Niente, ancora

Niente, ancora
giocano i bambini, loro
è la piazza e non ci sono
calde giornate a fermare
il pallone ovale, a noi
il torpore sudato, il futuro
degli anni passati, già
la nostalgica pigrizia
dei ricordi, della vita
che non abbiamo saputo
scegliere, che vogliamo
sciogliere in un calcio
bambino

La leggera incosistenza del dolore

Lo scandalo della scomparsa colpisce chiunque, prima o poi. Secoli di elaborazioni tribali hanno cristallizzato la drammaturgia della sofferenza in una dogmatica scenografia del cordoglio: bisogna soffrirne. Chiunque lasci, qualunque perdita deve generare in chi la subisce una reazione di lutto. Come stai? chiedono, appena ti ritrovi nel capannello dei parenti coinvolti, degli stretti. Rispondi Bene e loro aggiungono,  nel silenzio di chi la sa lunga, nonostante l’accaduto. Tu volevi dire Tutto questo non mi fa stare male, ma il gruppo deve salvare l’apparenza del dolore oltre l’indifferenza del tuo sguardo e del tuo corpo: occhi lucidi non pervenuti, triste rilassatezza delle membra assente. Non vuoi vederlo? Ti capisco, dice con un sorriso tenero che dà per scontata una mia strategia di preservazione emotiva, quando è solo disinteresse.

Muoiono le persone, prima dei gradi di parentela, soprattutto quando non ci siano stati relazione né affetto di cui sentire la mancanza. Era pur sempre tuo nonno, dovrei soffrirne a prescindere, il confronto con gli occhiali neri e la dolorosa postura degli altri mi fa mettere in dubbio l’integrità del mio parterre emotivo, mi fa pensare a un blocco dei chakra o a qualcosa di anomalo nel funzionamento dei miei meccanismi neuronali di elaborazione del tutto. Poi torno dalla discussione con me stesso e torno consapevole del mio dolore, del suo valore tendente a zero. Penso alla tragedia vera, al vero nucleo del dolore: la sedicente famiglia, che si staglia in faccia al mondo imponendo la propria definizione di luogo dello stringersi attorno, dello stare per, è solo un’immagine antica, tribale, presociale. Basta un solo caso, basto io, per falsificare questa teoria del dolore, sulla panchina lontana dal crogiuolo di teste chinate, di fazzoletti umidi e spalle abbassate. Non nego la sofferenza altrui, solo non lascio che sia per forza la mia; questa morte è una scomparsa, sarà più difficile affrontare il dolore di chi resta. Era pur sempre, continueranno a premettere.

Un prete giovane benedice il feretro, recita un’omelia non banale, ma completamente fuori fuoco: la vita come parabola d’amore, anche solo un gesto d’amore verso il prossimo la rende tale agli occhi di chi lo riceve altrove o semplicemente dopo. Non ha colpe il predicatore, parla per i vivi, non conosce chi sta congedando, la persona incapace di vivere oltre se stessa. È (stata) pur sempre una persona, penso, mentre mi accodo ai rituali liturgici nel rispetto dei presenti, e per me è stata una persona di cui non sentire mancanza, per quanto questo mi destini alla sottile disapprovazione della comunità. Cose che non vogliono essere sentite, ascoltate, capite; cose di cui non si parlerà, quella totale mancanza di cordoglio. Il dolore, come l’acqua, ha la forma del vuoto, solo se c’è un vuoto di cui prendere la forma.

La fiera percezione di Augusto

Roccalumera (Messina), 14 agosto 2016

 

roccalumera2016

Acqua sporca di Ferragosto.
Leggo in spiaggia, circondato da giovani virgulti catanesi fidanzati.
(Probabilmente con quelle che tra qualche anno dovranno sposare).
Belli come il bello siciliano.
Attendati per la notte, non vedono l’ora di tuffarsi a mezzanotte.
Credono in un rito propiziatorio che mascherano da bravata, per non suonare superstiziosi.

 

 

inerziale

Se un punto si sposta mantenendosi alla stessa distanza da un altro, non è più un punto, ma una circonferenza. Allora il tempo passa e non te ne accorgi e gli anni hanno corso sulla curva. 

La circonferenza racchiude una porzione di tempo e spazio, il tempo impiegato a riempire lo spazio dei giorni.  

Saper conoscere il centro dal quale ci si allontana senza distanza, questo è il problema. 

Con la coda dell’occhio sembra un moto armonico, lento agli estremi: solo sfiorando il limite inizia il pensiero, la riflessione; lento nel mezzo del percorso, a dubitare di una direzione comunque nota.

Così ci spostiamo, senza allontanarci mai, sotto l’effetto di forze apparenti che non lasciamo agire.

 

il mito del tempo

Da questa mattina è fatto obbligo agli utenti della metropolitana di Milano la convalida del titolo di viaggio in uscita. Richieste opinioni al popolo buio, il sentimento popolare si divide, come prevedibile, tra la buona idea e l’insofferenza molesta. Un insospettabile dichiara che nella grande e rapida e frenetica Milano non s’ha il tempo di tergiversare dinanzi a una qualsivoglia barriera, la gente ha d’andare a lavorare. Per evitare perdite di tempo e affollamenti ai tornelli, in alcune stazioni l’uscita sarà mantenuta libera.

Sviluppo #1
Non ha mai tempo, la città-traino. Ha solo impegni da rispettare, e il suo tempo non ha spazio, perché avere spazi significa incontrare confini, barriere, ostacoli; interrompere il flusso di Milano non è cosa da pensare, perché la città è metropolitana, è flusso essa stessa, non ha confini, esplode: resta solo il tempo della percorrenza.

Questa è una città-flusso, misura se stessa nello spazio in base al tempo degli spostamenti: a Milano la gente non cammina, ma va di fretta, non ha cose da fare, ma posti in cui andare. L’immagine che dà di sé è il futurismo redivivo di una fama veicolare, vettoriale: la locomotiva, il movimento, la velocità che non lascia spazio alle relazioni, perché la relazione dev’essere scaricata a terra per acquisire solidità, realtà. Situarsi nel tempo abbatte le barriere spaziali tra le persone, riduce il rapporto a pulviscolo nell’etere, la città-flusso giustifica la fragilità delle relazioni che ospita attraverso la quantistica fondamentale di un principio di indeterminazione: onde o corpi, cosa scegliamo di essere?

Le onde viaggiano in uno spazio infinito, per un tempo infinito, non amano le barriere e non chiedono permesso, sono messaggi continui in infinite conversazioni sempre possibili.

Dove lavori? A dieci minuti di metropolitana da casa, forse ce ne metterò uno in più da oggi, perché hanno innalzato una barriera, per quanto legittima, al flusso della mia onda grav-intenzionale, ma non sarà un ostacolo fisico, sarà solo un po’ di tempo in più nel tempo infinito della percorrenza perenne.

(continua)

 

 

calvin climb

la mattina è un bel momento per per far filosofia. lasciavo per dimenticanza la finestra non chiusa, che è diverso dal dire aperta, per le condizioni particolari per cui le infrastrutture spaziali si intersecano con il tempo mellifluo del post colazione. così uscivo di casa e mi davo conto del danno a viaggio intrapreso, maledicendo il me stesso dell’istante e condannando il me stesso del futuro a pagare le conseguenze – morali, sempre – delle azioni di cui uno è responsabile, secondo la vigente normativa. le medesime condizioni spazio-temporal-infrastrutturali mi porgevano il primo cilicio in metropolitana, allorquando due zotici lecchesi approdavano in convoglio continuando a ripetersi le indicazioni dell’amico per arrivare chissà dove e pronunciavano rovereto come loreto e aspirigrasso per abbiategrasso. a chi li guardava con curiosità dicevano sa noi siamo di lecco. avvolti da un odore non gradevole di campagna e ferro di treno, filosofeggiavano sulla validità del biglietto che per loro sicuro va bene anche per il ritorno e sulla comodità dell’interscambio sempre che aprano le porte. avanzavano una mezza critica e mezza che sul biglietto quando lo timbri non c’è scritto poi dove dove uno ha preso la metropolitana (questione annosa dell’azienda dei trasporti almeno fino all’introduzione della banda magnetica ormai son anni, il che palesa l’arretratezza della condizione infraspaziostrutturtemporale della loro condizione, n.d.R.)

limite (1)

(…) Si affacciava alla finestra tutte le mattine, senza sporgersi mai. Non vedeva niente, sempre dalla stessa finestra. Non cambiava punto di vista, né prospettiva: voleva essere l’habitué della fermezza, equivocando coerenza con immobilismo. Fermezza con coerenza. Equivoco con trasformazione. Non vedeva niente, ma questo non lo disturbava. Qualcuno aveva scelto di ornare quella cornice di piante grasse e erbe aromatiche, vegetazioni utili per chiunque avesse avuto naso per la vita manifesta della natura; non era il suo caso, non voleva che lo fosse. Preferiva la fine delle cose, le cose finite: solo nella fine si spalanca l’inizio, un orizzonte luminoso dietro il limite dei tetti, il profilo delle montagne nelle giornate terse. Dove tutto finisce per l’occhio, lì è il limite matematico, quel confine in tensione verso l’irraggiungibile, l’asintoto dello sguardo, una foglia di menta che scopri nuova, sull’inutile cornice delle cose. (…)