenza chi “risulta” meno abbiente lo sarebbe davvero.

    • Non so Giac, se volevi semplicemente scrivere un post sul “paradosso della tolleranza” potevi farlo in modo chiaro come hai fatto qui. In generale penso che il tuo scritto sia un po’ farraginoso: parti con un quadro normativo, entri in esempi specifici, ritorni al macro proponendo di cambiare la costituzione… secondo me non hai centrato bene qual’è il tuo problema.

      Se si riduce tutto in questa cosa della tollerenza ti dico che per me la parola tolleranza è una brutta parola. Sostituirei, per fare chiarezza, con “amico di tutti”.

  5. Io non credo assolutamente che la tolleranza debba essere applicata indiscriminatamente a tutto e tutti. Dove andremmo a finire?
    Ci sono cose che oggettivamente abbruttiscono questo pianeta sulle quali non possiamo e non dobbiamo essere tolleranti.
    Tra queste rientrano cose come la discriminazione (razziale, religiosa, di genere etc.), la corruzione, l’omicidio, le dittature, Ia musica di Gigi d’Alessio e I calzini bianchi sotto i sandali.

    • Mah, secondo me affrontare la questione in questi termini non porta molto avanti, perché nel momento in cui si comincia a discernere le eccezioni alla tolleranza in base ad un sistema di valori (che peraltro nel caso specifico condivido), non si finisce più, perché ognuno ha i suoi.

      Su questo “scontro di valori” si può generare facilmente intolleranza, anche reciproca, tra parti diverse, e quindi guerre.

      Guerre di calzini bianchi.
      Oppure guerre come quella in Palestina, in cui gli uni non tollerano il terrorismo e gli altri non tollerano il colonialismo.

      • Secondo me c’è però una via di mezzo tra il relativismo assoluto (ognuno ha il suo sistema di valori, e tutti sono legittimi) e la totale intolleranza. In passato, gli schiavi erano ritenuti degli oggetti, e quindi picchiarli, sfruttarli o anche ucciderli non erano considerate azioni “sbagliate”. Dobbiamo ritenere legittimo anche questo sistema di valori?
        Penso sia importante riconoscere che i sistemi di valori evolvono nel tempo, anche sulla base delle diverse posizioni che – all’interno di un certo contesto, nazionale o internazionale – si confrontano, anche in modo duro (che non significa però violento). Tuttavia, penso sia necessario porre un sistema di valori come “valido” all’interno di una determinanta area, escludendone quindi altri (l’ordinamento giuridico ne è un esempio), altrimenti dovremmo accettare qualsiasi comportamento… e non credo proprio che su queste basi si possa fondare una convivenza pacifica tra le persone.

        • Dico solo che porre la questione in termini di tolleranza e intolleranza (laddove un sistema di valori viene toccato alle radici), secondo me, non porta lontano e che si dovrebbe muovere in questo discorso da presupposti diversi, per esempio provando a stabilire linee guida di valori umanamente condivisi, complessivi, totalmente inclusivi (se possibile).

          Il tuo esempio sulla schiavitù è di semplice soluzione, quel sistema di valori (ma lo chiamerei sistema di disvalori più che altro) è inaccettabile. Ma il mio sul binomio terrorismo/colonialismo? Dove il terreno si fa più scivoloso e incerto questo discorso sulla tolleranza va a farsi friggere molto in fretta, scade in un relativismo che giustifica le ragioni degli uni o degli altri, ad uso e consumo.

          Potremmo porci come punto di base, per esempio, la non-violenza, come valore primo e totalizzante per noi stessi prima che per gli altri? Siamo disposti per esempio ad essere i primi a disarmarci (anche a livello di singoli, anche a livello di violenza interiore, intendo) pur con il rischio di essere feriti/uccisi? Oppure ci terremo sempre un fucile di riserva in cantina, una bomba atomica nell’hangar segreto, che non si sa mai?

  6. Il problema con il concetto di tolleranza, secondo me, è che presuppone una considerazione negativa dell’altro: non ti approvo, magari ti disprezzo, ma ti ”lascio vivere” nella misura in cui non mi infastidisci troppo. A mio avviso si dovrebbe fare un passo oltre e provare a guardare le situazioni nel loro contesto, magari provando a mettersi nella prospettiva dell'”altro”, provare a capirlo – che non vuol dire necessariamente giustificarlo. In questo modo dell’idea di tolleranza si potrebbe fare a meno, o quasi.

    Credo che il conflitto Israelo-palestinese sia un caso esemplare in cui non è tanto una questione di tolleranza, quanto di riconoscimento, comprensione, solidarietà. Auspicare la tolleranza o la pace non serve se prima ognuna delle parti non ha ‘riconosciuto’ la legittimità a esistere dell’altra. Non si tratta di ‘tollerare’ i coloni o i razzi (che è ovvio che sono cose semplicemente intollerabili) ma di arrivare a vedere gli altri e le loro ‘ragioni’. É vero che non bisogna ridurre tutto all’interiorità, ma forse è l’unico possibile punto di partenza. Per esempio, educare i bambini e i ragazzi delle due parti a conoscersi e comprendersi reciprocamente, a considerarsi vicini anziché lontani, simili anziché mostri é un primo passo, di certo non per risolvere il conflitto ma per impedire che continui a radicarsi e a riprodurre odio.
    É ovvio che poi ci devono essere anche le sanzioni, le risoluzioni, etc. ma non sono sufficienti se non cambiano anche le coscienze delle persone.

    Poi sulla questione “tolleranza vs. relativismo” si potrebbe discutere all’infinito. Secondo me è impossibile porre un confine netto. Personalmente trovo il relativismo culturale una benefica lezione di umiltà, e non una ragione per giustificare o accettare qualsiasi cosa. L’alternativa è cullarsi nell’idea che noi finalmente abbiamo capito cosa è giusto e condanniamo tutte quelle brutte cose che facevano o fanno gli altri (nel passato o nelle altre culture).
    Anche se questo fosse vero, non ci toglie dal problema (o dalla responsabilità) di fare i conti con chi la pensa diversamente. Sennò possiamo sempre andare dagli altri e dirgli “guarda che tu sbagli, devi fare come ti dico io perché è più giusto!” ma a parte essere secondo me un po’ arrogante è anche molto poco efficace.

    (Grazie ad Ari per avermi segnalato questa interessante discussione :))

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