Informazioni su arikita

Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

Parole incespicanti

Parole incespicanti
incerte nel vuoto
l’attimo instabile
tra punta
e tallone.

Parole che scoprono
per la fatica
di tenere dentro
schiacciata in fondo

una rabbia nuda.

 

Foto: Nadia Lambiase

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Il tuo bisogno rimbomba


Il tuo bisogno rimbomba:
ti fai fragile e potente
mi fai forte perché
chiedi
la forza che si deve.

Le parole taccio
di scandalo:
quanti pesi, quanto pesi.

 

Foto: Iran 2017

Denti

Mi sono accorta
di avere due canini
scheggiati
i molari usurati lisci
come pietre
di mare.

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Ho addentato
il mantello nero
della notte
per tenerlo più corto
impaziente
del tuo risveglio al mattino
quando ascolto e tocco
che ci sei
ancora.

Ho masticato cose
dure
così come sono
crude e taglienti
le ho rigirate in bocca
a consumare smalto
sanguinare gengive
riaprire cicatrici
bianche e vive
come un’assenza.

Ho strappato a morsi
pelle e unghie
giorni d’ansia
da tirare a sera
quando il sole fuori
e i buchi più bui
del poco che mi sento.

Ho triturato
interi bocconi
di non voglio
schiacciati e rivoltati
nello sforzo di sentirli
docili e molli
d’altro impasto.

Arriva però il momento
di deglutire
mandar giù
dentro oltre i denti
con testa e coda
che scivolano
anguilla di fiume
e nel mezzo qualcosa
testardo
rimane.

 

Foto: Lisbona 2017

Perché piangi

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Perché piangi?
Scusa ti ho svegliato
proprio tu
che domani sarai
a trattenere il respiro
a contrarre la spalla
destra, piango
perché ho sentito Salvini
dire chi muore
non è vivo non c’interessa
perché ho visto il sorriso
odioso di Berlusconi
di nuovo sicuro
piango
perché ho toccato
le pieghe
sulla tua fronte
fatica e commozione
un soffio appena.

 

 

E’ anche che ho aspettato
mezz’ora il tram
stasera, sono stanca ma
un amico parte, un altro
ancora la Svizzera
e un contratto
che lascia aperta la fine.

Scusami, amore, scusa:
non riesco
adesso
a piangere piano.

 

Foto: Islanda, 66° Nordur 2.0

La piega della tristezza

Milano, lunedì mattina, tram 14.
Umanità schiacciata e infastidita dal contatto reciproco, ciascuno pensando allo spazio che vorrebbe prendere, e allo spazio occupato dagli altri.
Tra una fermata e l’altra, un signore calvo con gli occhiali si mette a sbraitare contro il vicino: “Se non ti piace tornatene nel tuo Paese! Caproni! Puzzate come dei caproni, ci mettete il profumo sopra per coprire la puzza… fate schifo!”.

Mentre mi unisco al coro dei “Basta! La smetta!”, cerco il viso dell’uomo a cui sono rivolte quelle parole. Ma vedo soltanto la nuca, il collo, dove una piega, di colpo, profonda: la piega della tristezza.

Ho ferito chi amo /2

Val Sessera 2017

Ho ferito chi amo.

Non amassi, forse,
chissà, non so
dunque
amare senza?

Ho ferito per rabbia,
per abitudine,
per farti sentire
quanto fa male.

Ho ferito per vedere
se resti, se davvero
puoi
amarmi, anche così.

Ho scoperto che sì:
tu, ma io?

Autunno

2313

Potessi inzuppare il cielo
come un biscotto nel tè
lo farei gocciolare
su questo filo d’erba,
giallo di sole.

Siamo venuti a vedere
l’autunno, marrone
con rosso:
a Milano arriva in gola
a grattare, a chiedere
miele.

Siamo venuti a fare fatica
nelle caviglie,
nelle ginocchia, nel fiato corto
necessario
a ogni passo.

Siamo venuti in salita,
a sentire la sete,
la fame, il sonno
che non puoi rimandare.

Siamo venuti a farci piccoli
tra le rocce e i castagni,
a spingere dentro
l’aria sottile, qui
sopra il nero,
denso di città.

Siamo venuti
a sdraiarci,
a guardare tra i rami
secchi,
a stare fermi,
a pregare la pioggia.

Foto: Gegio

Non abbastanza lontano

 

Mi hai fatto del male
e non me l’aspettavo.

Forse ti ho idealizzato e speravo
in carezze come fai con gli amici
e non che mi “trucidassi”
come fossimo nemici.

Mi hai spezzato il cuore
e, senza far rumore,
mi hai lasciato sola nella confusione.

Mi rimprovero l’ansia, il non aver respirato
e di averti permesso di togliermi il fiato.

Ripenso a me sdraiata sul divano
e a quanto quel pianto non sia ancora lontano…

 

Testo: Filiderba
Foto: Serena