La leggera incosistenza del dolore

Lo scandalo della scomparsa colpisce chiunque, prima o poi. Secoli di elaborazioni tribali hanno cristallizzato la drammaturgia della sofferenza in una dogmatica scenografia del cordoglio: bisogna soffrirne. Chiunque lasci, qualunque perdita deve generare in chi la subisce una reazione di lutto. Come stai? chiedono, appena ti ritrovi nel capannello dei parenti coinvolti, degli stretti. Rispondi Bene e loro aggiungono,  nel silenzio di chi la sa lunga, nonostante l’accaduto. Tu volevi dire Tutto questo non mi fa stare male, ma il gruppo deve salvare l’apparenza del dolore oltre l’indifferenza del tuo sguardo e del tuo corpo: occhi lucidi non pervenuti, triste rilassatezza delle membra assente. Non vuoi vederlo? Ti capisco, dice con un sorriso tenero che dà per scontata una mia strategia di preservazione emotiva, quando è solo disinteresse.

Muoiono le persone, prima dei gradi di parentela, soprattutto quando non ci siano stati relazione né affetto di cui sentire la mancanza. Era pur sempre tuo nonno, dovrei soffrirne a prescindere, il confronto con gli occhiali neri e la dolorosa postura degli altri mi fa mettere in dubbio l’integrità del mio parterre emotivo, mi fa pensare a un blocco dei chakra o a qualcosa di anomalo nel funzionamento dei miei meccanismi neuronali di elaborazione del tutto. Poi torno dalla discussione con me stesso e torno consapevole del mio dolore, del suo valore tendente a zero. Penso alla tragedia vera, al vero nucleo del dolore: la sedicente famiglia, che si staglia in faccia al mondo imponendo la propria definizione di luogo dello stringersi attorno, dello stare per, è solo un’immagine antica, tribale, presociale. Basta un solo caso, basto io, per falsificare questa teoria del dolore, sulla panchina lontana dal crogiuolo di teste chinate, di fazzoletti umidi e spalle abbassate. Non nego la sofferenza altrui, solo non lascio che sia per forza la mia; questa morte è una scomparsa, sarà più difficile affrontare il dolore di chi resta. Era pur sempre, continueranno a premettere.

Un prete giovane benedice il feretro, recita un’omelia non banale, ma completamente fuori fuoco: la vita come parabola d’amore, anche solo un gesto d’amore verso il prossimo la rende tale agli occhi di chi lo riceve altrove o semplicemente dopo. Non ha colpe il predicatore, parla per i vivi, non conosce chi sta congedando, la persona incapace di vivere oltre se stessa. È (stata) pur sempre una persona, penso, mentre mi accodo ai rituali liturgici nel rispetto dei presenti, e per me è stata una persona di cui non sentire mancanza, per quanto questo mi destini alla sottile disapprovazione della comunità. Cose che non vogliono essere sentite, ascoltate, capite; cose di cui non si parlerà, quella totale mancanza di cordoglio. Il dolore, come l’acqua, ha la forma del vuoto, solo se c’è un vuoto di cui prendere la forma.

La fiera percezione di Augusto

Roccalumera (Messina), 14 agosto 2016

 

roccalumera2016

Acqua sporca di Ferragosto.
Leggo in spiaggia, circondato da giovani virgulti catanesi fidanzati.
(Probabilmente con quelle che tra qualche anno dovranno sposare).
Belli come il bello siciliano.
Attendati per la notte, non vedono l’ora di tuffarsi a mezzanotte.
Credono in un rito propiziatorio che mascherano da bravata, per non suonare superstiziosi.

 

 

inerziale

Se un punto si sposta mantenendosi alla stessa distanza da un altro, non è più un punto, ma una circonferenza. Allora il tempo passa e non te ne accorgi e gli anni hanno corso sulla curva. 

La circonferenza racchiude una porzione di tempo e spazio, il tempo impiegato a riempire lo spazio dei giorni.  

Saper conoscere il centro dal quale ci si allontana senza distanza, questo è il problema. 

Con la coda dell’occhio sembra un moto armonico, lento agli estremi: solo sfiorando il limite inizia il pensiero, la riflessione; lento nel mezzo del percorso, a dubitare di una direzione comunque nota.

Così ci spostiamo, senza allontanarci mai, sotto l’effetto di forze apparenti che non lasciamo agire.

 

il mito del tempo

Da questa mattina è fatto obbligo agli utenti della metropolitana di Milano la convalida del titolo di viaggio in uscita. Richieste opinioni al popolo buio, il sentimento popolare si divide, come prevedibile, tra la buona idea e l’insofferenza molesta. Un insospettabile dichiara che nella grande e rapida e frenetica Milano non s’ha il tempo di tergiversare dinanzi a una qualsivoglia barriera, la gente ha d’andare a lavorare. Per evitare perdite di tempo e affollamenti ai tornelli, in alcune stazioni l’uscita sarà mantenuta libera.

Sviluppo #1
Non ha mai tempo, la città-traino. Ha solo impegni da rispettare, e il suo tempo non ha spazio, perché avere spazi significa incontrare confini, barriere, ostacoli; interrompere il flusso di Milano non è cosa da pensare, perché la città è metropolitana, è flusso essa stessa, non ha confini, esplode: resta solo il tempo della percorrenza.

Questa è una città-flusso, misura se stessa nello spazio in base al tempo degli spostamenti: a Milano la gente non cammina, ma va di fretta, non ha cose da fare, ma posti in cui andare. L’immagine che dà di sé è il futurismo redivivo di una fama veicolare, vettoriale: la locomotiva, il movimento, la velocità che non lascia spazio alle relazioni, perché la relazione dev’essere scaricata a terra per acquisire solidità, realtà. Situarsi nel tempo abbatte le barriere spaziali tra le persone, riduce il rapporto a pulviscolo nell’etere, la città-flusso giustifica la fragilità delle relazioni che ospita attraverso la quantistica fondamentale di un principio di indeterminazione: onde o corpi, cosa scegliamo di essere?

Le onde viaggiano in uno spazio infinito, per un tempo infinito, non amano le barriere e non chiedono permesso, sono messaggi continui in infinite conversazioni sempre possibili.

Dove lavori? A dieci minuti di metropolitana da casa, forse ce ne metterò uno in più da oggi, perché hanno innalzato una barriera, per quanto legittima, al flusso della mia onda grav-intenzionale, ma non sarà un ostacolo fisico, sarà solo un po’ di tempo in più nel tempo infinito della percorrenza perenne.

(continua)

 

 

calvin climb

la mattina è un bel momento per per far filosofia. lasciavo per dimenticanza la finestra non chiusa, che è diverso dal dire aperta, per le condizioni particolari per cui le infrastrutture spaziali si intersecano con il tempo mellifluo del post colazione. così uscivo di casa e mi davo conto del danno a viaggio intrapreso, maledicendo il me stesso dell’istante e condannando il me stesso del futuro a pagare le conseguenze – morali, sempre – delle azioni di cui uno è responsabile, secondo la vigente normativa. le medesime condizioni spazio-temporal-infrastrutturali mi porgevano il primo cilicio in metropolitana, allorquando due zotici lecchesi approdavano in convoglio continuando a ripetersi le indicazioni dell’amico per arrivare chissà dove e pronunciavano rovereto come loreto e aspirigrasso per abbiategrasso. a chi li guardava con curiosità dicevano sa noi siamo di lecco. avvolti da un odore non gradevole di campagna e ferro di treno, filosofeggiavano sulla validità del biglietto che per loro sicuro va bene anche per il ritorno e sulla comodità dell’interscambio sempre che aprano le porte. avanzavano una mezza critica e mezza che sul biglietto quando lo timbri non c’è scritto poi dove dove uno ha preso la metropolitana (questione annosa dell’azienda dei trasporti almeno fino all’introduzione della banda magnetica ormai son anni, il che palesa l’arretratezza della condizione infraspaziostrutturtemporale della loro condizione, n.d.R.)

limite (1)

(…) Si affacciava alla finestra tutte le mattine, senza sporgersi mai. Non vedeva niente, sempre dalla stessa finestra. Non cambiava punto di vista, né prospettiva: voleva essere l’habitué della fermezza, equivocando coerenza con immobilismo. Fermezza con coerenza. Equivoco con trasformazione. Non vedeva niente, ma questo non lo disturbava. Qualcuno aveva scelto di ornare quella cornice di piante grasse e erbe aromatiche, vegetazioni utili per chiunque avesse avuto naso per la vita manifesta della natura; non era il suo caso, non voleva che lo fosse. Preferiva la fine delle cose, le cose finite: solo nella fine si spalanca l’inizio, un orizzonte luminoso dietro il limite dei tetti, il profilo delle montagne nelle giornate terse. Dove tutto finisce per l’occhio, lì è il limite matematico, quel confine in tensione verso l’irraggiungibile, l’asintoto dello sguardo, una foglia di menta che scopri nuova, sull’inutile cornice delle cose. (…)

elogio dell’outsider. una storia.

Ieri sera ho assistito al concerto di una cantante che molti giudicheranno antiquata, vintage nel migliore dei casi: Alice, quella di Per Elisa, I treni di Tozeur, Il vento caldo dell’estate solo per dire alcuni titoli. 

In Morire d’Amore, racconta la passione di Giovanna D’Arco. Durante il concerto, io penso…

Anni del liceo. Le interrogazioni di Storia e quelle di Filosofia erano programmate, dando la possibilità a noi studenti di preparare un approfondimento su un tema da esporre. Una sorta di preparazione/impostazione preuniversitaria, si potrebbe dire. 
Io preparai, per una delle interrogazioni di Storia del terzo anno, un percorso sulla figura di Giovanna D’Arco tra mitologia, leggenda e fatti storici della guerra tra Inglesi e Francesi. Di certo non se ne parlava nei programmi ministeriali. Per Filosofia, mi tenni sul classico e cercai di approfondire l’esistenza di Socrate, aspetti della vita privata in relazione al suo pensiero (non ebbi molta fortuna, nell’ingenuità di affidarmi a fonti non riconosciute). Negli anni successivi, approfondii questioni cartesiane da un lato e storia dell’indipendenza dell’Irlanda dall’altro; le vicende di Giordano Bruno. la felicità nel pensiero di Schelling e la sconosciuta storia di Cuba. Logicamente un bell’approfondimento su Spencer e la nascita della sociologia. 

Durante il concerto, io penso…

Tutte cose fuori dal tracciato ministeriale, istituzionale. La maturità, poi, con quella nuova cosa della tesina, la feci su Dino Campana, quello dei Canti Orfici. La intitolai Malattia mentale ed emarginazione sociale: il caso di Dino Campana. Poeta crepuscolare (ma solo per collocazione storica, temporale), ma che nessun programma inseriva nella storia della letteratura italiana. Un altro outsider

Durante il concerto, io penso che ho disegnato tutto il mio percorso su figure, storie, principi fuori dal reticolato della conoscenza comune. Penso che non avrei potuto non fare quello che ho fatto. Penso anche alla scelta delle mie opzioni: il corso di sociologia della cultura sulle differenze di genere (e la tesina sul neoterico nel transgenderismo); quello di sociologia della devianza minorile; la prima delle tesi su carcere e minori in termini di stigma; da Milano alle montagne trentine; i corsi a scelta di criminologia e criminologia applicata; la conseguente tesi sul disegno urbano. 

Penso che ho cercato sempre, nelle mie scelte (studiare il tedesco come prima lingua alle scuole medie, dove la mettiamo?) di dare voce all’outsiderness – e per restare in argomento, invento adesso questo termine. A quello che sta fuori o al margine degli interessi dei più. 

Penso che il mio destino di outsider si sia disegnato nella compagnia di cui mi sono sempre circondato. 

Poi beh, c’è il presente da inside man, ma è tutta un’altra storia, un’altra *voluzione. 

A piè pari

Nel posto dove lavoro, è vietato – o per lo meno fortemente disapprovato e additato – presentarsi con pantaloni corti, tanto meno con scarpe che non siano rigorosamente chiuse. Questo perché siamo a contatto con il pubblico – per quanto ci possa essere del pubblico in uno studio di registrazione e doppiaggio (i soliti attori che conosci ormai da mesi, con i loro soliti pinocchietti da metà giugno, e qualche volta un cliente in visita).

In giornate di temperature estive urbane, quindi, il massimo della libertà è un pantalone di lino svolazzante con una scarpa di tela. Premettendo che non è un problema in sé, mi sorge un dubbio quando allungo l’occhio aldilà dello schermo e vedo la collega in gonna e sandalo. Lungi da me prenderla a rappresentante dell’intero genere femminile, ma non vi viene da chiedervi: perché io non posso mostrare i miei piedi, le mie gambe, e lei sì? Di cosa si tratta, se non di una forma di discriminazione?
Allora c’è del culturale qui, ma soprattutto dell’interiorizzato: la nudità femminile legittimata, il corpo maschile negato. Ossia, rifatevi gli occhi con le belle gambe e i piedi sinuosi, maschietti eterosessuali, mentre voi tenete a bada i vostri corpi in confortanti vestiti da status egemonico.
Sia chiaro che non auspico una rivoluzione dei costumi (no?), però penso a quale sia l’origine di questo veto sul corpo maschile… Gli studi di genere, quelli femministi in particolare, hanno sempre parlato o di mercificazione del corpo della donna o di una sua mutilazione culturale, mettendo anche in dubbio – decostruendo, destrutturando – costumi che erano plasmati dalle relazioni di potere (v. il reggiseno bruciato); denunciando la svendita dei metri di pelle nei media; parlando di corpo come oggetto e non come soggetto; rivendicando la libertà di riappropriarsi della propria fisicità contro il dominio maschile sull’utilizzo del corpo femminile…
Voglio dire/chiedere: il sandalo e la gamba scoperta in ufficio sono conquiste del femminismo? La negazione del corpo maschile nell’ambiente lavorativo medio è una vittoria del femminismo? Una sconfitta del maschilismo?
Si tratta solo di senso estetico, qualunque cosa si intenda? Stiamo dicendo che eh però le gambe delle donne sono belle, quelle degli uomini…

Sarà solo che a me piace il maschio?

Pensiamoci. Fino alla prossima puntata. Intanto consideriamo l’idea che la parità del diritto e delle opportunità forse passa anche dalla parità dei piedi? Siamo in grado di partire, davvero, dal basso? Di pensare a piè pari?

Gianmarco