Le trafic est interrompu

“Le trafic est interrompu sur la ligne 5, dans les deux sens”.

A Parigi capitava spesso. Ieri, invece, a Milano, ci hanno comunicato che non si poteva accedere alla metro perché c’era stato un suicidio. Non “traffico interrotto” bensì “suicidio”: una persona ha detto ad altre persone che una terza persona si era suicidata.
“Ma quindi adesso come facciamo? Per quanto tempo è bloccata la verde?”
“Nooo! Vabbè, ma non è possibile! Bloccata fino a quando?”
“Ma pensa te che sfiga… proprio oggi che ero già in ritardo…”
“Sì, ma non ci pensano ai disagi che creano? Se proprio si devono suicidare, non possono farlo nel weekend?”.

06. semaforiMi sono fermata, a piangere, per la disperazione di questa persona che non conosco e per la fretta di arrivare ai nostri insignificanti luoghi di lavoro, così la metropoli gira gira, e non pensa.
Ho fatto tardi, ovviamente.

Foto: Mosca 2012

Annunci
Questo articolo è stato pubblicato in Aironi e contrassegnato come , , , , , da arikita . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

Informazioni su arikita

Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

13 thoughts on “Le trafic est interrompu

  1. A Roma ci sono più suicidi sotto la metro che topi nelle fogne. Per i primi 50 ci stai male e ti chiedi che vitaccia avranno avuto per decidere di finirla così. Poi quando finisci le ore di permesso a forza di ritardi, comincia a saltarti la mosca al naso.

    • Ciao, quindi intendi dire che il momento esatto in cui la disperazione altrui (il suicidio nella metro) lede minimamente il tuo interesse personale (la fine dei tuoi permessi) è il momento in cui la disperazione altrui diventa inaccettabile?

      Quindi, secondo quanto affermi, la disperazione altrui ha senso solo fino a quando non crea problemi a te, dopo non dev’esserci? Va repressa? Eliminata? Schernita?

      Ti domando, perché da come scrivi pare proprio così. E prima di dirti quel che ne penso o di giudicare inutilmente queste affermazioni, vorrei assicurarmi che tu ti sia espressa al meglio.

      • Va repressa, eliminata? Ho detto questo?
        No. E mi dispiace sia sembrato così.
        Quello che ho detto forse con troppa provocazione è che purtroppo il cervello umano ha un brutto bug che si chiama “abitudine” e su questo bug le più grandi dittature antiche e moderne hanno basato la loro forza. Questo significa che non importa quanto brutto e disperato sia un atto o un evento, se ti ci “abituano” finisci per non esserne più sensibile come dovresti, non ti dispiaci più come prima, non ti ribelli più. Tendi a dimenticare più velocemente di quanto impieghi a chocarti e tristemente i tuoi impedimenti personali finiscono per colpirti più del tragico evento.
        Questo è molto brutto e molto triste, ma è altrettanto vero ed inevitabile.
        E non credo a chi sostiene di fare eccezione, mi dispiace.

        • Tecnicamente hai scritto solo che “ti salta la mosca al naso”, ma ho voluto caricare un po’ di significati ulteriori, estremizzare quello che mi sembrava il pensiero dietro alle parole.

          Ora è molto più chiaro quello che intendevi. Tuttavia non sono in accordo con te, quando scrivi che l’abitudine è una caratteristica insuperabile o ineliminabile nell’essere umano. Sennò non ci sarebbero state le rivoluzioni, ché gli schiavi erano abituati ad esserlo, i neri abituati ed essere segregati, i francesi prerivoluzione abituati ad avere un re e una regina e a mangiare brioches e non pane. Ma poi le cose sono cambiate.

          Sono cambiate perché i singoli non sempre accettano passivamente tutto quello che gli accade, le società nemmeno e a volte le persone si impuntano come i muli e cambiano il corso della storia.

          E vale anche per le piccole cose, come l’attitudine interiore che hai rispetto ad un suicidio in metropolitana, anche al miliardesimo che ti capita. Ma dipende da te, dipende se stai dalla parte dei disillusi (cioè di quelli che hanno chinato il capo per comodità all’inevitabile) o se stai dalla parte di chi, di fronte alle cose che non vanno, si impunta e magari piange.

          Puoi sempre non credermi 😉

          • Trovo che le insurrezioni che hai citato siano esemplari di quanto l’interesse personale prevalga sull’abitudine. Le dittature di cui parlo io sono quelle che ti lasciano abbastanza cose “da perdere” da farti optare per la sottomissione. Una la stiamo vivendo proprio oggi, in Italia. Tutti abbiamo così paura di perdere quelle poche certezze che abbiamo da continuare a far finta di niente. Quando non avremo più niente da perdere insorgeremo anche noi.
            Ma sai, probabilmente sto uscendo fuori dal seminato.
            Sono fondamentalmente convinta che l’essere umano sia danneggiato dal punto di vista emotivo, che anche ciò che ci scuote nell’animo è soggetto a repressione nel caso ci faccia comodo.
            Tu guarda l’inquinamento: causa morti, devastazione ambientale, è padre di qualsiasi suicidio

          • (Ho premuto per errore “spedisci”..eheh.)
            Dicevo:
            l’inquinamento è il padre di ogni suicidio eppure perseveriamo con le nostre vite commettendo omicidio-suicidio verso l’uomo , le altre forme di vita, e questo pianeta che gentilmente ci sta ospitando.
            Capisci cosa intendo?
            Non è questa la massima espressione di insensibilità?

            • Se ci penso, ultimamente mi sento più affascinato dal termine “resistenza” piuttosto che “rivoluzione”. Il primo mi piace di più all’oggi, perché prevede una azione non violenta, cioè l’azione dello stare nella propria posizione, rimanendo inamovibili rispetto ad alcuni valori umanamente condivisi. Inoltre, per resistere, non è necessario che ti tolgano il pane di bocca, lo si può fare anche oggi stesso, rinnovando per esempio la propria sensibilità individuale nel momento in cui un messaggio meccanico fuori dalla metro ci avvisa che una persona si è buttata sotto, oppure facendo scelte consapevoli nel campo della sostenibilità (per prendere l’esempio che facevi tu).

              In ogni caso penso che una società in cui alcuni membri (che – per come sento io – sono parte di me stesso) si suicidano è già una società a cui è tolto tutto. Solo che l’individualismo più sfrenato nel quale siamo immersi non ci permette di percepirci come parti dell’umanità. Forse la prima cosa che ci è stata tolta, o che non abbiamo conquistato, è la consapevolezza di appartenere all’umanità. Se sapessi che tuo figlio rischia di finire sotto la metro un giorno, sarebbe sufficiente per farti insorgere, ma se è uno sconosciuto è ancora accettabile o perfino fastidioso. E’ questa divisione tra l’io e l’altro, il non riconoscimento di una appartenenza, che ci rende ciechi ed in definitiva fragili.

              • Se stiamo parlando di ideali io sono d’accordo con te, la pace nel mondo si raggiungerebbe se le persone si sentissero connesse tra loro e con il resto degli esseri viventi, se l’individualismo non esistesse. Il motivo per cui questo fatica a succedere è perché purtroppo se l’uomo non fa un grande lavoro su sé stesso la sua naturale inclinazione è tutt’altra. Al contrario della maggior parte delle specie animali l’uomo ha sviluppato un forte disinteresse verso l’altro (l’altro tutto, non solo persone).
                Poi ci sono persone che fanno un grande lavoro su sé stesse p che ricevono un’eredità culturale di famiglia che li instrada a un approccio diverso alla vita e riescono a percepire quel senso di unicum di cui si parlava. Che cambiano le cose anche nel loro piccolo ed hanno un reale interesse nel farlo.
                Ma sono poche, davvero poche.
                E non lo fanno certo rimanendo passive.
                Penso che essere sensibile per una situazione contingente e ignorarla per tutto il resto del tempo sia un’ipocrisia bella e buona. Quel povero cristo si è suicidato, ma dovrebbero essere le cause che l’hanno portato a farlo a “rinnovare la nostra sensibilità”, non il fatto in se’.
                Penso che se fossimo davvero sensibili verso il dramma esistenziale in cui viviamo, questa repressione globale che ci hanno forzato a vivere, non saremmo capaci di sopportarlo, figuriamoci di resistere a viverci dentro con le nostre convinzioni. Se lo facciamo è perché, in fondo, ci siamo arresi come tutti gli altri, perché abbiamo ammesso di non saperci opporre. E alla luce di ciò dovremmo anche renderci conto che forse puntare il dito verso l’altro e indignarci per il suo atteggiamento poco illuminato è incoerente.

                • molto, molto, molto interessante il confronto tra te e giulio. leggendo, mi veniva in mente un pensiero (a chiunque sia attribuito: molte fonti citano stalin, ma non è improbabile che non sia così. poco conta, in ogni caso) che, ahimé, constato sempre più essere drammaticamente vero: un morto è un dramma, cento una tragedia, un milione statistica. questo non è certo la causa di un atteggiamento di distacco, ma è certamente specchio di quella riflessione sulla “natura umana” di cui parlava safranina che, da un punto di vista prettamente antropologico/etologico, condivido.

  2. E’ una società che sanguina, fuori e dentro la metro. L’individualismo ha fatto di noi un corpo in cui i singoli pezzi guardano a se stessi, che se un dito ha la lebbra, il dito vicino non se ne cura. Ci percepiamo totalmente scollegati l’uno dall’altro, siamo perfino scollegati da noi stessi, dai nostri bisogni interni e anche da quelli più materiali. Insomma, molto vicini al tracollo, così vicini che i membri più deboli cadono prima degli altri – anche sotto la metro, ma non solo. Sarebbe importante farne qualcosa, di un simile indizio, ma preferiamo continuare a non guardare… fino a quando la sofferenza non toccherà, per giustizia se non per il normale decorso delle cose, anche noi (quando morirà nostro figlio, suicida) e a quel punto non ci importerà più se è la verde o la rossa, ferma per ore, soffriremo, piangeremo tanto, ci sentiremo soli perché nessuno se ne frega. E moriremo anche noi, senz’averci capito un acca.

  3. Cari,
    scusate il ritardo… vi ho letti, grazie per i commenti!
    Non so… a volte vorrei soffrire di meno per le sofferenze “altrui” perché è vero che siamo collegati ma mi sembra che non aiuti nessuno se sto male per tutti e tutto!
    Abituarsi a ciò che dovrebbe indignare e rattristare credo sia anche “sano” per certi versi, perché se non puoi cambiare una situazione (almeno nell’immediato… o magari potresti, con altri, ma non sai come) è molto faticoso ricordarti in continuazione di quanto faccia schifo. E se stai malissimo tu, non è detto che serva a qualcosa.
    Insomma, credo anch’io che sia importante coltivare uno spazio in cui “restare umani”, nel senso più bello del termine, osando resistenze e resilienze, cambiamenti a partire da sé e con altri… ma allo stesso tempo è anche importante non soccombere, e ogni tanto andare semplicemente avanti a sopravvivere, ché a volte è il massimo che si può fare. Del resto, “i membri più deboli” sono spesso le persone più sensibili, che soffrono di più per come va il mondo, e non è raro che siano proprio queste stesse persone a farsi distruggere.
    Quindi direi sì alla sensibilità per le sofferenze altrui… ma con moderazione. E soprattutto con qualche azione che le dia una direzione.

    • Quello che sto cercando di fare a livello personale (ma lo suggerirei in genere), in effetti, è sviluppare contemporaneamente due aspetti: sensibilità e capacità protettive. Come dici Ari non possiamo vivere tutta la vita esposti, pena il divenire troppo fragili ed il comprometterci. Per questo le cose vanno di pari passo e quindi è importante crescere in una sensibilità sempre più raffinata (ognuno dal proprio punto di partenza), che permetta di cogliere sempre più le sfumature, ma al contempo avere le risorse per difendersi da ciò che riteniamo o sentiamo dannoso, in modo da non rimanerne intaccati.

      Detto questo, l’abitudine per me non rientra nei meccanismi di difesa, perché è un meccanismo inconsapevole. Inconsapevolmente andiamo a difenderci a casaccio, a volte facciamo entrare palate di merda senza battere ciglio, a volte chiudiamo fuori esperienze che avremmo bisogno di vivere.

      Chiamare in causa spiegazioni antropologico/etologiche rispetto a questo comportamento è interessante per ricordarci da dove veniamo (le scimmie) ma non per gettare lo sguardo verso il futuro (l’essere umano). Non penso che se gli scoiattoli si abituino rapidamente al dolore e alla morte dei cari dovremmo farlo anche noi e non penso che questo ci giustifichi in qualche modo, a meno che non riteniamo di “essere” quanto uno scoiattolo (non riconoscendo quindi la nostra umanità).

      Ho cercato qui una risposta unitaria, ché se facevo rispondi sopra non si riusciva nemmeno a leggere con questa nidificazione di commenti uno dentro l’altro!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...