11 settembre

Sono passati quindici anni. Ricordo di me che, diciottenne, osservo le immagini delle torri che fumano e crollano, di me che dispero. Ricordo la paura, mia delle persone intorno, per una cosa così lontana, così vicina, eppure. C’era stata mia nonna, pochi anni prima in cima alle torri e quelle immagini ripetute, migliaia e migliaia di volte, che solo a pensare “11 settembre” vedo l’aereo che lentamente plana nel vetro e cemento. Ricordo come mio padre vantava d’averlo detto, la teoria del crollo per il calore, la sapeva già prima dei telegiornali.

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Poi le guerre. La guerra in Afghanistan, che non si era capito nemmeno bene il perché proprio l’Afghanistan, ma pareva una cosa sensata. Poi la guerra in Iraq, nel 2003. Quello è stato per me il periodo della perdita della verginità. Insieme alle torri crollava per me la fanciullezza ignara, il mondo fatato che il sistema m’aveva cucito addosso, quella bontà così bianca, così europea, così cattolica di chi era cresciuto pensando d’essere dalla parte del bene, platonicamente parlando, o dei buoni dei film hollywoodiani.

Per il 2003 e l’Iraq ero pronto a dire no. Ritenevo che la guerra fosse ingiusta e mentre le bandiere della pace sventolavano alle finestre (e a quelle semplificazioni non riuscivo ad accostarmi, anche se lo farei ora, forse) ricordo che desideravo tanto fare una bella bandiera nera con la scritta “PECE” in bianco da appendere alla finestra, per fare l’occhiolino agli interessi volgari del mondo. Le fotografavo quelle bandiere, in giro per la città (erano le mie prime fotografie digitali), cercando di comprendere e comprendendo che “qualcosa” stava accadendo.

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Sono passati solo quindici anni. Abbiamo più paura di allora. Abbiamo ucciso più di allora e siamo stati uccisi più di allora. “Più” solo in senso accumulativo, perché certo le guerre non sono iniziate col millennio. Rimane un certo senso di disperazione, dentro, per questa umanità che, incapace di comprendersi come una e non molteplice, ferisce se stessa ferendo le proprie parti, in continuazione. Nonostante l’enorme interconnessione di questo secolo non riusciamo, ancora e per ora, a riconoscerci semplicemente umani.

Giulio

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