Informazioni su arikita

Che ci faccio qui, su questo pianeta? Di preciso non lo so. Me lo chiedo spesso, però. Per ora sono arrivata alla conclusione che sia per contribuire a rendere la realtà interna (me stessa) ed esterna (il mondo in cui vivo) un posto più accogliente per tutti. Per sentire mie le battaglie combattute in nome dell’uguaglianza, della libertà, della giustizia. Per esercitare la compassione e provare a comprendere.

Preghiera delle madri che perdono

Preghiera delle madri che perdono
la pazienza:
è un attimo, dopo
notti
lotte contro
indomabile appiccicosa
stanchezza come polpa di pesca.

Preghiera delle madri che perdono
l’amore
solo un istante
di sfogo, che paura
quel tono
quella durezza, pietra senza
muschio né cuore
di mamma.

Preghiera delle madri che perdono
la fiducia
di essere – nonostante e ancora –
madri
sufficientemente buone.

Che possiamo sentire
una tenerezza nuova
e cullarci avvolte
al di là dei meriti
delle colpe.

Deserto

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Ti ho vista pregare

Ti ho vista pregare
seduta sul divano
in punta, al solito,
timorosa di disturbare
d’imprimere
il tuo segno nel mondo.

Era sera, ieri, e tu
dicevi
il desiderio profondo
del tuo cuore.

Io non lo chiedo più, mamma,
ho smesso
fa male
il semplice desiderare.

Scava, apre, illumina
lo scarto
tra questo dolore, vivo,
e il possibile di prima,
immaginato.

Mia sorella però è tua figlia
e una mamma
non si arrende.

Oggi sei stato in altalena

Oggi sei stato in altalena
per la prima volta
e io non c’ero.

Non ho visto
la tua bocca che si apre
per far spazio
allo stupore,
non ho sentito
la tua risata chiara,
ruscello di montagna.

Era la prima volta
ma molte seguiranno:
io vado al lavoro
e tu
diventi grande.

Dormo meglio con te

Dormo meglio con te
appiccicato
col respiro pieno
di catarro
e le braccia
allargate a croce.

Dormo meglio con te
scomoda
con la paura
di schiacciarti
stretta su un fianco
a trattenere la tosse.

Anche i grandi
vedono mostri notturni
ombre lunghe
come pensieri
nei giorni non ancora.

Stammi vicino
tu che sei piccolo
e ti basti
con la tua mamma.

Il dio dei credenti

Il dio dei credenti
non è
come noi
che dopo un certo
tempo
imploriamo una svolta
una fine
basta.

 

 

Lui invece
non si stanca
di aspettare
di guardarti
e nota la prima
piccola curva
all’insù.

Seme d’un sorriso.

Foto: Danimarca 2010

Non siamo mai andate d’accordo

Poi di colpo,
in mezzo alla rabbia
per la tua prepotente
fragilità,
mi tagliano nette
raffiche di dolore
e arriva dritta
la tua
pena inconsolabile.

Non siamo mai
andate d’accordo,
piuttosto due note
stonate
e in modo diverso
fuori posto, non ci saremmo
forse scelte ma
così la parentela:
legami, nonostante.

 

Foto: Parigi 2018

Lasciarsi toccare

Come molti neo-genitori, ho seguito un breve corso di massaggio infantile.
Ecco qualche appunto sparso sul tema.

I neonati integrano più facilmente nel proprio schema corporeo le parti che vengono toccate, nude. E se anche per noi grandi funzionasse un po’ così? Forse anche nel nostro caso esistono soltanto le parti di noi che lasciamo – almeno ogni tanto – esposte allo sguardo altrui, e al contatto. Le parti che invece teniamo sempre nascoste, sempre protette a un certo punto smettono di esistere perfino per noi stessi.

Toccare è sempre reciproco: chi tocca è anche toccato, inevitabilmente. Se massaggio il mio bimbo, la sua pancia è toccata dalla mia mano, e la mia mano dalla sua pancia. E’ dunque un’esperienza intima per entrambi, ché anche toccare espone, non solo lasciarsi toccare.

Il contatto è generativo: una mano e una pancia che si toccano sono qualcosa di nuovo e di più della mano e della pancia prese singolarmente. Allora occorre curare sia il momento dell’avvio del massaggio (chiedendo il permesso prima di massaggiare) sia il momento della fine (staccando delicatamente e lentamente le mani, in modo che la transizione sia graduale).

Il massaggio produce sempre un effetto, anche se non immediato. Più una pancia (o una gamba, o una schiena…) è massaggiata, più – in qualche modo – “matura”.

Preghiera semplice

Dio delle madri
insonni
a vegliare su pensieri
appuntiti e disordinati
come chiodi in una scatola
a vegliare su figli
malati e pieni
di paure
fa’ – ti prego –
che le mie carezze
restino
ingombranti e ostinate
fa’ – ti prego –
che il mio piccolo
ci scivoli sopra, c’inciampi contro
quando tagliente e ruvido
quando buio e stanco
fa’ – ti prego –
che le trovi
senza cercarle.