progressiva #0

come vedersi
negli occhi
di una mosca
per sfuggirsi

 

g.

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calvin climb

la mattina è un bel momento per per far filosofia. lasciavo per dimenticanza la finestra non chiusa, che è diverso dal dire aperta, per le condizioni particolari per cui le infrastrutture spaziali si intersecano con il tempo mellifluo del post colazione. così uscivo di casa e mi davo conto del danno a viaggio intrapreso, maledicendo il me stesso dell’istante e condannando il me stesso del futuro a pagare le conseguenze – morali, sempre – delle azioni di cui uno è responsabile, secondo la vigente normativa. le medesime condizioni spazio-temporal-infrastrutturali mi porgevano il primo cilicio in metropolitana, allorquando due zotici lecchesi approdavano in convoglio continuando a ripetersi le indicazioni dell’amico per arrivare chissà dove e pronunciavano rovereto come loreto e aspirigrasso per abbiategrasso. a chi li guardava con curiosità dicevano sa noi siamo di lecco. avvolti da un odore non gradevole di campagna e ferro di treno, filosofeggiavano sulla validità del biglietto che per loro sicuro va bene anche per il ritorno e sulla comodità dell’interscambio sempre che aprano le porte. avanzavano una mezza critica e mezza che sul biglietto quando lo timbri non c’è scritto poi dove dove uno ha preso la metropolitana (questione annosa dell’azienda dei trasporti almeno fino all’introduzione della banda magnetica ormai son anni, il che palesa l’arretratezza della condizione infraspaziostrutturtemporale della loro condizione, n.d.R.)

limite (1)

(…) Si affacciava alla finestra tutte le mattine, senza sporgersi mai. Non vedeva niente, sempre dalla stessa finestra. Non cambiava punto di vista, né prospettiva: voleva essere l’habitué della fermezza, equivocando coerenza con immobilismo. Fermezza con coerenza. Equivoco con trasformazione. Non vedeva niente, ma questo non lo disturbava. Qualcuno aveva scelto di ornare quella cornice di piante grasse e erbe aromatiche, vegetazioni utili per chiunque avesse avuto naso per la vita manifesta della natura; non era il suo caso, non voleva che lo fosse. Preferiva la fine delle cose, le cose finite: solo nella fine si spalanca l’inizio, un orizzonte luminoso dietro il limite dei tetti, il profilo delle montagne nelle giornate terse. Dove tutto finisce per l’occhio, lì è il limite matematico, quel confine in tensione verso l’irraggiungibile, l’asintoto dello sguardo, una foglia di menta che scopri nuova, sull’inutile cornice delle cose. (…)

elogio dell’outsider. una storia.

Ieri sera ho assistito al concerto di una cantante che molti giudicheranno antiquata, vintage nel migliore dei casi: Alice, quella di Per Elisa, I treni di Tozeur, Il vento caldo dell’estate solo per dire alcuni titoli. 

In Morire d’Amore, racconta la passione di Giovanna D’Arco. Durante il concerto, io penso…

Anni del liceo. Le interrogazioni di Storia e quelle di Filosofia erano programmate, dando la possibilità a noi studenti di preparare un approfondimento su un tema da esporre. Una sorta di preparazione/impostazione preuniversitaria, si potrebbe dire. 
Io preparai, per una delle interrogazioni di Storia del terzo anno, un percorso sulla figura di Giovanna D’Arco tra mitologia, leggenda e fatti storici della guerra tra Inglesi e Francesi. Di certo non se ne parlava nei programmi ministeriali. Per Filosofia, mi tenni sul classico e cercai di approfondire l’esistenza di Socrate, aspetti della vita privata in relazione al suo pensiero (non ebbi molta fortuna, nell’ingenuità di affidarmi a fonti non riconosciute). Negli anni successivi, approfondii questioni cartesiane da un lato e storia dell’indipendenza dell’Irlanda dall’altro; le vicende di Giordano Bruno. la felicità nel pensiero di Schelling e la sconosciuta storia di Cuba. Logicamente un bell’approfondimento su Spencer e la nascita della sociologia. 

Durante il concerto, io penso…

Tutte cose fuori dal tracciato ministeriale, istituzionale. La maturità, poi, con quella nuova cosa della tesina, la feci su Dino Campana, quello dei Canti Orfici. La intitolai Malattia mentale ed emarginazione sociale: il caso di Dino Campana. Poeta crepuscolare (ma solo per collocazione storica, temporale), ma che nessun programma inseriva nella storia della letteratura italiana. Un altro outsider

Durante il concerto, io penso che ho disegnato tutto il mio percorso su figure, storie, principi fuori dal reticolato della conoscenza comune. Penso che non avrei potuto non fare quello che ho fatto. Penso anche alla scelta delle mie opzioni: il corso di sociologia della cultura sulle differenze di genere (e la tesina sul neoterico nel transgenderismo); quello di sociologia della devianza minorile; la prima delle tesi su carcere e minori in termini di stigma; da Milano alle montagne trentine; i corsi a scelta di criminologia e criminologia applicata; la conseguente tesi sul disegno urbano. 

Penso che ho cercato sempre, nelle mie scelte (studiare il tedesco come prima lingua alle scuole medie, dove la mettiamo?) di dare voce all’outsiderness – e per restare in argomento, invento adesso questo termine. A quello che sta fuori o al margine degli interessi dei più. 

Penso che il mio destino di outsider si sia disegnato nella compagnia di cui mi sono sempre circondato. 

Poi beh, c’è il presente da inside man, ma è tutta un’altra storia, un’altra *voluzione. 

A piè pari

Nel posto dove lavoro, è vietato – o per lo meno fortemente disapprovato e additato – presentarsi con pantaloni corti, tanto meno con scarpe che non siano rigorosamente chiuse. Questo perché siamo a contatto con il pubblico – per quanto ci possa essere del pubblico in uno studio di registrazione e doppiaggio (i soliti attori che conosci ormai da mesi, con i loro soliti pinocchietti da metà giugno, e qualche volta un cliente in visita).

In giornate di temperature estive urbane, quindi, il massimo della libertà è un pantalone di lino svolazzante con una scarpa di tela. Premettendo che non è un problema in sé, mi sorge un dubbio quando allungo l’occhio aldilà dello schermo e vedo la collega in gonna e sandalo. Lungi da me prenderla a rappresentante dell’intero genere femminile, ma non vi viene da chiedervi: perché io non posso mostrare i miei piedi, le mie gambe, e lei sì? Di cosa si tratta, se non di una forma di discriminazione?
Allora c’è del culturale qui, ma soprattutto dell’interiorizzato: la nudità femminile legittimata, il corpo maschile negato. Ossia, rifatevi gli occhi con le belle gambe e i piedi sinuosi, maschietti eterosessuali, mentre voi tenete a bada i vostri corpi in confortanti vestiti da status egemonico.
Sia chiaro che non auspico una rivoluzione dei costumi (no?), però penso a quale sia l’origine di questo veto sul corpo maschile… Gli studi di genere, quelli femministi in particolare, hanno sempre parlato o di mercificazione del corpo della donna o di una sua mutilazione culturale, mettendo anche in dubbio – decostruendo, destrutturando – costumi che erano plasmati dalle relazioni di potere (v. il reggiseno bruciato); denunciando la svendita dei metri di pelle nei media; parlando di corpo come oggetto e non come soggetto; rivendicando la libertà di riappropriarsi della propria fisicità contro il dominio maschile sull’utilizzo del corpo femminile…
Voglio dire/chiedere: il sandalo e la gamba scoperta in ufficio sono conquiste del femminismo? La negazione del corpo maschile nell’ambiente lavorativo medio è una vittoria del femminismo? Una sconfitta del maschilismo?
Si tratta solo di senso estetico, qualunque cosa si intenda? Stiamo dicendo che eh però le gambe delle donne sono belle, quelle degli uomini…

Sarà solo che a me piace il maschio?

Pensiamoci. Fino alla prossima puntata. Intanto consideriamo l’idea che la parità del diritto e delle opportunità forse passa anche dalla parità dei piedi? Siamo in grado di partire, davvero, dal basso? Di pensare a piè pari?

Gianmarco

Spuntini

L’azione, cos’è l’azione? 
Secondo me è una performance, un’esecuzione di senso. Per questo è performativa. Un enunciato performativo (in linguistica) non descrive un’azione né constata un fatto (quindi non è suscettibile di un giudizio di falsità o verità) bensì coincide, in determinati contesti, con l’azione stessa.
L’azione, di cosa è fatta l’azione? 
Senza dubbio l’azione ha sempre un contenuto, pur non essendo un contenitore in senso stretto; insomma, ha un senso, un significato.  Se è un contenitore di significato, deve pur avere una forma. Forma contenuto. L’antica dualità del pensiero occidentale dal Medioevo all’altro ieri? Superabile e con il minimo sforzo, quello che mette in relazione la forma e il contenuto è il modus. Niente di più del come riempiamo quella forma con quel significato.
La forma, cos’è la forma? Eccetera.
La forma è squisitamente culturale se non addirittura sociale (leggi: il sociale viene prima del culturale), affonda le proprie strutture (in senso debole, non marxista, e pluralìs-possibilìs-saimaìsta) nell’interazione. Il contenuto, da canto suo, ha fondamenti individuali, schultzianamente definiti dall’incontro delle soggettività, collettivizzati post  e interiorizzati sic ma ampiamente ridefinibili. Insomma, il significato è sempre un po’ ‘zzitùa. E il modus?
Io quello, a quanto pare, lo sbaglio sempre. Quindi ci ritorno più avanti. Stay tuned.

Gianmarco

messaggi promozionali preterintenzionali

Cos’è questo esaurimento della scrittura? Come se la stessi abbandonando, come se non sapessi più come si fa a volerlo fare. E se mi stesse abbandonando lei, se le parole non volessero più farsi scrivere dalle mie mani (o le dita, fate voi)? Tutto quello che digito è per me solo un esercizio di stile. È disponibile un mio nuovo libro di poesie, il secondo e credo l’ultimo: raccoglie le righe che non erano state incluse nel primo, righe scritte e finite, niente di nuovo. Non ho creato niente, ho solo vomitato quello che avevo digerito, come un pasto mai veramente goduto. Così esaurisco il mio archivio creativo? Cos’altro ho da dire? La notte serve a scrivere romanzi, cantavano i Bluvertigo stamattina nelle mie orecchie, ma ho perso il dominio sulle ore piccole, c’è solo il riposo e la pace del letto. È questo il sacrificio della vita adulta? Travolti dalla necessità filosofica di darci un impegno quotidiano remunerativo, siamo costretti a tralasciare (tradire?) la nostra parte creativa per godere dei benefici di una vita salutare? Allora è vero che l’artista è quello con le occhiaie e che l’arte applicata al tempo è tormento fisico e mentale. Forse non ci sono istruzioni per l’uso (Perturbazione) e nessuno si ricorderà di me, se non per quello che scrivo, come il cronista dei Mambassa. Forse fare non è tempo, è solo azione senza durata, ha bisogno di fermare. Guardo quell’altro mio blog e vedo sempre più musica e meno parole.
Forse ho solo bisogno di ascoltare, ancora per un po’.

Gianmarco

I soliti idiomi alla velocità della luce più uno

L’ombra di una rivoluzione copernicana si avvicina, il neutrino minaccia almeno un secolo di storia del pensiero, e noi siamo qui a parlare di Domenica In. Ne parliamo perché, con la spada di Damocle della caduta del relativismo, il quesito che si propone alla massa degli astanti è: Perdoneresti la tua madre biologica per averti dato in adozione?.
Ahimé, quanta cultura, quanto sostrato corrotto racchiude questa domanda? Aldilà del bene e del male, aldilà del principio del piacere, la colpa è insita nell’atto del distacco. Come si sa da Freud in poi, in fin dei conti è sempre colpa della madre.
La cultura della colpa, figlia dell’impalcatura teologica occidentale, non ammette niente al di fuori del binomio perdono/vendetta. Nella storia di una figlia adottiva che scopre di essere stata adottata, il confronto con la madre parte dalla definizione della situazione come madre colpevole di, non ammettendo nessun esito diverso da quello della penitenza o della redenzione. Risulta chiaro e lampante il riferimento a un paradigma religioso in cui la responsabilità è individuale, ma il giudizio sull’azione non può non essere universale e aprioristico (caratteristiche della stessa divinità). Di conseguenza, a prescindere dalla motivazione dell’azione, il destino del responsabile è rimesso alle sole categorie del pensiero contaminato dalla dottrina, come se ognuno in sé potesse farsi giudice ex machina dell’altro, solo perché una cosa lo riguarda in prima persona; ancora peggio, come se la collettività potesse, con la sola imposizione del dogmatismo, farsi valutatore dell’azione altrui. Come se, dopo 30 anni di vita come figlia adottiva, il confronto con la madre biologica non fosse un confronto fra due donne, ma sempre e comunque fra un genitore e un figlio. Perché è sempre colpa della madre, di una madre assente o di una madre troppo presente.
La grande battaglia del laicismo consiste nel decostruire quella parte del pensiero attivo (ossia quello che si agisce nel vivere sociale, concretizzato nelle decisioni individuali e collettive, sociali) che utilizza le categorie del pensiero religioso nel discorso sul vivere civile e riportare le competenze ai loro legittimi detentori, ossia i neutrini, gli unici in grado di darci quella rivoluzione del pensiero che stiamo tanto aspettando.

Gianmarco