etichettami

C’è qualcosa di profondamente misterioso, di quel mistero che rende le cose terrificanti e terribili, spaventevoli e a tratti anche poco interessanti – per reazione di difesa, la paura allontana l’interesse, il coinvolgimento; il mistero profondo delle persone che escono di casa al mattino con il tesserino di riconoscimento, il badge, il cartellino del lavoro al collo, già al collo. Immagino che stiano tutto il giorno con questo pendaglio distintivo – che ti distingue pur essendo identico a quello degli altri che troverai all’ingresso dell’ufficio, della sede, un distintivo identico – senza mai separarsene, perché non riescono a separarsene. Forse potrebbe essere pigrizia o semplice scelta di comodo, indossarlo per non pensare a dove metterlo durante il tragitto, o per non rischiare di dimenticarlo o perderlo, non saprei.
Se provo a immaginare, la ragione d’essere dei tesserini è dichiarare un’appartenenza a un gruppo di lavoro, a un’attività, nel lasso di tempo in cui questa si svolge; identificare tra molti simili (io non ho un cartellino, saremo 10 in tutto, nessun rischio di spersonalizzazione, nessun bisogno di identificare di più) potenzialmente sconosciuti all’interno della stessa realtà. È uno dei tanti modi della brandizzazione, come un logo su una maglietta, una divisa, un accessorio. Fino a qui, tutto bene – come direbbe qualcuno, mentre cade, se non fosse che nessuno mi toglie dalla testa il sospetto che ci sia qualcosa di più profondo e terrificante nel mistero della scelta (razionale?) di esporre il tesserino e quindi dichiararsi appartenenti al lavoro verso il quale ci si sta dirigendo prima del necessario.
Siamo quello che facciamo molto prima di farlo? Non smettiamo di esserlo mai, se non quando ci togliamo gli abiti della giornata lavorativa e con essi il nostro distintivo? Il nostro lavoro ci identifica così tanto da utilizzarlo per distinguerci dagli altri o come scusante, giustificazione al nostro essere lì, su quel mezzo, a quell’ora? Stiamo parlando di uno strumento di riconoscimento che allarga la sua potenzialità? Non ci basta indossarlo quando è richiesto, la nostra mente ci chiede di mascherarci dal lavoratore che c’è sul pendaglio già all’uscita di casa, regalando quel tempo tra uscio e struscio al nostro datore di lavoro? Queste sono le domande che mi pongo, sì. In fondo, non quanto il nostro lavoro ci ingabbi, ma quanto siamo disposti a farci ingabbiare.
Oltre il faceto, quando incrocio un tesserino appeso al collo di qualcuno fuori, non sono tranquillo: immagino che il lavoro che ci etichetta sia un potente agente di identificazione, troppo potente, tanto da permeare anche quei momenti in cui potremmo essere semplicemente noi, ma in cui forse non vogliamo essere semplicemente noi, perché non saremmo nient’altro che noi – e questo ha il sapore del vuoto, che natura horret. Così ci vestiamo, giacca e zainetto e tesserino al collo, per tutta la giornata; tornati a casa, appendiamo il tesserino al chiodo e lì siamo noi, ma lo siamo tra le quattro mura della nostra rassicurante realtà, la libertà di essere noi senza etichetta può essere taciuta e goduta nell’intimo della nostra casa, della nostra routine, nessuno può contestarla né attaccarla, questa libertà che rende gli altri invidiosi odiatori seriali. All’ingresso, il tesserino è pronto per difendermi, domani, da qualsiasi definizione potenzialmente sbagliata: sarò quello che va a lavoro lì, che farà quello che c’è scritto lì, nient’altro. Non dimenticarlo, come non lo dimenticherò io.

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