Tornate

E’ un dispiacere vischioso, rimane incollato in faccia, e se provo a lavarlo via, mi imbratto le mani. Pure le mani.

Amici. Del passato, più che del presente: diciamolo.
E ancor meno del futuro, ché non abbiamo nessun progetto (nessuno?) in comune — ed è qui che il dispiacere diventa un boccone piccante, troppo; brucia e fa lacrimare gli occhi.

Mi raccontate cose bellissime, fate e siete bravi, e mentre raccontate invidio quei Paesi in cui vivete, gli abitanti del vostro quartiere, i colleghi e soprattutto gli amici, che possono bere una birra con voi in una sera qualsiasi, o passare a citofonarvi.
Raccontate di come si sta bene, dei servizi che da noi, in Italia, neanche a sognarli, delle buone abitudini che lì tutti, qui nessuno.
Cerco disperatamente una nota di nostalgia, attendo con ansia quel “Tutto bene però…”.
E invece niente.
C’è davvero così poco che vi manca dell’Italia, di noi, che siamo rimasti?
Non vi fa soffrire che ci stiamo provando sempre in meno, sempre più stanchi e soli, a fare qualcosa di bello, qui dove è più difficile?

Ninh Binh - Vietnam 2016
Tornate.
Ci divideremo quello che resta, inventeremo modi nuovi per stare insieme, stare bene, abbiamo bisogno di voi.
E se proprio non volete, non potete, fate qualcosa per chi da qui resiste, nonostante la corruzione, le disuguaglianze: anzi, più che “nonostante”, “contro” e anche “per”. Perché dell’altro esista.
Se è vero che siete diventati più ricchi, più felici, più riposati… allora mandate un po’ di queste cose anche qui.
Le migrazioni possono produrre effetti positivi, ma devono produrli anche nei Paesi da cui i migranti partono, che rimangono orfani dei figli che hanno allevato, curato, formato.

Ci mancate.

 

Foto: Vietnam 2016

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Informazioni su arikita

Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

5 thoughts on “Tornate

  1. Anna.medico.dopo tanti anni a Roma..sn andata via. E’ vero si lavora.finalmente.
    Ma l’Italia è un’altra cosa..ha un’altro sapore…molti italiani all’estero cambiano….si chiudono forse per proteggere quello che hanno conquistato qui.forse per rabbia di aver dovuto lasciare l’Italia..forse perché lontano dal cuore lontano dalla mente…ma resta che si vive,per quanto ti possa integrare.una vita lacerata tra un mondo che hai lasciato e un mondo nuovo molto diverso nel quale vivi.fare comunità fra italiani all’estero è difficile…credo sia grande il dolore della nostalgia..e anche la rabbia.
    Questa la mia esperienza..ma sarei felice di poter creare un filo rosso con chi è rimasto.

    • Grazie, Anna.
      Sì, la rabbia è tanta, anche stando qui, ma forse soprattutto quando si parte. Sono partita anch’io, poi tornata, poi rimasta. Mi è andata bene (finora): lavoro tanto, guadagno poco, ma sono contenta di quello che faccio.
      Capisco che si parta (anche) perché qui non si può stare. Piacerebbe anche a me che si potesse mantenere un filo, sentire che stiamo lottando insieme, anche se distanti, per un’Italia diversa, per far sì che – come scriveva Calvino – quello che non è inferno duri, e prenda spazio.
      Ci sono tante realtà belle che faticano a sopravvivere, la mia era una lettera aperta ma anche un grido d’aiuto. C’è ancora bisogno di voi che siete partiti, che avete risorse e capacità da dare.
      Inventiamoci un modo 🙂

  2. Cara Arikita,
    Hai scritto un articolo bellissimo. Un po’ di anni fa, sono “scappato” professionalmente dall’Italia.
    Perché? Perché in Italia non ti lasciano lavorare e fare qualcosa di buono. Sono medico a tutti gli effetti, ma anche un po’ diverso, intendo cultore di medicina naturale. Qui ho potuto fare le cose bene, senza essere selvaggiamente maciullato da chi detiene il potere in Italia. Ormai non lavoro più. Sul mio libro ho dedicato un capitolo al “perché” sono fuggito, e ringrazio chi mi ha “consigliato” di andarmene.
    Non voglio dilungarmi… anche perché non ti conosco abbastanza.
    Buon pomeriggio… del sabato.
    Quarc

    P.S.: Scrivimi se vogliamo conoscerci meglio.

    • Ciao! Grazie…
      Ho ricevuto commenti molto diversi rispetto a questo testo.
      In generale però mi sembra di riscontrare una polarizzazione tra chi vive in Italia (che tende a riconoscersi in queste parole) e chi vive all’estero, che spesso non si è ritrovato.
      In effetti, c’è la narrazione che citavo nel post (“Dall’Italia si scappa, altrove si sta molto meglio”) e c’è anche la narrazione speculare, che idealizza i luoghi da cui si parte.
      Vorrei però sottolineare le conseguenze più generali di scelte individuali come quelle di restare o emigrare, e cioè l’aumento delle disuguaglianze tra regioni (Italia del Sud / del Nord) e Stati (Europa del Sud / del Nord).
      Sentivo l’altro giorno in treno una signora rumena che raccontava della situazione nel suo Paese d’origine e un ragazzo le ha chiesto:
      “Ma non ci sono dei giovani che cercano di fare qualcosa per risollevare la situazione?”
      “Macché. I giovani pensano solo a studiare e ad andarsene il prima possibile”.
      Ecco, io penso che tocchi anche a noi far resistere, e crescere, qualcosa di bello in Italia. Siamo stati fortunati, siamo figli della classe media o addirittura della borghesia, abbiamo potuto studiare: se non facciamo qualcosa noi, chi dovrebbe farlo?

      • Prendo lo spunto dalla Romania e mi sovviene che proprio ieri, partendo da un francobollo ho scritto sul mio blog, grosso modo, che i giovani devono darsi da fare perché l’Europa migliori, perché, se non hanno voglia di studiare la storia, sarebbe bene che considerassero il fatto che in un’Europa Unita non si fanno guerre… di quelle vere come le due ultime guerre mondiali… si può discutere, ma non ammazzarsi. Non solo i giovani rumeni, ma anche gli italiani.
        Buon pomeriggio.
        Quarc

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