Informazioni su arikita

Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

Ho ferito chi amo

Ho ferito chi amo.

È stato
facile: avvicinarsi,
aprire la bocca,
spingere fuori
una manciata di parole.

È stato
veloce: in tutto,
credo,
pochi secondi.

E ora che è passato
un giorno
siamo qui,
con gli occhi umidi
a fissare quelle parole.

Cinque parole che stanno.

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Foto: Lisbona 2017

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Perché un figlio

Perché un figlio – chiedo
come perché
perché proprio
un figlio, perché?

Beh ovvio: la natura, la biologia,
e poi tutti ormai
adesso, forse
possiamo, non sempre potremo,
per essere felici,
perché più felici con.

Un figlio perché la cultura,
il sistema sociale,
per non morire
accartocciati senza
nemmeno uno sguardo
a fare caldo attorno.

Un figlio perché terrorizza
il vuoto davanti,
per lasciare qualcosa
come scudo
contro il male del mondo.

Un figlio perché i nonni,
la stanza già pronta,
per chiudere la porta
e parlare soltanto
di pappa, cacca, nanna.

Un figlio per tornare bambini,
per crescere ancora,
per aprirci
a terribili cose possibili,
per non pensare
ai sette miliardi umani,
al clima che cambia,
per tenere tutto piccino
dentro a una mano.

Un figlio per avere
una creatura nuova
che esiste,
non dà spiegazioni,
per sentire insieme
fortissima paura e poi
qualcosa di sottile, simile
a una carezza.

Foto: Gegio

Tenere le cose insieme

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Tenere le cose insieme
vuol dire metterle
e lasciare che stiano
in uno stesso posto.

Difficile ma, per cominciare,
l’inventario: quante sono,
quali forme e colori, lo stato
di conservazione.
Una per volta guardarle,
ricordare e dire
il nome.

Poi, con l’elenco di tutte le cose
che ci sono, prepararsi
a disporle su un piano
non inclinato, facendo attenzione
ché spesso, senza volerlo,
finiscono sul bordo le cose
di dubbio gusto e manifesta
inutilità, dono di persone amate
e tradite, odiate, segretamente
invidiate.

Son proprio quelle le cose
a volar via ai primi venti d’autunno,
appena s’alza una rabbia
un poco più cattiva, troppo
a lungo imprigionata.

Tenere le cose insieme
tutte le cose
per tutto il tempo.

 

Foto: Islanda, Blog 66° Nordur 2.0

Lavorare gratis (ma anche) no

“Mi ha detto esplicitamente che è disposta a fare lo stage gratis… beh… potremmo pensarci”
“No, abbiamo sempre retribuito gli stage, continuerei a farlo”
“Beh comunque se è disposta a lavorare gratis significa che è davvero motivata… è un punto a favore, no?”

No, significa che non ha coscienza dei suoi diritti né del valore del suo lavoro. Ed eventualmente può significare (punto a sfavore) che non è sensibile al tema delle disuguaglianze tra chi può contare su risorse famigliari e chi, invece, ha bisogno di reddito.

Difendiamoli, quei pochi diritti che ci sono rimasti.
Eccheccazzo.

Che questo dolore finisca

Che questo dolore finisca,
che tu
muoia:
se non puoi smettere
di ammalarti, allora
non resta che questo
pensiero terribile.

La tua esistenza
pesa
come un asciugamano,
zuppo di lacrime.

In questa città
di tubi roventi e panchine
deserte, non c’è posto
dove accovacciarsi
e respirare.

Foto: Iran 2017

 

Voglio scrivere dei tuoi occhi

 

 

img_6597.jpgVoglio scrivere dei tuoi occhi,
i tuoi occhi oggi, amica mia,
sotto a questi tronchi lunghi
e foglie aperte come mani,
a proteggere la nostra pelle
bianca (cielo d’inverno).

Ho visto rami rossi
attorno all’iride,
rami spogli, senza:
anche se domenica, anche se
qui,
dove ancora si vive,
non ci sono ripari per te.

Tutto brucia, in Grecia
stanno bene ma
sempre peggio:
se non hai soldi, se non paghi
la chemio
muori.

Dici, poi: “Basta”.
E’ domenica,
siamo qui: basta.

 

Foto: Barcellona 2017

Alla mia rabbia

E va bene: ti ho vista, ti ho sentita,
adesso però
smetti di correre intorno:
siediti.

Come devo fare con te?
Arruffata con i pugni serrati,
il broncio e gli occhi scuri,
come posso
cullare il tuo morso?

Vuoi addormentarti con una parola
per immaginare
cose lontane, non queste,
cattive
così dentro, incastrate a stare.

 

 

 

 

 

 

L’odio è nelle tue lacrime
appuntite
che nascondi,
non sai nemmeno perché
ma cresce
tutta questa, e ancora
paura.

Nessuno verrà
a salvarci.
Siamo e saremo insieme
io e te:
meglio allora che ti sieda.

Parliamo.

Foto: Iran 2017

Il punto in cui fa male

C’è un punto, da qualche parte,
qui con me, in cui
ti sei accoccolato
ti sei acciambellato
hai fatto il nido
hai fatto la tana
te ne stai lì, fermo
a tremare di paura
a piangere di rabbia
per il dolore del mondo
che ti attraversa come spilli.

Restiamo appiccicati, a premere
forte
le nostre parti morbide, aperti
come ferite, ad ascoltare
il suono delle mie mani
che ti accarezzano i capelli:
fruscio di vento tra le foglie.

 

Foto: Nadia Lambiase

 

Beata ignoranza

Quando sono stanca
della densità
dei nostri spigoli, quando
sul tram affollato
uno scroscio di voci,
allora
ringrazio
la mia ignoranza
delle cose animali.

Il canto degli uccelli è per me
musica
senza parole.
Forse questo trillare melodioso
il promemoria
per la dichiarazione dei redditi
e il cinguettio di rimando
un rimprovero rabbioso
per dimenticanze
distrazioni
errori.

Forse, soltanto forse:
posso stare
e non capire.

Foto: Essaouira 2016