Informazioni su arikita

Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

Tornare a casa

Ci è stato consigliato, poi chiesto e, infine, imposto di stare a casa.
Per starci, però, bisogna anzitutto tornarci.
Quanti di noi si trovano in luoghi (fisici ed emotivi) che possono chiamare “casa”, un posto sicuro, in cui stare bene?
Quanti invece si sono resi conto che – senza il lavoro, le uscite culturali e i bar – non ha più senso rimanere nella città in cui abitano e, di colpo, hanno sentito il costo relazionale della migrazione, che li ha portati lontani dalle persone che più amano e che più li amano?
Milano, per esempio: una città difficile da abitare (per ragioni economiche) e da cui si scappa appena si può nei fine settimana e nelle vacanze scolastiche, verso i laghi, le montagne, il mare oppure verso paesi lontani, ché più il viaggio è lungo più fa grande (interessante) il viaggiatore.
Eccoci invece costretti qui, dove paghiamo affitto o mutuo, dove il lavoro e la scuola dei nostri figli, proprio qui, possiamo forse provare a tornare a casa, pur senza muoverci? Oppure possiamo chiederci dove vorremmo costruire la nostra futura casa, quali relazioni sono centrali nella nostra vita e, dunque, quali persone vogliamo vicine?

Perché adesso l’abbiamo capito: è un’illusione stare vicini quando si vive lontani.

È possibile, quindi

È possibile, quindi,
udire
le sirene delle ambulanze
e insieme
il tuo trillo gioioso
nel gioco del cucù.

È possibile, quindi,
non dire
la paura
che prima o poi
né il sollievo,
inaspettato,
quando infine.

È possibile, quindi,
lasciare la presa
smettere ogni sforzo
e lasciarsi accadere.

 

 

Primi passi

Forte la paura:
esitante lasci
la presa, affronti
l’incertezza
dei tuoi primi passi
da solo.

Forte la paura:
potresti inciampare
oppure cadere
all’indietro – la testa ancora
pesante.

Più forte però
il desiderio:
qualcosa o qualcuno
ti attira
ti spinge
e allora, ecco,
vai!

Ho per te pensieri

Ho per te pensieri
meschini:
che il mondo finisca,
esploda o anneghi
purché tu
tu soltanto
sia salvo
e sano.

Ho per te pensieri
liberi:
vai, vivi, sperimenta,
prova e impara
sbagliando
ciò che ti serve.

Ti penso e ripenso
fino al tuo
Ah!
che mi riporta
qui, sul tappeto
la tua presenza:
il nostro presente.

È andata com’è andata

Dicevi che io
avevo arricchito
la coppia
e lei
equilibrato
il rapporto con me:
prima unica, adesso
sorella.

Certo, poi è successo
quello
che è successo,
non subito però,
eh no, all’inizio no.

Dopo, una volta successo,
le cose sono andate
un po’ tutte
così, in generale
diciamo è andata
com’è andata.

E com’è andata
esattamente, mamma?
Vorrei chiederlo
con occhi puliti
di meraviglia,
vorrei ascoltarlo
con la voce
di chi ancora non parla
e dopo il tuo racconto
dire: Ah
di di di
tate
e battere le mani.

Perché è andata
com’è andata
ma noi, accidenti,
siamo stati bravi:
bravissimi.

 

 

 

 

Preghiera delle madri che perdono

Preghiera delle madri che perdono
la pazienza:
è un attimo, dopo
notti
lotte contro
indomabile appiccicosa
stanchezza come polpa di pesca.

Preghiera delle madri che perdono
l’amore
solo un istante
di sfogo, che paura
quel tono
quella durezza, pietra senza
muschio né cuore
di mamma.

Preghiera delle madri che perdono
la fiducia
di essere – nonostante e ancora –
madri
sufficientemente buone.

Che possiamo sentire
una tenerezza nuova
e cullarci avvolte
al di là dei meriti
delle colpe.

Deserto

Ti ho vista pregare

Ti ho vista pregare
seduta sul divano
in punta, al solito,
timorosa di disturbare
d’imprimere
il tuo segno nel mondo.

Era sera, ieri, e tu
dicevi
il desiderio profondo
del tuo cuore.

Io non lo chiedo più, mamma,
ho smesso
fa male
il semplice desiderare.

Scava, apre, illumina
lo scarto
tra questo dolore, vivo,
e il possibile di prima,
immaginato.

Mia sorella però è tua figlia
e una mamma
non si arrende.

Oggi sei stato in altalena

Oggi sei stato in altalena
per la prima volta
e io non c’ero.

Non ho visto
la tua bocca che si apre
per far spazio
allo stupore,
non ho sentito
la tua risata chiara,
ruscello di montagna.

Era la prima volta
ma molte seguiranno:
io vado al lavoro
e tu
diventi grande.

Dormo meglio con te

Dormo meglio con te
appiccicato
col respiro pieno
di catarro
e le braccia
allargate a croce.

Dormo meglio con te
scomoda
con la paura
di schiacciarti
stretta su un fianco
a trattenere la tosse.

Anche i grandi
vedono mostri notturni
ombre lunghe
come pensieri
nei giorni non ancora.

Stammi vicino
tu che sei piccolo
e ti basti
con la tua mamma.