Vai

Vai pure verso il mondo

esplorando l’abito della Terra

tu che adorna di nulla

hai mosso quest’oggi il tuo primo passo.

Solo, di tanto in tanto

torna a riposare sotto l’ombrello

arboreo del mio cuore

dove l’ombra chiara rinfresca a tratti

dove il sole trapela

quando si muove un sorriso di vento.

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Giulio

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Come fiori

Solitamente

paragonati ad inutili piante

nodosi

fragili testimoni

dello scorrere del giorno.

Rari fiori di campo

per me, voi

uomini senza casa

senza diritto

senza dimora.

Appassite veloci

alle prime luci del mattino

al primo freddo.

Un altro funerale.

Giulio

Così lontani

Osservando da vicino quest’epoca
ogni ipotesi trasecola
mentre un’ombra inquietante
rabbercia i nostri silenzi
alla bene-e-meglio.
Vorrei riaffermarlo:
la nostra cecità è incollata con l’ombra.
Nel frattempo permetto
alla musica di Pärt
di ricucire i margini slabbrati
dell’umanità
in zoppicante cammino.

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Giulio

5 colloqui di servizio civile

Approssimativamente l’anima

tra questa e l’altra sponda

tuo padre già svanito

sepolto nel Mediterraneo

(il nuovo mare dei cadaveri

la ferita che l’Africa mai ricuce

la violenza che l’Europa mai risana)

quel tuo curricula perfetto

il primo impiego a dieci anni

e l’italiano così incerto

tra i corsi e l’emozione.

 

Ed ora col tuo viso pulito

chiudi gli occhi

seduto nell’involucro metallico

cuore di lamiera

cuore di container

dove in tredici hai vissuto

sofferto, sperato, trovato

l’incommensurabile forza degli occhi

aperti ora

come braci sul mondo

 

ed ancora tua madre

quella che chiami fragilità

per non chiamare pazzia

quelle occhiaie lunghe di troppa

erba

troppo metal

troppa vita che scorre

dalle mani alla chitarra

il fiore degli anni

il fiore della sofferenza

due fiori recisi.

 

La giovinezza del tempo presente

l’insostenibile attesa di un lavoro

teoria smisurata all’università

gli occhiali e le mani sudate

la speranza di un impiego

pagato poco, pagato

però

tu che aduso ai tirocini

lanci gli anni come sassi

in attesa del giusto che non viene.

 

Infine il lavoro nei campi

la sicurezza ostentata

la tua giovane forza dell’est

a raccogliere mele perfette

cosi buone – in verità

cosi ingiuste – in verità

anche tu senza casa

anche i tuoi ventidue anni confusi

nella folla

degli universitari allo sbando

nonostante il cellulare

nonostante la camicia.

Giulio

Sulla dimenticanza

Sorvolare vorrei10463785_514081818726244_373363809816620035_o
imenotteri
in un deserto verde
d’erba cieca
deserto d’erba di silenzio
silenzio senza sosta
sosta senza fiori.

I giorni passano a coppie
uguali a due a due
mentre alcune domande
mollemente s’abbandonano
appassiscono
smarriscono.

Così ti ritrovi nell’ombra
della tua ombra,
e tu là fuori che guardi
qualcosa di te o del paesaggio
sbiadire
tramontare
dimenticare.

Fino al momento in cui l’io
e l’oggetto della dimenticanza
coincidono.

 

Giulio

Femminile

Guarda intorno:
m’appartiene l’albero, l’uccello
lo steccato e il rivo ombroso
e più in fondo l’orizzonte
ed il sole sulle messi.
Per tutta la vita ho lavorato questa terra che oggi
mi appartiene di dirtto
di sudore, d’amore di uomo.
Ma tu che non hai nulla
la notte
t’addormenti in ogni luogo
tu che trapassi me e la mia terra
col tuo zaino di niente
e ti scaldi ad ogni fuoco
ad ogni sogno,
tu che del grano hai fatto rame
e poi rugiada
tu che mi attraversi trasformandomi
e mostrandomi le labbra
le tue, le mie labbra di donna
finalmente dopo
tutta questa fatica
tutto questo sudore
tutto questo reame
finalmente donna
tana di conigli
nido di passeri
ventre estivo
alcova di sorriso.
Quel sorriso anche tuo
che m’ha fatto primavera
ed ora ho mille nomi
e non ho terra
non ho regno
e spoglio prendo commiato
nudo come vento
taluni sogni, alcune nuvole.

maschile-e-femminile

Giulio

Lo sterminio dei più deboli

Ricordo quel ragazzo a Venezia che lentamente affonda e la gente dalla banchina e dal vaporetto che gli urla “Africa, dai Africa”, che ride e che non si butta a salvarlo. Ricordo quel ragazzo a Lavagna, che lentamente vola dal balcone, mentre dentro la madre e la finanza dissertano sui suoi dieci grammi di hashish ed il suo funerale, con i ringraziamenti al corpo dell’arma.

Ricordo un mondo, un universo lontano, in cui gli esseri umani sono una trama smagliata, un orribile accumulo di orrori, soprattutto al di dentro. Orrori che vengono esaltati, perfino elogiati, orrori come; parole:

madre coraggio / dai Africa / questo è scemo! / la sua prima madre lo aspetta in paradiso

Orrori che mi lasciano inquieto, adombrato, che in qualche modo mi sento anch’io responsabile di queste morti, di questa enorme ingiustizia che schiaccia e violenta il fiore degli anni. Orrore per questa narrazione dominante così invadente, così avvilente, così capace di soffocare, ché la colpa è della droga, per esempio.

Un orrore che mi rimane,

un orrore a suppurare,

che mi sbuca dalle mani,

che non so come affrontare,

recidere,

lenire

che forse parlarne, scrivere,

ma nemmeno quello.

Un orrore che fa di questo tempo un tempo oscuro, nazista, vigliacco.

Il tempo dello sterminio dei più deboli.

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Giulio

Malinconia

Potessi scavarti negli occhi
estrarne globi di cemento
e ad essi legato
immergermi nell’alcova del tuo spirito.
Potessi scegliere un abisso
verrei nel tuo petrolio fondo
in te oserei
l’apnea del mare vasto
in te l’icaro profondo.
Giungerei all’eremo subacqueo
come al luogo in cui il gelido giaciglio
s’apre in magma, in crepe di vermiglio;
edificherei là un tempio rame e fiori
un nido metallico per aquile marine
nell’incavo ceruleo
del tuo cuore nascondiglio:
un giglio solitario per occhi di bambine.

Giulio

 

11 settembre

Sono passati quindici anni. Ricordo di me che, diciottenne, osservo le immagini delle torri che fumano e crollano, di me che dispero. Ricordo la paura, mia delle persone intorno, per una cosa così lontana, così vicina, eppure. C’era stata mia nonna, pochi anni prima in cima alle torri e quelle immagini ripetute, migliaia e migliaia di volte, che solo a pensare “11 settembre” vedo l’aereo che lentamente plana nel vetro e cemento. Ricordo come mio padre vantava d’averlo detto, la teoria del crollo per il calore, la sapeva già prima dei telegiornali.

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Poi le guerre. La guerra in Afghanistan, che non si era capito nemmeno bene il perché proprio l’Afghanistan, ma pareva una cosa sensata. Poi la guerra in Iraq, nel 2003. Quello è stato per me il periodo della perdita della verginità. Insieme alle torri crollava per me la fanciullezza ignara, il mondo fatato che il sistema m’aveva cucito addosso, quella bontà così bianca, così europea, così cattolica di chi era cresciuto pensando d’essere dalla parte del bene, platonicamente parlando, o dei buoni dei film hollywoodiani.

Per il 2003 e l’Iraq ero pronto a dire no. Ritenevo che la guerra fosse ingiusta e mentre le bandiere della pace sventolavano alle finestre (e a quelle semplificazioni non riuscivo ad accostarmi, anche se lo farei ora, forse) ricordo che desideravo tanto fare una bella bandiera nera con la scritta “PECE” in bianco da appendere alla finestra, per fare l’occhiolino agli interessi volgari del mondo. Le fotografavo quelle bandiere, in giro per la città (erano le mie prime fotografie digitali), cercando di comprendere e comprendendo che “qualcosa” stava accadendo.

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Sono passati solo quindici anni. Abbiamo più paura di allora. Abbiamo ucciso più di allora e siamo stati uccisi più di allora. “Più” solo in senso accumulativo, perché certo le guerre non sono iniziate col millennio. Rimane un certo senso di disperazione, dentro, per questa umanità che, incapace di comprendersi come una e non molteplice, ferisce se stessa ferendo le proprie parti, in continuazione. Nonostante l’enorme interconnessione di questo secolo non riusciamo, ancora e per ora, a riconoscerci semplicemente umani.

Giulio

Iride opaca

Così andiamo.

Verso il morire del giorno,

esperienze dalle spalle

e tutti gli eventi vissuti

poco compresi – in verità

ed una musica semplice e geniale

un carillon che rallenta,

rallenta,

un’ultima nota che batte

ed occhi che si fanno opachi,

più opachi – in verità:

non più occhi.

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fotografia: fiore effimero – estate già, da molto, trascorsa.

Giulio