crittografica

 

Era il giorno prima della festa, andavano i passi soli, sull’asfalto
caldo della sera accesa, da lontano gli sguardi incrociavamo,
quanti sguardi e fra tutti noi, gli sguardi nostri ancora incontro.
Ed erano negli occhi già persi gli anni silenziosi, nelle braccia
cinte il sorriso arreso. Agli anni non contati, alle parole
risparmiate, arreso alla comoda pigrizia dei giorni.
Ci allontana un abbraccio, sotto il ferro del silenzio le grinze
di un tempo accartocciato, il nostro tempo in un angolo,
rappreso.
E uno sfondo senza lettere, sorvolano le dita senza impronta,
segni che da tempo non leggiamo, muti come ombre di cartone
nel libro della nostra negazione, in un saluto che promette
la distanza, la mancanza conferma, il destino rimanda ancora
nell’assenza.

Annunci

baščaršija

 

momenti in viaggio fluido i pensieria3ad00da2764b853f1dc3a5d5686cad7
tra terre dogane di tempo mai perso
scenografie di memorie sulla fiamma
eterna porta di confine e abbraccio

marmi e minareti profumo di passato
splendore madido di vite nello scorrere
splendore di rame e diavoli di miele
un fiume di ponti e fango dalle colline

il timido sorgere dopo la pioggia

underground rhapsody

Correre, correre! Correte! La violenza
del tempo, di chi ha creato un giorno
troppo breve, maledicono le porte
di ogni treno, ogni porta chiusa troppo
presto, prima del preteso resto del tempo
sprecato da chi ne abusa.

Correre, correre! Correte! La scala
discesa, calpestati i passi come falsi
pretesti da ogni porta, ogni treno
partito troppo presto, nella fretta
di un complesso trascorso finito battito

di tempo.

 

la felicità non appartiene

Al caldo si scioglie
la colla che tiene
i frammenti delle nostre
intenzioni, cede fragile
la tela delle nostre felicità
pensate, l’orizzonte stabile
nella distanza, nel mezzo
tra essere e avere resta
fare, abbandonare il pensiero
alle nostre attività, vita.

g.

Niente, ancora

Niente, ancora
giocano i bambini, loro
è la piazza e non ci sono
calde giornate a fermare
il pallone ovale, a noi
il torpore sudato, il futuro
degli anni passati, già
la nostalgica pigrizia
dei ricordi, della vita
che non abbiamo saputo
scegliere, che vogliamo
sciogliere in un calcio
bambino

La leggera incosistenza del dolore

Lo scandalo della scomparsa colpisce chiunque, prima o poi. Secoli di elaborazioni tribali hanno cristallizzato la drammaturgia della sofferenza in una dogmatica scenografia del cordoglio: bisogna soffrirne. Chiunque lasci, qualunque perdita deve generare in chi la subisce una reazione di lutto. Come stai? chiedono, appena ti ritrovi nel capannello dei parenti coinvolti, degli stretti. Rispondi Bene e loro aggiungono,  nel silenzio di chi la sa lunga, nonostante l’accaduto. Tu volevi dire Tutto questo non mi fa stare male, ma il gruppo deve salvare l’apparenza del dolore oltre l’indifferenza del tuo sguardo e del tuo corpo: occhi lucidi non pervenuti, triste rilassatezza delle membra assente. Non vuoi vederlo? Ti capisco, dice con un sorriso tenero che dà per scontata una mia strategia di preservazione emotiva, quando è solo disinteresse.

Muoiono le persone, prima dei gradi di parentela, soprattutto quando non ci siano stati relazione né affetto di cui sentire la mancanza. Era pur sempre tuo nonno, dovrei soffrirne a prescindere, il confronto con gli occhiali neri e la dolorosa postura degli altri mi fa mettere in dubbio l’integrità del mio parterre emotivo, mi fa pensare a un blocco dei chakra o a qualcosa di anomalo nel funzionamento dei miei meccanismi neuronali di elaborazione del tutto. Poi torno dalla discussione con me stesso e torno consapevole del mio dolore, del suo valore tendente a zero. Penso alla tragedia vera, al vero nucleo del dolore: la sedicente famiglia, che si staglia in faccia al mondo imponendo la propria definizione di luogo dello stringersi attorno, dello stare per, è solo un’immagine antica, tribale, presociale. Basta un solo caso, basto io, per falsificare questa teoria del dolore, sulla panchina lontana dal crogiuolo di teste chinate, di fazzoletti umidi e spalle abbassate. Non nego la sofferenza altrui, solo non lascio che sia per forza la mia; questa morte è una scomparsa, sarà più difficile affrontare il dolore di chi resta. Era pur sempre, continueranno a premettere.

Un prete giovane benedice il feretro, recita un’omelia non banale, ma completamente fuori fuoco: la vita come parabola d’amore, anche solo un gesto d’amore verso il prossimo la rende tale agli occhi di chi lo riceve altrove o semplicemente dopo. Non ha colpe il predicatore, parla per i vivi, non conosce chi sta congedando, la persona incapace di vivere oltre se stessa. È (stata) pur sempre una persona, penso, mentre mi accodo ai rituali liturgici nel rispetto dei presenti, e per me è stata una persona di cui non sentire mancanza, per quanto questo mi destini alla sottile disapprovazione della comunità. Cose che non vogliono essere sentite, ascoltate, capite; cose di cui non si parlerà, quella totale mancanza di cordoglio. Il dolore, come l’acqua, ha la forma del vuoto, solo se c’è un vuoto di cui prendere la forma.

La fiera percezione di Augusto

Roccalumera (Messina), 14 agosto 2016

 

roccalumera2016

Acqua sporca di Ferragosto.
Leggo in spiaggia, circondato da giovani virgulti catanesi fidanzati.
(Probabilmente con quelle che tra qualche anno dovranno sposare).
Belli come il bello siciliano.
Attendati per la notte, non vedono l’ora di tuffarsi a mezzanotte.
Credono in un rito propiziatorio che mascherano da bravata, per non suonare superstiziosi.

 

 

inerziale

Se un punto si sposta mantenendosi alla stessa distanza da un altro, non è più un punto, ma una circonferenza. Allora il tempo passa e non te ne accorgi e gli anni hanno corso sulla curva. 

La circonferenza racchiude una porzione di tempo e spazio, il tempo impiegato a riempire lo spazio dei giorni.  

Saper conoscere il centro dal quale ci si allontana senza distanza, questo è il problema. 

Con la coda dell’occhio sembra un moto armonico, lento agli estremi: solo sfiorando il limite inizia il pensiero, la riflessione; lento nel mezzo del percorso, a dubitare di una direzione comunque nota.

Così ci spostiamo, senza allontanarci mai, sotto l’effetto di forze apparenti che non lasciamo agire.