Il sogno della circolare

Nell’alba la nebbia si stacca da terra
nell’alba
prega il torrente al confine
la preghiera dei sassi.
E’ lunedì e si sente il suono dell’acqua.
Vedremo il perché.
Ancora riposa la sega
e la pialla
già sveglia aspetta le mani.
Aspetterà ancora a lungo,
vedremo il perché.
I tronchi e i pacchi di travi
sembrano un vicolo cieco
solo da sopra si scorge il disegno
o da dentro
da dove quel sogno proviene.
Come a saperlo
stamane distilla ogni legno
un sudore di ambra comune
non è proprio un pianto
piuttosto un dialetto
un modo per annunciare
la morte del segantino.
Questo dedalo d’assi
macchinari, muletti
è lasciato alla terra
è lasciato agli eredi
sporco di fango e fatica
di cui
la famiglia non sa più che fare.
E’ ancora presto e d’inverno
il lavoro inizia con calma.
Oggi però
la calma è protratta
e sogna ancora la sega
di tronchi d’ebano e oriente
e nel sogno
strano le pare
che non sia ancora tempo
di spaccarsi la schiena.

Sotto casa

Il bacio si sa è dei ragazzi

che incuranti del mondo

nel bacio ne prendono parte.

Il lavoro è duro la sera

con la bici e nel freddo

con lo zaino quadrato

e la paga da poco

per arrotondare.

Coi minuti contati, le consegne da fare

è bello a vent’anni

trovare un minuto

appoggiare la bici alle scale

e salire un istante alla porta

per lasciare al piano un pacchetto

di labbra, fretta ed eterno.

Lei chiude gli occhi

prende in consegna l’amore

ché si vede

è tutto in quel bacio

e rientra di corsa alla casa.

Lui rimette il caschetto

inforca la bici e riparte

due pizze tra poco

e chissà

più tardi una cena di sushi.

Femmina

Solo oggi:

che bella femminuccia che sei

è proprio una femmina

parla come una femmina

che principessa

si vede che è una femmina.

Ma non si vede proprio un cazzo

si vede

una bambina che prova a stare al mondo

in un mondo

che continua a dirla femmina.

Inizierà a crederci?

Ricomincio a salire

Salgo correndo su per una scalinata, senza sapere dove porta. Col fiato corto arrivo in cima e quando arrivo una voce, che viene da un punto indefinito nella luce, grida “Rabbi!”. Mi fermo attonito. Mi guardo attorno, nessuno. Dietro di me, nessuno. Di nuovo, “Rabbi!”. Il maestro sono io, mi convinco, e allora faccio per parlare. “In verità, in verità vi dico…” queste parole mi escono facile, ma poi nulla, non riesco a terminare la frase. Non so come terminarla. Non trovo nulla da dire in verità. Solo, non so chi sono e perché sono salito su per quelle scale di corsa verso l’alto. Forse non c’è nessuna verità, o forse non è qui che albergano, sulla cima di queste scale. Stanco, mi lascio cadere a terra, mentre poco a poco i miei occhi si fanno adusi alla luce chiara. Ho già visto questo luogo: in fondo alla scala appena percorsa. Dappertutto migliaia di altre scale dipartono e si esauriscono in un dedalo inestricabile agli occhi. “Rabbi!” rimbomba ovunque la voce. Penso, non sono io! C’è qualcosa, qualcosa che mi spinge a rialzarmi, rialzarmi e ripartire. Ricomincio a salire.

La mia responsabilità circa la morte di G.R.

Quella voce caverna
che avevi
costruita sapiente sigaretta
dopo sigaretta
m’è rimasta nel ventre
frammista all’intestino
legatami addosso dal nostro
legame così particolare.
Dopo una vita di merda
(dicevi “anch’io ho fatto i miei sbagli”)
io t’aiutavo
a cucire trama nuova nel giorno
a tornare all’onesto
all’umano.
Seguivi anche un vecchietto
come badante
“che spero campi cent’anni”.
Il vecchio è ancora vivo.
A quella voce caverna corrosa
avrei affidato
poesie elevate e solide
poesie che salvano con la parola.
Io lo sapevo che appresso
ti portavi la coca
come fatto privato – ancora
debolezza residua
dopo il carcere e la strada.
Lo sapevo la sera
quando giravi sudato
tentando parole stropicciate
lenzuola sporche nel mattino.
Il tuo cuore sapeva di stanco
e sulle scale di casa
s’è fatto garbuglio poi
sasso, pesante
macigno
che su quelle scale sei stato
ad attendere
i soccorsi e la morte.
Io ti ho visto soltanto
nell’intrico di tubi  e di cavi,
nell’incertezza della rianimazione.
Eri già
corpo morto
voce spenta e di plastica.
Ora vedi G.R. io lo sapevo
che la coca era l’àncora
ancora alla vita di prima:
non lo sapevo però
come dirtelo
come affrontarlo
ché eri grande
ed io minuto.
Lo dicevo a metà e senza
scavare nel cuore dell’ombra
senza stare
senza risolvere.
Non sono diventato grande in tempo da salvarti la vita
con le parole e con lo sguardo.
Quando sei morto
mi sono preso amuleto il tuo portachiavi
ed ai medici ho chiesto
un trapianto
d’occhi malconci
e di voce rotta dalla vita.
I tuoi occhi e la tua voce
mi hanno reso più grande.

Giulio

Emerso e inviolabile

Il vomere delle parole
incide un solco nei tuoi occhi.
Lo vedo mentre
squaglia la brina della notte
rugiada d’un tempo
nell’ascella del tuo stelo.
Il verde si fa
brillante come goccia
su cui prezioso inciampa
il sorgere del sole.
Così dai tuoi nascosti
inviolati spazi
un giglio reciso rimette radici
e quando accade
torna primavera
un po’ per tutti.
Porti un corno di cerbiatto
come ciondolo o segno
del patto segreto col bosco,
di quanto in te
ancora di magico giace
al piede del grande albero
invisibile ai versi
inviolabile al vomere.

Giulio

Come quelle palle cólla neve

Se potessi scuotere la terra

come quelle palle cólla neve

fatte per diletto o nostalgia.

Se potessi veder uomini

come fiocchi cadere

nello scompiglio dei colori

vicini ai prima lontani, occhi

negli occhi d’altri sguardi

finalmente simili e straniti

e soprattutto

senza maggioranza né bandiera.

Giulio