Heaphy 04

Statuetta - Upper Mustang

Statuetta – Upper Mustang

La marcia sullo Heaphy era cominciata dalla Brown Hut. La prima mattina fu un lento e dolce salire tra i boschi e all’ombra della montagna dalla valle del Brown River al punto più elevato del sentiero, per poi ritrovarmi d’improvviso e quasi con sorpresa al sole della terrazza di Perry Saddle Hut, che dominava la valle rivolta a Nord. Non ebbi molto tempo di fermarmi e ripartii dopo il tè, per proseguire su quell’aspro altipiano coperto dalla brughiera e solcato di pericolose incisioni scavate dall’acqua corrente. Il tempo durante il cammino fu sempre bello, ma quella vista mi fece pensare che i temporali non debbano essere lievi su quelle montagne e che non sia piacevole nè sicuro il passo durante le giornate tempestose di autunno.

Vidi un commovente cimitero di pedule con un totem, come un monumento alla memoria, costruito dai camminatori; ho promesso alle mie di seppellirle lì in buona compagnia quando saranno troppo stanche per proseguire: avranno da raccontare di tanta polvere calpestata. Attraversate le Gowlan Downs e i loro guadi, con il loro carico di desolazione e solitudine, l’assenza di alberi e l’erba alta, arrivai all’imbrunire a Saxon hut. Mi immersi nel torrente in una pozza denominata con ironia “mountain spa”, mentre il sole tramontava sulle Downs. L’acqua era gelida e ristoratrice. Quella notte nel bivacco, quando si spense la stufa, patii il freddo nuovamente e mi risolsi a partire prestissimo.

Il secondo giorno non ha storia per le prime ore. I passi andavano, liberandosi faticosamente dal fango sul terreno pesante, ma la testa era spenta. Dopo qualche ora, mi fermai a fare il tè sulla terrazza di Mackay Hut e da lì guardai giù. Gli altipiani erano finiti; per venti chilometri la vista si spingeva fino alla West Coast, alla foce dello Heaphy river. Lì dovevo arrivare, lì dovevo scendere. Ricordo il lungo e tortuoso sentiero che si avvitava nella valle dello Heaphy; il piccolo e vecchio hut vicino al fiume, quasi in rovina, infestato di sandflies; le barre sabbiose, i pigri meandri del fiume e il ponte sospeso per passare sulla sua riva sinistra; l’ultima marcia sul terreno impalpabile della foresta riparia fino a Heaphy hut. Fu con sollievo estremo che lasciai lo zaino e mi immersi nell’acqua gelida dell’estuario. A qualche centinaio di metri, oltre un cordone di sabbia, la selvaggia West Coast e le sue scogliere e spiagge fronteggiavano il mare di Tasman. Sorpresi un gruppo di pinguini, che si gettò goffamente in mare.

L’ultimo giorno fu quasi una passeggiata: solo quindici chilometri, poco dislivello, lo zaino più leggero. Il sentiero a volte saliva nell’entroterra nella foresta per scavalcare a guado o su ponti “tibetani” i torrenti che portavano a valle massi enormi e si lanciavano in mare. Altre volte correva sulla spiaggia, dove i passi affondavano nella rena.
Raggiunsi infine l’estremità del sentiero: il mio tramp, cominciato una decina di giorni prima a Nelson, era finito. Fu una breve corsa in shuttle-bus sulla strada bianca a portarmi a Karamea. Lo shuttle attraversò sul ponte della strada il complicato sistema di lagune di marea del Karamea River, protette dal mare da cordoni di sabbia; sterzò quindi bruscamente a sinistra. Lasciandoci il mare di Tasman alle spalle, entrammo nel villaggio per la main street.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

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