22 mesi

22 mesi:
chi mai li conterebbe
se non un genitore?
(né cifra tonda
né tappa significativa
dello sviluppo)

22 mesi
che ti ascolto, ti tocco
ed è cambiato
il mio sguardo:
adesso noto ogni cane
e mi entusiasmo
gioiosa
al passare dei camion.
Cacco!

Sei diventato timido
non lo eri
lo sei: quindi?
Distogli lo sguardo,
ti nascondi,
afferri i giochi
desiderati, solo
con la mia mano.

Sento crescere
ombre dense
dentro:
il passato che dice
del futuro, ma questo
è un pezzo
tutto mio.

Una cosa invece
vorrei dirti
nella timidezza
di questi due anni
non ancora.

Non si vive di lato
e neppure prima
neppure dopo
o, meglio, sì
però meno
e si perde tanto
a non prendere
il volo
una mano tesa.

Non ti ho amato

Non ti ho amato
stanotte, è successo
all’improvviso
rabbia
e ti ho visto
come nessuno
dovrebbe sentirsi:
un ostacolo
da rimuovere.

Volevo dormire,
solo questo,
e sono diventata
stanza spoglia
tutto buio
di là il tuo pianto
e io ferma.

La cosa più difficile
è stata la tua fiducia
ostinata
nel chiamarmi mamma
è stato il tuo amore
semplice
nel calmarti al mio arrivo.

È durato poco
è durato troppo?
Stamattina il tuo sorriso
non ricordava
insegnami, piccolo,
a perdonare.

Da dove parli?

Parli dal luogo
dov’è iniziato,
da cui è partito
a scricchiolare
più forte e minaccioso,
dal punto in cui
la paura
è diventata cicatrice
molle non tenera
sulla tua fronte.

Da quel posto
mi parli
con voce vuota
di parole
ma densa di sospiri, sei
ancora lì,
dove ti è rimbalzata addosso
la colpa, avida
e nera
come una zecca.

La cosa più coraggiosa

La cosa più coraggiosa
è stata guardarti,
oggi, scendere da solo
tre gradini
e sentire il vuoto
e tacere l’urlo.

La cosa più difficile
è stata desiderarti
dire la mancanza
e lasciare spazio
e tenere aperto.

La cosa più vera
è stata pensarti
capitato, come tutto,
e questo mondo che spaventa
e io che fatico
non sono pronta.

La cosa più bella
è stata nascerti
qui, con me.

Tornare a casa

Ci è stato consigliato, poi chiesto e, infine, imposto di stare a casa.
Per starci, però, bisogna anzitutto tornarci.
Quanti di noi si trovano in luoghi (fisici ed emotivi) che possono chiamare “casa”, un posto sicuro, in cui stare bene?
Quanti invece si sono resi conto che – senza il lavoro, le uscite culturali e i bar – non ha più senso rimanere nella città in cui abitano e, di colpo, hanno sentito il costo relazionale della migrazione, che li ha portati lontani dalle persone che più amano e che più li amano?
Milano, per esempio: una città difficile da abitare (per ragioni economiche) e da cui si scappa appena si può nei fine settimana e nelle vacanze scolastiche, verso i laghi, le montagne, il mare oppure verso paesi lontani, ché più il viaggio è lungo più fa grande (interessante) il viaggiatore.
Eccoci invece costretti qui, dove paghiamo affitto o mutuo, dove il lavoro e la scuola dei nostri figli, proprio qui, possiamo forse provare a tornare a casa, pur senza muoverci? Oppure possiamo chiederci dove vorremmo costruire la nostra futura casa, quali relazioni sono centrali nella nostra vita e, dunque, quali persone vogliamo vicine?

Perché adesso l’abbiamo capito: è un’illusione stare vicini quando si vive lontani.

È possibile, quindi

È possibile, quindi,
udire
le sirene delle ambulanze
e insieme
il tuo trillo gioioso
nel gioco del cucù.

È possibile, quindi,
non dire
la paura
che prima o poi
né il sollievo,
inaspettato,
quando infine.

È possibile, quindi,
lasciare la presa
smettere ogni sforzo
e lasciarsi accadere.

 

 

Primi passi

Forte la paura:
esitante lasci
la presa, affronti
l’incertezza
dei tuoi primi passi
da solo.

Forte la paura:
potresti inciampare
oppure cadere
all’indietro – la testa ancora
pesante.

Più forte però
il desiderio:
qualcosa o qualcuno
ti attira
ti spinge
e allora, ecco,
vai!

Ho per te pensieri

Ho per te pensieri
meschini:
che il mondo finisca,
esploda o anneghi
purché tu
tu soltanto
sia salvo
e sano.

Ho per te pensieri
liberi:
vai, vivi, sperimenta,
prova e impara
sbagliando
ciò che ti serve.

Ti penso e ripenso
fino al tuo
Ah!
che mi riporta
qui, sul tappeto
la tua presenza:
il nostro presente.

È andata com’è andata

Dicevi che io
avevo arricchito
la coppia
e lei
equilibrato
il rapporto con me:
prima unica, adesso
sorella.

Certo, poi è successo
quello
che è successo,
non subito però,
eh no, all’inizio no.

Dopo, una volta successo,
le cose sono andate
un po’ tutte
così, in generale
diciamo è andata
com’è andata.

E com’è andata
esattamente, mamma?
Vorrei chiederlo
con occhi puliti
di meraviglia,
vorrei ascoltarlo
con la voce
di chi ancora non parla
e dopo il tuo racconto
dire: Ah
di di di
tate
e battere le mani.

Perché è andata
com’è andata
ma noi, accidenti,
siamo stati bravi:
bravissimi.