Malinconia

Potessi scavarti negli occhi
estrarne globi di cemento
e ad essi legato
immergermi nell’alcova del tuo spirito.
Potessi scegliere un abisso
verrei nel tuo petrolio fondo
in te oserei
l’apnea del mare vasto
in te l’icaro profondo.
Giungerei all’eremo subacqueo
come al luogo in cui il gelido giaciglio
s’apre in magma, in crepe di vermiglio;
edificherei là un tempio rame e fiori
un nido metallico per aquile marine
nell’incavo ceruleo
del tuo cuore nascondiglio:
un giglio solitario per occhi di bambine.

Giulio

 

Annunci

11 settembre

Sono passati quindici anni. Ricordo di me che, diciottenne, osservo le immagini delle torri che fumano e crollano, di me che dispero. Ricordo la paura, mia delle persone intorno, per una cosa così lontana, così vicina, eppure. C’era stata mia nonna, pochi anni prima in cima alle torri e quelle immagini ripetute, migliaia e migliaia di volte, che solo a pensare “11 settembre” vedo l’aereo che lentamente plana nel vetro e cemento. Ricordo come mio padre vantava d’averlo detto, la teoria del crollo per il calore, la sapeva già prima dei telegiornali.

dscn0348

Poi le guerre. La guerra in Afghanistan, che non si era capito nemmeno bene il perché proprio l’Afghanistan, ma pareva una cosa sensata. Poi la guerra in Iraq, nel 2003. Quello è stato per me il periodo della perdita della verginità. Insieme alle torri crollava per me la fanciullezza ignara, il mondo fatato che il sistema m’aveva cucito addosso, quella bontà così bianca, così europea, così cattolica di chi era cresciuto pensando d’essere dalla parte del bene, platonicamente parlando, o dei buoni dei film hollywoodiani.

Per il 2003 e l’Iraq ero pronto a dire no. Ritenevo che la guerra fosse ingiusta e mentre le bandiere della pace sventolavano alle finestre (e a quelle semplificazioni non riuscivo ad accostarmi, anche se lo farei ora, forse) ricordo che desideravo tanto fare una bella bandiera nera con la scritta “PECE” in bianco da appendere alla finestra, per fare l’occhiolino agli interessi volgari del mondo. Le fotografavo quelle bandiere, in giro per la città (erano le mie prime fotografie digitali), cercando di comprendere e comprendendo che “qualcosa” stava accadendo.

dscn12383

Sono passati solo quindici anni. Abbiamo più paura di allora. Abbiamo ucciso più di allora e siamo stati uccisi più di allora. “Più” solo in senso accumulativo, perché certo le guerre non sono iniziate col millennio. Rimane un certo senso di disperazione, dentro, per questa umanità che, incapace di comprendersi come una e non molteplice, ferisce se stessa ferendo le proprie parti, in continuazione. Nonostante l’enorme interconnessione di questo secolo non riusciamo, ancora e per ora, a riconoscerci semplicemente umani.

Giulio

Iride opaca

Così andiamo.

Verso il morire del giorno,

esperienze dalle spalle

e tutti gli eventi vissuti

poco compresi – in verità

ed una musica semplice e geniale

un carillon che rallenta,

rallenta,

un’ultima nota che batte

ed occhi che si fanno opachi,

più opachi – in verità:

non più occhi.

DSC_0007

fotografia: fiore effimero – estate già, da molto, trascorsa.

Giulio

Le scelte antieconomiche

Un mese fa chiudevo il mio conto in banca storico in Intesa San Paolo, dopo averne aperto uno nuovo in Banca Etica. Seduto al desk, svicolavo le ultime proposte di prestiti vantaggiosi e solo per me, evitavo di cedere alle lusinghe di chi mi chiamava meritevole di offerte speciali, di chi mi proponeva almeno di tenerlo come conto di appoggio, per l’efficienza, che non si sa mai, di chi mi diceva che era praticamente gratuito. Poi la signora ha capito e mi ha detto: “se proprio lo vuole fare, allora costretta da lei, glielo cancello, mi spiace proprio.” Aveva uno sguardo contrito, anche per conto della banca, ma anche perché quel conto era davvero conveniente, una super offerta di anni ormai lontani, con condizioni oggi impensabili. Mi sono sentito di dire alla signora: “guardi che non mi sta accadendo nulla di male, sto solo facendo una scelta antieconomica.”

Ora, non so se la parola antieconomica fosse corretta, ma sicuramente la mia è una scelta alternativa a quella di maggior convenienza, di maggior profitto personale immediato. Nelle lunghe riflessioni pre e post evento ho notato come moltissimo di quello che facciamo viene giustificato semplicemente dal principio dell’economicità, come se una cosa conveniente fosse preferibile ad una non conveniente, a priori e questa convenienza fosse l’unico vero metro. Dagli appalti pubblici a ribasso, alla scelta del conto in banca, alla spesa.

Fare scelte antieconomiche, invece, diventa sempre più importante, come forma di contrasto ad un modello di vita e società che vorrebbe fare di tutto una questione di mero denaro.

Giulio

Lettera ai miei amici, razzisti.

Alcuni miei amici sono razzisti. E’duro ammettere che il razzismo strisciante se ne sta anche nelle cerchie affettive più strette e che durante un discorso qualsiasi è possibile che qualcuno faccia un commento razzista. Sommessamente, razzista, come può essere razzista un trentenne con laurea magistrale. E’ ancora più duro ammettere che quando sento un commento razzista uscire dalla bocca delle persone a cui voglio bene è ancora più difficile reagire, perché, dare del razzista a qualcuno, significa metterlo in una situazione di disagio e lì, nel bel mezzo di una cena o di un aperitivo, nel più e nel meno, è più difficile prendere il discorso e scaraventarlo nei meandri della pochezza umana. Così scrivo alcune parole qui, nella speranza che magari, qualche amico razzista, legga e prima di aprir bocca rifletta un poco (o semplicemente di più).

Caro amico razzista,
è bello incontrarti, star con te, far quattro chiacchiere, condividere una cena, un abbraccio, parlar di come stai e di quel che ci succede. Vorrei solo chiederti un’attenzione, più del solito. Sforzati di non cedere al razzismo. Il razzismo ti striscia dentro, come quella volta che hai detto “con dei vicini così, non è zona per crescere i miei figli”, oppure quella volta che hai detto “gli albanesi sono così, maleducati”, oppure ancora quando mi racconti di come quel signore che sul bus parlava in arabo ad alta voce e… “non si vergognava, dopo quello che è successo.” Io lo so, che è dura in questo mondo, non cadere nel razzismo. Soprattutto se ti bevi la tv e i giornali a colazione, ma proprio devi far qualcosa. Prima di aprir la bocca, prima di tagliare un bel giudizio condito con generalizzazione, chiediti: “non sarò razzista?”. Perché si, lo sei. Sei razzista quando fai di una religione un difetto, di un popolo un atteggiamento, quando riduci, semplifichi, quando ti vuoi allontanare dal diverso solo perché distante da te. La signora con il velo che ti ha rubato il posto, è semplicemente una signora maleducata. Il marocchino che spaccia è semplicemente uno spacciatore. L’albanese che svaligia le case è un ladro. Il negro che ti ruba il lavoro è semplicemente un signore che il datore di lavoro ritiene possa fare meglio di te (è così ad ogni colloquio, in qualsiasi settore). L’arabo è una lingua, semplicemente una lingua (sembra incredibile dover affermare questo, eppure oggi è necessario).
Il razzismo tuo è quello di tutte le epoche, proprio uguale a quello di tutte le guerre, proprio quello che il futuro studierà con compassione, quando difficilmente si riusciranno a distinguere le genti e quando apparterremo tutti allo stesso nucleo di valori, umani, universali.

Ti sono vicino, anche se una parte di me vorrebbe cancellarti dalla rubrica. Ma tu, in fretta, datti un occhio, fatti una revisione e frena, frena le parole. Dei tuoi albanesi, dei tuoi cinesi, dei tuoi musulmani, dei tuoi marocchini, dei tuoi zingari, io ho in mente i volti. E i volti, ahimè per te, non corrispondono.

Giulio

La grande rabbia e l’amore

La grande rabbia, che ti sbuca dalle mani, come se d’un tratto aprissi le palme e fuori ne sgorgasse la pressione dell’ingiustizia. E’ tutto sbagliato, ovunque. Solo gli esseri umani mantengono una propria umanità, ma a momenti. In altri momenti l’hanno smarrita già, oppure l’hanno semplicemente dimenticata, per un po’. Tutto il resto è sbagliato. La società, la politica, la finanza, la guerra, la disuguaglianza, l’ambiente, l’immigrazione, l’edilizia, la scuola, il lavoro, l’alcol e le droghe, la sessualità, la religione. E’ tutto potentemente distorto, volgarmente contraffatto da far venire il vomito. Poi ci potremmo dire molte cose, autogiustificarci, perdonarci o defilarci nelle responsabilità.

Ma, a me, sbuca la rabbia dalle mani, mi viene da piangere di fronte all’enormità della deviazione che abbiamo intrapreso, come umanità, dal senso dell’esistere su questo pianeta. Se chiudo gli occhi e ripenso ai passati nascosti, a quelli non divulgati, alla bellezza estetica di certe vite lontane…

…l’unico desiderio che prende forma, è quello di ritirarsi, di astenersi. L’unica protesta che mi viene davvero in mente è quella di disertare questa umanità, per amore. Per amore della stessa. Nel frattempo sono ancora qui, a fare. E pur sapendo che anche altri, mi sento solo, ché siamo troppo pochi.

Giulio

La strana storia del vivere alle spalle dei genitori

Sempre, in ogni articolo che tratti di giovani, di emigrazione, di lavoro in Italia, emerge in ogni luogo un fatto: vivere supportarti dalla propria famiglia è un male. In qualche modo il mito del self-made-man pervade ancora oggi la nostra logica di vita e, se non ce la facciamo da soli, meglio emigrare, oppure è una vergogna. Ma com’era, prima? Non è forse logico che chi ha già vissuto abbia nelle proprie mani la ricchezza della propria famiglia, mentre chi inizi a costruire una vita non abbia nulla in mano? Perché dobbiamo farcela da soli?

Giulio

Heaphy 08

Almost in  Lo Mantang - Upper Mustang 2012

Almost in Lo Mantang – Upper Mustang 2012

Santander, Cantabria, Spagna, primi giorni di giugno. La città a me ignota era una piacevolissima scoperta. Non l’avevo mai visitata; ci ero solo passato una volta in precedenza, in volo da Milano, proseguendo direttamente per la stazione degli autobus per andare ad Oviedo nelle Asturie. Era bello, dopo qualche anno, reimmergermi nell’atmosfera dell’amata Spagna e scoprire che quel precario castigliano appreso per strada “hablando con la gente” era ancora vivo sotto la polvere di tante altre cose.

Al brindisi inaugurale della conferenza incontrai Gramie. Erano solo cinque mesi che non ci vedevamo, dall’addio a Christchurch, ma l’incontro era inaspettato. Chiamai Mick Jagger a Zurigo. Rimanemmo quasi sospesi e senza parole per l’emozione.

Qui per ora si chiudono i racconti neozelandesi. Ci sarebbero altri cammini, altre notti all’addiaccio, altre montagne e cascate e valli e mari di cui parlare, ma non ora. C’è poi una serie di storie che a queste si allacciano, di circostanze e rimandi che non ho chiarito, e che vanno dalla Spagna al Canada all’Australia alla Russia, intrecciandosi sempre in Italia. Magari un giorno mi rimetto a scrivere; magari racconterò a voce a chi è interessato.

Kia ora tatou e buona fortuna.

…the end.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 07

Tsarang Palace - Upper Mustang 2012

Tsarang Palace – Upper Mustang 2012

“Da dove vieni?” avevo chiesto.
“Dal Canada”
“Il Canada è grande”
“Dal Quebec”
“Sono stato. Dove in Quebec?”
“Il Quebec è grande. Non è detto tu conosca …”
“Scommettiamo!”
“Vengo dalla penisola della Gaspesie”
“Ci sono stato, qualche anno fa. L’estuario del San Lorenzo. Rimouski, Rivière-du-Loup. Sainte-Anne-des-Montes. Mont Albert. Fourillon, Gaspè, Percè. L’Île-Bonaventure, dove nidificano le sule, per poi migrare in Messico prima della cattiva stagione. E poi c’era quel villaggio, come si chiamava? Sulla strada per il New Brunswick, là dove comincia l’Appalachian Trail, il sentiero che ti porta a Sud attraverso gli Appalachi fino in Georgia, là dove c’è la confluenza tra le Riviere Restigouche e le Riviere Matapédia …”
“Matapédia. Sono di Matapédia”
Matapédia, un borgo di 500 anime sperduto nel Quebec rurale, dove trovare qualcuno che parli inglese non è immediato e spesso, per chi non parli il francese, è meglio provare ad intendersi con lo spagnolo. Matapédia, dove mi divertii con una uscita in kayak e camminando per un po’ di Appalachian Trail, tra gli aceri dalle foglie rosse in settembre e le betulle d’argento.
Incontrare una Québécoise di Matapedia a Christchurch, nella South Island della Nuova Zelanda, qualche settimana prima, era stata una discreta sorpresa.

C’era anche lei al un barbecue di addio a Christchurch il mio ultimo giovedì. Di quella festa si ebbe poi a dire “we partied like rockstars!”.

Non fece in tempo a passare invece il collega indiano, rimasto a casa con la moglie e la bimba di un mese. Allora passai a salutarlo io a casa sua il sabato mattina, sulla strada dell’aeroporto; la moglie mi mostrò l’unico superstite degli orecchini di giada screziata d’oro di Hokitika.

Arrivò il decollo a rimescolare i pensieri. Ero sulla via dell’Europa; seduto vicino al finestrino sul lato sinistro, in pochi minuti vidi la South Island stagliarsi sotto di me da costa a costa e distinsi chiaramente il fiume Rakaia. Nella testa andava “All the roadrunning” cantata da Mark Knopfler e Emmylou Harris:
“… and if it is all for nothing
all the roadrunning
is in vain”.

Cominciai a meditare a come trovare il modo di tornare. Sto meditando tuttora.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio

Heaphy 06

Scar detail - Upper Mustang 2012

Scar detail – Upper Mustang 2012

Come raccontare cento chilometri di pericolosi saliscendi tra Westport e Greymouth percorsi su un lurido furgoncino giapponese a motore centrale, che ansimava in salita e sembrava perdere l’equilibrio in discesa? Come descrivere quel meccanico americano cordialissimo ed enorme, che si fermò a raccogliermi a bordo della highway e perse mezz’ora a dare una rassettata al sedile passeggero per renderlo minimamente presentabile e potermi fare spazio? Lasciai lo zaino in uno dei vani esterni della cabina, unto di grasso e sudiciume, e montai a bordo. Per rendere l’atmosfera ci vorrebbero tutti i suoi “hey bro”, il suo accento inimitabile e i suoi modi di dire del tutto nuovi per me.
Quando seppe che sono veronese, si illuminò: aveva vissuto a Verona, appena ventenne, quando riparava i cingolati dell’esercito americano nella base NATO. Di questa esperienza era rimasto folgorato: mi disse in tutta serietà che non ci sono al mondo donne belle come le veronesi. Si dilungò in molti dettagli boccacceschi, ma questi li riporterò a voce a chi me li chiederà.
Dopo tante peripezie, il meccanico si era infine sposato e stabilito in questo remoto angolo di Nuova Zelanda, dove si manteneva riparando tutti i mezzi agricoli della West Coast tra Karamea e Greymouth e giù fino oltre Hokitika. Mi raccontò della sua ultima disavventura in una fattoria, quando era stato attaccato da un toro mentre riparava un trattore ed era riuscito a rifugiarsi nella cabina per poco.
Mi porterò dietro, di lui, il tono di genuino stupore e ammirazione del mondo e delle sue infinite varietà e la sua semplice contentezza del tutto.

Mi lasciò vicino alla stazione di Greymouth, la “metropoli dell’Ovest” posta alla foce del fiume Grey. Dopo aver tentato invano di trovare un passaggio in autostop per gli ultimi duecento chilometri, mi risolsi a prendere un autobus per Chrischurch. Il coast to coast attraverso Arthur Pass fu piacevole e a metà pomeriggio scesi al capolinea a Christchurch. Dalla fermata in Riccarton Road fino alle pendici delle colline, dove viveva il mio ospite Reg, camminai. Oramai avevo preso il passo e non potevo ammettere di tornarmene a casa coi mezzi: non dopo Abel Tasman e Heaphy.

…to be continued.

Testo di Guglielmo, fotografia di Giulio