Informazioni su Michele L

Urban ethnographer and writer. Lecturer in Human Geography at Cardiff University. Find at www.michelelancione.eu and @michelelancione

La Piana – 2/2

Che tenero, il Borghezio! Con quel suo fazzoletto. La camicia aperta e la sua testa patatona a fare un po’ giù, un po’ su. Una breve apertura degli occhi, lo smarrimento di un attimo, lo sguardo di un bambino che al supermercato non trova più i genitori, le mani sudate di una ragazza minuta pronta a baciarti ma che non sa come, uno sconto inatteso, un regalo sorpreso, e poi di nuovo un po’ giù, un po’ su. Una passata rapida di lingua sul labbro, un ripalleggiamento al palato col sapore di stomaco bianco, e poi di nuovo un assopire assopito assopirsi, giù, su, col treno che approccia Magenta. Che bello il ciondolare di Borghezio sul treno.

L’avete mai visto American Beauty? Il video che il ragazzo fa vedere alla tipa, quello della busta che balla mossa dal vento. L’avete mai visto? Quanta bellezza c’è, in quella busta? Quanta, in quella testa di cazzo – C, sia chiaro, di luogo comune – che ciondola sullo stesso regionale su cui stiamo viaggiando anche noi?

Non avevo la telecamera con me, allora. Se no sì che l’avrei ripreso, il Borghi. Altro che Blob! L’avrei rimontato come non mai. Anzi, l’avrei proprio preso si peso. In braccia. Lui che non si sveglia. Scendiamo a Torino e prendiamo così, insieme, la freccia del Sud. E lui dorme, dorme, su quel treno lunghissimo. Ci saremmo lasciati la Piana alle spalle e io con lui, insieme, saremmo scesi per la prima volta sotto la Linea Gotica. Un mondo sconosciuto. Gente coi bonghi. Gente coi calli. Gente che mangia panini farciti ovunque – nelle piazze, sui campanili, in coda al museo. Buste enormi, mandolini, scacciapensieri, e il Borghi che dorme. Dorme, dorme, fino a quando il treno si ferma e siamo costretti a scendere, entrambi. Siamo nella piana di Puglia. Intorno, è pieno di negri unti e sudati, cassette di pomodoro in giro, il sole alto nel cielo. Il Borghi allora si gira, mi guarda, e io credo proprio che si incazzi. Che sia lì lì per sbiellare. Con la bava, il ringhio e tutto il resto. E invece no. Muto, col suo mento e i suoi peli, aspetta che io gli dica qualcosa. È in effetti un po’ smarrito il Borghi. E così, un lampo di genio, gli dico: Sire, Maestà, ce l’abbiamo fatta. L’Italia è di nuovo un impero! Abbiamo invaso nuovamente l’Etiopia e, fatti due calcoli, abbiamo decretato ch’era meglio portarla qua! Lui ciondola. Si passa una mano sul mento, asciuga il suo crasso e poi sorride. E ha denti bianchi, il Borghi, bianchi come i denti dei negri che incuranti di noi continuano a lavorare, abbassandosi, piegandosi, spezzandosi, un po’ giù un po’ su, alle nostre spalle.

[fine]

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La Piana – 1/2

Io sono figlio della Piana Padana. Quando la attraverso in treno, questa piana, a volte, non sempre, penso a Borghezio e al concetto di bellezza. Vedete, ho imparato a riconoscere la bellezza anche in Borghezio. A 27 anni direi che è un traguardo invidiabile. Nel suo doppio mento unto, crasso, con la C, la C di luogo comune, c’è, a ben vedere, un po’ di bellezza. A lato, probabilmente, come i peli sul labbro superiore di una ragazza così così. O qualcosa del genere. Mi ricorda, quel mento, l’unto che fa la pelle sciolta del pollo in quelle vetrine dei girarrosti arabi che ci sono a Porta Palazzo. È rossiccia, bruciacchiata, fa chiazze marron che riempiono il cuore. Mentre sei o sette polli sono lì a girare da tempi in cui Averroé si faceva ancora le pippe, io sono capace di fissare quelle chiazze di unto per venti minuti buoni. E senza fumare. Non ho un cazzo da fare, direte voi. Bene. Ma il punto qui è un altro: il punto è che c’è bellezza anche nel mento ovino di Borghezio.

Una volta l’ho visto, sul treno. Il treno che attraversa la piana. La piana di cippi romani, di fiori ai lati delle provinciali, di cambi di mais e allevamenti suini. La piana Pirelli. La piana di quei paesi da quattrocento persone con due centri commerciali e il Trony, è ovunque il Trony. Che non ci sono proprio paragoni. Comunque, l’ho visto, a Borghezio. All’altezza di Rho. Era là, tre sedili più avanti dei miei. Sì, ero in prima classe. Ma non ditelo in giro, potreste rovinare la mia immagine di figlio d’operaio che legge il manifesto, ha le All Star scassate ai piedi e fuma solo tabacco rollato. Era là, quindi, con la sua camicia grigia, aperti i bottoni del collo, peli a venir giù come uno di quei terroni di Sila, e l’immancabile fazzolettino. Verde, è chiaro. E che faceva, il Borghezio? Che faceva, direte voi? Dormiva. Sì! Proprio come facciamo tutti noi, la domenica, quando torniamo a casa, ci sediamo sui seggiolini sfondati del regionale e iniziamo prima a scorreggiare lentamente – begli aloni caldi e soffici dallo sfintere (che bella parola, tra l’altro, sfintere, così musicale) – poi un lieve tepore ci accarezza la testa, emettiamo ancora un breve ruttino come un buffo a un bambino e iniziamo infine a ciondolare. Benedicendo così le lasagne di mammà. Ora, io non so se Borghezio avesse, allora, mangiato lasagne, né se chiama sua madre mammà – dubito, ma non ne ho la certezza – e non mi è neppure dato sapere di che colore scoreggia. Ciò che conta è che Borghezio, sul treno, ciondola come tutti noi. Io lo guardavo, rimasi sveglio apposta a guardarlo.  […continua…]

The boy in the bubble

“La superficie pare essere della stessa consistenza della guancia di mia madre quando aveva appena finito di piangere, e mi tirava su oltre le sue spalle per portarmi via di là ed io per un momento, prima di affrontare il mondo dall’altra parte della sua schiena, le sfioravo piano la pelle con la mia pelle e sentivo quello che le mie dita sentono ora: una soffice fragile frontiera di spuma. Non fa né caldo né freddo qua, la luce passa attraverso, forse attraverso anche me, ed è luce riflessa di caramello che riporta scomposte le sostanze del mondo sotto forma di colori tenui sempre diversi. Sono fermo tutto il giorno a guardarle e immaginarle queste sostanze, ci gioco con la punta delle dita le tiro a me e le mollo, le lascio partire e andare, lente nell’aria fino a quando si aggiungono alla parete della bolla. Ingrossandola. Che ci faccio qua dentro, non lo posso sapere. Io resto qua, attraggo e mi lascio catturare. Prendo in mano la luce che entra e la rispedisco un po’ qua e un po’ là. E’ l’unico senso che mi do, ma è un senso maggiore, è quello di immaginare che tutto quello che entra sia qualcosa di buono: immaginarne la forma, l’odore, sostanza, spessore. La superficie di questa bolla lo so, è fragile. Sembra il momento prima che la terra scosti la tenda del sole per fare spazio alla notte, lo spazio tra due mani che stanno per fare il loro suono di clack, la matrice che tiene unita i numeri primi a un sottoinsieme di potenze maggiori: sembra, la bolla, un giardino di curve boleane dove io posso continuare a immaginare il mondo che non so… ma che penso, aggiusto, costruisco senza rette. Senza piani. Libero di affondare le mani nei suoi seni e nelle sue altre sfere. La bolla è cristallo puro, una macchia nel cuore del burro più bianco dove io vivo e continuo ad affacciarmi oltre la spalla di mia madre sul mondo. La bolla è la corona corolla sopra la mia testa che mi permette di riflettere le cose con le braccia spalancate invaso di luce oltre i miei nervi e la schiena. La preservo con cura, con cura l’accarezzo. Io sono qui dentro. Nel fotogramma del mio occhio. Io lì vengo. Proteggo. Accarezzo la superficie oleosa di un’immaginazione che va oltre me, e ancora sono di sogno.”

Michele

Aperture

pensiamo a uscire, e a proteggerci
dagli spari della pioggia e dai maligni. Pensiamo
alle aperture improvvise
i contratti da rescindere
le valigie da preparare
i pacchi da spedire
lo spago con cui chiudere i capitoli e
affogare le parole.
pensiamo alle mollette appese al filo
che attraversa il giardino. al pesce rosso
nella pozza, alla finestra scardinata
pianta nell’angolo.
le maglie da piegare
i soldi e i sogni come granaglie
i giudizi da ignorare.
la schiena che si volta per
continuare a ripartire
mentre il suo padrone fa l’equilibrista
sul suo umore di filo
dentato, sdentato, spinoso,
scollato.
Michele

Eleonora dai capelli blu

Illustazione: Eleonora Mignoli ©

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Dima se ne è andato ieri. L’hanno riempito di botte in sala mensa, come prendere a calci un sacco di patate. Sono cose che succedono, diceva lui. Chissà se ora la penserebbe allo stesso modo. Si è lasciato dietro un accappatoio marrone, un paio di ciabatte, dei jeans e un pacco. Stanno lì, appesi nell’angolo buio, in un goffo tentativo di normalità su una delle pareti scrostate di questa stanza. Oggi piove, o meglio, c’è il clima adatto per pioggia. Lo sento, lo vedo dalla finestra che è un buco dieci per dieci. Il cielo è pieno di sé, le nuvole: rapide, e l’unico albero che si vede da qui sembra avere attacchi epilettici. Va a destra, a sinistra. Balla, si agita, come se non potesse uscire, lui. Per la rabbia, la rabbia che mi fa, devo smettere di guardarlo o lo accenderei, lo prenderei per fuoco. Tolgo lo sguardo e non mi resta che pensare. Finché non ne metteranno un altro qui dentro sarò solo. Proverò a far passare il tempo, che è la mia occupazione maggiore, l’unica, la migliore.

Ho preso il pacco di Dima e mi sono seduto sulla sua brandina sfondata che sotto il mio peso, sprofonda. È un pacco-scatola-da-scarpe, foderato con della carta beige, un po’ ammaccato ai lati con sopra un indirizzo quasi illeggibile. Ho guardato ancora un momento fuori dalla finestra, poi mi sono concentrato sul pacco, rompendo lo spago, scartandolo con la rabbia delle azioni precise, nette e sicure – che altrove si chiamerebbe cura.

La prima cosa è stata l’odore. L’odore di Romania non te lo puoi togliere di dosso: Dima aveva ragione. È uscito dal pacco un sapore di cibo fritto misto a cartone, un po’ umido un po’ primavera ancora da venire. È l’odore delle strade che entrano a Bucarest, lo sento. Lunghe lingue di asfalto a una corsia che tagliano le campagne da un lato e dall’altro, come affluenti per la grande metropoli, che ti accorgi che ci sei quasi dentro, alla metropoli, quando ti trovi d’un tratto con la faccia di fronte a enormi monoliti grigio antracite. Grandi, alti, possenti come il petto di un lottatore greco romano. Le fabbriche della potenza del socialismo reale. Acciaio, sudore: ingranaggi col grasso a colare da un piano d’aria a uno inferiore. L’occhio entra nel pacco. Mi è caduto subito sui tre pacchetti di Kent Ultras messi in fila, bianchi e blu, gli uni accanto agli altri, nel suo angolo destro. Ne ho tirato fuori uno e l’ho guardato per un momento. Le Kent Ultras, me le ricordo. Dima mi aveva raccontato che in Romania, nella Romania del post-socialismo, le Kent Ultras erano molto ricercate. Fungevano da moneta da conto, moneta di scambio, e lasciapassare. Andavi al mercato, in un mercato qualunque – Pantelimon, Titan, Piata Unirii – e la scena era sempre la stessa. Donne dalle guance rosse e dalla testa piantata nel corpo, donne senza collo coi calli alle mani e le dita segnate, che ti guardavano dietro ai loro banchi – lastre di pietra su cassette da frutta – vuoti. Non c’era niente, al mercato. Ma se tiravi fuori le Kent Ultras, le patate spuntavano; i cavoli; le verze. E quelle carote rumene, così sporche di terra, così grasse, belle, piene, quelle carote saltavano fuori da sotto il bancale e te le potevi permettere. I soldi non contavano più nulla nella Romania post-89: il massimo risultato del comunismo raggiunto quando il comunismo era ormai da un pezzo defunto. Ho aperto il pacchetto, ho portato una Kent alle labbra e me la sono lasciata fumare. Due boccate piene, distese; un viatico per il mio viaggio nella terra di Dima. Mi sono rituffato nel pacco.

Ho pescato un fagotto avvolto nella carta da giornale – l’Evenimentul Zilei, per la precisione. Uno strato esterno, un altro – leggermente unto – e poi un terzo in carta assorbente. Ed ecco spuntare uno dei famosi Gogosi cu branza. Non ne avevo mai visto uno prima di allora, ma quello era, ne sono sicuro, un Gogoso cu branza. Duro ormai come la pietra, ma ancora levigato dall’olio in cui era stato fritto: un panzerotto pieno di formaggio salato, un cibo zigano diventato piatto nazionale per la fame delle strade di Dacia. L’ho annusato per bene, me lo sono passato sotto il naso tanto da lasciare l’olio penetrare nei miei baffi neri e sformati. Un po’ dolce, un po’ salato: quell’odore tipico da Patiserie lungo la strada, che incontri magari prima di entrare in uno di quei parchi enormi, immensi, di cui Bucarest è piena. Ci arrivi, venendo su dalla metropolitana, lasciandoti il suo odore benzene alle spalle e quando ci sei dentro ti sembra di essere in un altro paese, fatto di gabbiani prati e bambini dall’aspetto normale. Addenti il tuo Gogoso, hai un’orgasmo dolce e salato, e puoi anche camminare con la testa reclinata, tanto stai bene. Ma io questo Gogoso non lo posso mangiare, ora. È duro, freddo: è un martello con cui posso solo battere il muro, senza speranza alcuna di poterlo scalfire. L’ho posato sul letto e ho continuato a darmi da fare. Il pacco contiene ancora tre cose. Ho afferrato qualcosa di soffice e ruvido allo stesso tempo. Calze. Spesse, negre, di lana cucita con la rabbia di chi deve lottarci, col freddo. Le ho messe da parte, e ho tirato su un piccolo pacchetto di plastica colorato di blu e di giallo, con su scritto “Seminţe de floarea-soarelui”: semi di girasole da mettersi in bocca, sgusciare, spolpare e pensare. “Seminţe de floarea-soarelui”. Dima li avrebbe comprati per strada, da quei vecchi che l’hanno visto il socialismo reale. Da quei vecchi che, con le loro mani segnate, l’hanno visto Ceausescu, salire e scendere dagli elicotteri, andare in giro con le macchine nere e blindate, radere al suolo il centro città e costruirci palazzi alti, enormi e bianchi come una follia. Vecchi che hanno oggi il volto scavato in rivoli rosa, e vendono semi di girasole per strada, tra la gente che va e che viene, che gli passa accanto e non sa, non vuole più sapere. Ho guardato ancora un poco i semi e con loro quei vecchi, le loro guerre… poi li ho messi da parte. Al fondo del pacco, c’era una foto. Con una dedica, sul retro: “Te iubesc, Dima mea dulce[1]”. La foto raffigurava il girasole personale di Dima.

Eleonora dai capelli blu. Se li tingeva, non tutti però. Aveva due strisce blu che le segnavano un corso d’acqua in testa, fino alla fine del suo caschetto, dove iniziavano gli occhi marroni puntinati di verde, il sorriso di chi ha una vita che sboccia di continuo nel seno e nel cuore, e le guance all’insù che Dima tanto amava, che Dima tanto sognava. Eleonora non era di Bucarest. Dima l’aveva conosciuta in un paesino sperduto della Bucovina, a Nord Est, regione povera e di confine. Brulla e vitale, come il suo amore, l’amore che Eleonora aveva nel petto fin dalla nascita, verso la vita, verso le cose. Dalla foto potevo sentire il gusto di quella marmellata di fragole che sanno fare lassù, vicino ai monasteri dipinti di dentro e di fuori. Una marmellata così dolce e densa, profumata e speciale che Dima aveva la fortuna di assaggiare ogni giorno sulle labbra di quella ragazza giovane e fresca, chiusa in quel fotogramma. Chissà quante volte, insieme, saranno andati a correre nei campi di grano, sterminati, che ci sono in quella regione. Campi di cui non vedi la fine, e in cui non sai come ci sei finito dentro. Volevi seguire un albero visto all’orizzonte, forse. O forse eri attratto da quel crocifisso senza nome, ferro arrugginito piantato per l’anima di un contadino. Campi gialli, cielo immenso, vento celeste. Una grande Romania infinita, libera, come il seno al vento di Eleonora, il suo orgasmo migliore dettato dai baci di un ragazzo inesperto. E poi i piani, la vita. I baci dati e quelli rubati. I sogni. I soldi. La felicità che si deve comprare come tutto il resto. No, Dima? La tua partenza e il tuo lasciarti alle spalle quella tua speciale Eleonora, per tornare vittorioso, credevi, ad amarla più di allora.

Illuso, mio Dima.

Me la immagino ora su questa branda sfondata, la tua Eleonora. Attraversa la strada, costeggia il bordo del canale che taglia in due la città, passa il ponte e giunge sull’altra sponda, circondata dal vociferare di motori tutto intorno a sé. È scesa fin giù a Bucarest per cercare notizie di te. Squadra un attimo il cielo, solcato da una scia nera che viene su dalla ciminiera di una fabbrica a un isolato da lì, e si butta veloce giù per gli scalini in pietra che portano sottoterra. Un puzzo di umidità mista gasoline la avvolge, un caldo afoso le entra tra il bomber e la maglia col collo alto, fa il biglietto e scende ad attendere la metro scassata, la metro buia, profonda come la notte. E mentre uno storpio scalzo la tampina per chiedere elemosina, lei è altrove, aldilà. E io so dove sta andando il suo sguardo. So dove viaggiano i suoi occhi brillanti, infiniti, marroni dai puntini irregolari di verde. So dove gira la sua mente, troppo sveglia per essere vera. Lei è tesa, come una bussola a nord. Il nord di questa prigione. Il nord del suo Dima-sacco-di-patate che se n’è andato in cucina, un giorno qualunque, come una cosa che accade.

Richiudo il pacco, lentamente. E rimango solo. Non c’è un rumore, anche il vento e l’albero, là fuori – lo so – hanno smesso di ballare.

Ho le mani su un diario a cielo aperto, ora. Un diario di cartone pronto per viaggiare, ogni volta che vorrò, fino a quando potrò. Viaggiare per lasciare il segno, come gli odori di queste piccole cose. E ringrazio Eleonora, per questo viaggio. Dima, per questo giorno. Poi afferro il pacchetto di sigarette dalla branda e mi accendo un’altra delle loro Kent, una delle loro Kent Ultras. Una Kent che userò come merce di scambio, come un aereo, una linea di fuga. Come se ridessi in faccia al destino. Ma forte, deciso, a muso duro così come la vita me l’ha dato… mentre mi lascio cadere all’indietro, sulla branda bagnata di questo lurido CPT[2].


[1] Ti amo, mio dolce Dima.

[2] I centri di identificazione ed espulsione (CIE), prima denominati centri di permanenza temporanea (CPT), sono strutture istituite in ottemperanza a quanto disposto all’articolo 12 della legge Turco-Napolitano (L. 40/1998) per ospitare gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile.

Nell’ordinamento italiano i CIE costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento). (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Centro_di_identificazione_ed_espulsione).

Michele