Doveva chiamare Cassano

All’indomani della sconfitta della nazionale ai mondiali 2010
l’Italia pullulava di massimi esperti di calcio, ciascuno con un’idea
precisa su che cosa Lippi avrebbe o non avrebbe dovuto
fare, espressa con compiaciuta sicumera.
“L’avevo detto io che doveva chiamare Cassano”, “Doveva
mettere Quagliarella prima, si vedeva che era in forma, no?”
“Se avesse chiamato Balotelli…”. Tutti d’accordo su una sola
cosa: Lippi era un coglione. Finché aveva vinto “viva Lippi, grande
Lippi, Lippi è un genio” ma appena ha perso “Lippi è un coglione”,
e “adesso finalmente se ne va a casa…”. Perché in Italia la persona
in vista che sbaglia non merita alcun rispetto.
E’ lo stesso atteggiamento che si vede in generale nei confronti del potere.
Quando rimise in sesto la Fiat votata al fallimento, “viva Marchionne”.
Ora invece la Fiat stenta. Milioni di esperti dell’automobile avevano previsto tutto, “L’avevo detto che la Fiat chiudeva in Italia” e che sanno benissimo
qual è la strategia giusta “Deve lanciare nuovi modelli”.
Siccome il lancio della 500 negli Stati Uniti è andato meno bene
del previsto, “Marchionne è un coglione”. Adesso non resta che sperare che
“se ne vada via dall’Italia, finalmente”
Oggi, tutti in cattedra a spiegare che cosa avrebbe dovuto fare
Napolitano: “L’avevo detto che era meglio andare a elezioni una anno fa”
“Doveva dare il mandato ai 5 stelle, così li avrebbe responsabilizzati”
“Doveva dimettersi, così si accelerava il voto”… Per fortuna,
“Fra due settimane se ne va a casa”.
Naturalmente non voglio mica difendere Marchionne. E’ un manager odioso
che ha ingaggiato una violenta battaglia per schiacciare i sindacati
e propone l’inasprimento delle condizioni di lavoro e il contenimento delle
retribuzioni come soluzioni per recuperare terreno sui competitori.
Non lo stimo come persona e gli sono ostile dal punto di vista culturale e
politico. Ma per quanto riguarda la sua performance come manager,
ed escluivamente quella, non credo di poter esprimere un giudizio critico con
cognizione di causa, e non mi sento di giudicarlo un coglione se sbaglia
un’operazione commerciale – così come non diventa automaticamente un genio, o peggio ancora un salvatore della patria quando invece ne azzecca una.
Allo stesso modo, non volgio difendere Napolitano. Per rimanere al tema caldo,
la scelta dei nomi dei dieci “saggi” è pessima. Uno sbaglio. Così come uno
sbaglio (dalle gravissime conseguenze) è stata l’intera operazione Monti.
Napolitano è ciò che è, un vecchio politico bacchettone formatosi in quella scuola di moralismo, tatticismo e autoritarismo che era il PCI di Togliatti. Ma
è anche un anziano, dignitoso signore di 86 (ottantasei) anni che
deve reggere i fili di un paese anarchico in una congiuntura politico-economica
quasi impossibile, avendo spesso a disposizione pochissimo tempo per prendere le decisioni.

Quello che non mi piace – ed è questo Il mio punto – è il tratto antropologico, culturale che mi pare di individuare nei discorsi che si sentono in giro.

L’incapacità di esprimere giudizi vagamente ponderati sull’operato degli uomini di potere, ferocemente critici ma non lividi, gelidamente freddi ma non cinici, aspramente severi ma non sprezzanti, mi sembra un segno di immaturità politica nonché il riflesso un brutto carattere degli italiani, il servilismo.

I toni e i modi dei commenti della gente mi sebrano riflettere una psicologia antica, quella del contadino che a tratti osanna il barone, ma gode quando la sua carrozza va fuori strada, quella del servitore che la sa sempre più lunga del padrone ma esprime le critiche sottovoce – finché non c’è uno scandalo e il padrone non cade in disgrazia.

Michele Allegra bene comune

Su richiesta esplicita di Arianna, vu propongo un piccolo manifesto.

 MICHELE ALLEGRA BENE COMUNE

Noi, rappresentant* di tutte le realtà operanti sul territorio, confrontando le nostre diverse storie politiche, al termine di un elaborato ragionamento politico, abbiamo fatto una scelta politica, avviando un percorso politico per trovare finalmente una quadra sul coordinamento dei contenuti di una piattaforma condivisa per una pratica du mobilitazione sul tema del cambiamento di Michele Allegra. Nel costituirci in Assemblea Permanente per Michele Allegra Bene Comune, non intendiamo proporre l’ennesimo, vuoto contenitore di realtà, ma creare dal basso un vero coordinamento unitario di tutte le iniziative, di tutti gli uomini e le donne, gli animali e le animali, i cosi e le cose che si battono per un altro modello di Michele Allegra.

La nostra analisi parte dalla constatazione che oltre vent’anni di gestione privatistica di Michele Allegra da parte un comitato d’affari costituito da Michele Allegra hanno portato all’attuale disastro. La più totale accidia esistenziale, l’elettrofallogramma piatto da mesi, l’ermetica e sostenuta introversione con totale incapacità di parlare di sé, il constante nervosismo, l’esasperazione di una già grave tendenza intellettualistica. Sono solo alcuni dei frutti perversi di un’ideologia che ha sostenuto contro ogni evidenza che Michele Allegra fosse capace di autoregolarsi. I nodi vengono al pettine: prima o poi le contraddizioni di Michele Allegra dovevano deflagrare. Quando le sirene di Michele Allegra insistevano nel negare la crisi eravamo in pochi a gridare nel deserto. Potremmo accontentarci di dire “l’avevamo detto”: ma non ci basta. Noi non sappiamo, non possiamo rassegnarci. Il nostro è l’urlo di chi non ci sta al ricatto di Michele Allegra diretto da Michele Allegra. La nostra rabbia è la rabbia di chi chiede una via d’uscita da sinistra dalla crisi di Michele Allegra. E’ ora che il governo di Michele Allegra sia definitivamente sottratto a Michele Allegra e torni nelle mani di chi Michele Allegra lo vive tutti i giorni attraverso le sue continue lamentele, i suoi musi lunghi, i suoi commenti autodenigratori. I tempi sono maturi per un vero e proprio moto di riappropriazione dal basso di Michele Allegra.

Ecco le nostre rivendicazioni non negoziabili, per le quali chiediamo l’immediata apertura di un tavolo di confronto:

* il riconoscimento legale del diritto di partecipazione di tutt* alle scelte esistenziali di Michele Allegra

* che la gestione della vita sentimentale di Michele Allegra venga affidata a un comitato di dieci esperti competenti eletti a maggioranza dall’Assemblea con mandato di un anno, revocabile in qualsiasi momento dall’Assemblea

* isituzione del divieto di lamentela per Michele Allegra

* l’obbligo inderogabile per Michele Allegra di riferire all’assemblea – con report a scadenze fissate – circa i principali avvenimenti della sua vita

Il futuro di Michele Allegra appartiene a noi. Un altro Michele Allegra è possibile.

Firma anche tu l’appello:

http://www.micheleallegrabenecomune.it

Grazie a tutti

Carissimi Autori e Lettori di Aironi,

come sapete Arianna mi ha invitato a partecipare al blog

e io ho accolto il suo invito. Grazie a tutti i membri di Aironi

di avermi concesso questo spazio, e grazie a tutti i lettori

di sopportare i miei sermoni da questo pulpito. A causa di

impegni lavorativi non sarò sempre tempestivo nelle risposte:

me ne scuso preventivamente e prometto che risponderò

a tutti, ancorché con ritardo.

Un abbraccio a tutti,

Michele

 

Web 2.0

Più pericoloso ancora è il clamoroso deficit di attenzione verso questi temi (l’impatto sociologico-antropologico del Web 2.0) da  parte dei media e soprattutto della comunità intellettuale. Lodevole eccezione, il pamphlet di Jaron Lanier (“You are not a gadget”) sul corso attuale dell’evoluzione di Internet.

Inventore informatico, filosofo, saggista, scenziato, pioniere del Web, tra i protagonisti indiscussi della rivoluzione informatica e autorità riconosciuta nella SIlicon Valley, Lanier ha assunto un atteggiamento critico non tanto verso la “cultura digitale” in sé, quanto verso gli sviluppi e le ultime direzioni che ha imboccato.  Fino a ieri del tutto organico alla comunità degli informatici d’avanguardia, ora Lanier è considerato quasi alla stregua
di un apostata.

Provo a riassumere qui la sua riflessione (NB: sto chiaramente e deliberatamente sproloquiando).
Negli ultimi dieci anni la struttura di Internet si è notevolmente modificata: l’utente, inizialmente confinato in una veste puramente passiva – in origine la fruizione della  Rete si riduceva alla navigazione tra le pagine Web – ha finito con l’assumere un ruolo molto più partecipativo: interagisce in tempo reale con gli altri utenti (ad esempio attraverso i social network ) e con la rete stessa, contribuendo a modificarla. Sebbene il cambiamento sia stato graduale, la notevole differenza qualitativa tra le due fasi ha spinto alcuni guru della Rete ad tracciare un’ideale cesura tra due stadi evolutivi del Web: la prima fase è stata chiamata “Web 1.0”, la seconda “Web 2.0”, (secondo una nomenclatura correntemente usata per indicare le versioni successive dei programmi). Facebook e Twitter, ma anche Gmail, Youtube, Wikipedia sono fenomeni tipicamente “2.0”.

La scuola di pensiero attualmente egemone nella Silicon Valley ha costruito, e continua a costruire Internet basandosi su alcune idee fondamentali, ad esempio:
– che la Rete sia una vera e propria entità che trascende gli individui che vi partecipano
– che la massa degli utenti sia sempre più saggia e produttiva dei singoli (crowd wisdom)
– che la cultura aperta (open culture) non possa che favorira la curiosità e la creatività
-che la privacy sia impossibile e soprattutto non abbia utilita’.
Questi presupposti sono falsi:  non hanno alcun riscontro empirico, e anzi, sono ampiamente smentiti dai fatti. Ma soprattutto, sono pericolosi: stanno infatti  orientando la struttura dei nuovi media in un modo che deprime lo sviluppo dell’individuo.

Come Lanier argomenta, occorre fare molta attenzione perché il cambiamento informatico è irreversibile: una volta che certe strutture diventano troppo grandi o troppo usate diventa impossibile modificarle.
Ad esempio, il formato MIDI, usato per far collegare strumenti elettronici (es. tastiere ecc.)
con un computer, contempla solo alcuni intervalli precisi di note riducendo drasticamente
la possibile varietà di suoni. In teoria sarebbe possibile creare alternative a MIDI, ma esso
e’ ormai presente nei callulari, negli ascensori, ecc., ed é di fatto impossibile eliminarlo in favore di formati che permettano una maggiore ricchezza espressiva.
Secondo Lanier questa è una metafora dei rischi che si corrono a progettare strutture infromatiche rigide che possono imbrigliare la fantasia e restringere la varietà.
Ad esempio, la videata di Facebook tende a ridurre l’identità di una persona a un
insieme predefinito di gusti e scelte, impostato secondo la mentalità da matricola
di un’università americana.  Oppure, You tube non favorisce affatto l’originalità
musicale ma incoraggia il meshup, cioè l’amalgama scomposto di brani
preesistenti.
Sul lungo periodo, la cristallizzazione di strutture rigide, l’esposizione continua all’osservazione altrui, la prevarivazione della Rete sul singolo utente rischiano di
inibire fortemente lo sviluppo e l’espressione individuali. Questo è il rischio più grande del Web 2.0. Come chiosa Lanier, “you must be someone before you can share yourself”.

Naturalmente il Web racchiude anche un’infinità di potenzialità positive, per esempio
per comunicare con persone a distanza, per condividere passioni con altri anche sconosciuti, per diffondere conoscenze…

Michele

La terza sfera

La blogosfera mi fa paura. Perché non è soggetta ad alcuna regola.
Col che intendo non già un complesso di divieti rigidamente imposto da un’autorità, ma una regola in senso etico – cioè un ragionevole codice di condotta. La nostra società è più o meno abituata a distinguere tra una sfera pubblica e una sfera privata. In entrambe vigono norme o almeno orientamenti condivisi su ciò che è opportuno dire o non dire, fare o non fare, mostrare o non mostrare (invero è possibile violarli, ma in genere si è consapevoli di farlo e se ne possono valutare le conseguenze). Al contrario, la terza sfera – il Web 2.0 – è un vero far West. Non ci sono convenzioni, e ciascuno fa a modo suo: talora, aggrappandosi
a consuetudini invalse nella sfera pubblica o privata, potenzialmente con grande confusione
di codici; altre volte, invece, in modo del tutto casuale o addiruttura sfrenato.

Quest’ambiguità vale per tutti i rapporti in generale: con chi stiamo interagendo quando
interagiamo con “amico” di Facebook? Con un amico? Un conoscente? Un estraneo? Non lo sappiamo, e ciascuno si regola in modo diverso, con vasto spazio per equivoci.
In particolare, vale per l’espressione e lo scambio di opinioni. Se facciamo un commento politico in pubblico, sappiamo di dover limitare la violenza delle nostre affermazioni e di dover essere pronti a giustificarle; in ogni caso, di dovercene assumere la responsabità; e se
incitiamo, putacaso, a un atto violento, sappiamo di non poterlo fare per gioco o per “provocazione”.
In privato – davanti a un amico, ad esempio – i commenti possono essere invece più spontanei e irriflessivi, perché hanno impatto e una valenza diversa. Il grado di responsabilità che dobbiamo assumerci è minore, a meno che non siano direttamente o indirettamente coinvolte le persone cui ci stiamo rivolgendo (in tal caso, siamo nuovamente
stretti da un vincolo di responsabilità).  Ad esempio possiamo dire un’idiozia politica senza grosse conseguenze, finché rimane “inter nos”, ma non formulare giudizi a vanvera sulle persone che abbiamo davanti o loro conoscenti.

Ma come ci dobbiamo comportare nella terza sfera? Penso che dovremmo porci questa domanda collettivamente e introdurre qualche principio “etico” condiviso anche qui.
Basta guardare i forum di discussione sul web (ad esempio quello di You Tube) per capire che la modalità di interlocuzione più comune è la prevaricazione, con totale assenza di riguardo per l’altro (insulti, invettive, scherno livido e gratuito) e il livello della comunicazione è piuttosto basso (commenti superficiali e assenza di dialogo). Un altro brutto inconviente di Internet è che fornisce un pulpito per i sermoni, i proclami, le autorappresentazioni (fallaci) e le autocelebrazioni di un’infinità di gente mediocre. Avendo il nostro blog, ci illudiamo di avere qualcosa da dire al mondo, che prima ci aveva ignorati – a buon diritto! Crediamo che ci sia un pubblico che ci ascolti, ma ricusiamo le responsabilità che ne conseguirebbero.
Crediamo di essere immersi in una comunità – perché ogni tanto qualche altro bischero per errore degna d’attenzione le nostre cazzate – ma non riconosciamo poi nessun vincolo di comunità.

In questo senso Internet può essere pericoloso, perché educa all’irriflessività e alla mancanza responsabilità.

Michele