La caduta

Seduta sul divano mi guardi
con occhi dal passo incerto,
incespicanti,
chiedi
Sono caduta come cadono i vecchi,
sono vecchia?
Domandi e affermi,
cercando di colmare
quel tratto di futuro sdrucciolevole:
spazio vuoto, gradino, inciampo

Box

Questa mattina ho incontrato m1776io padre
Per caso
Giù nel box
Ed è accaduto qualcosa:
Ho riscoperto il suo odore.
Il suo odore è una mano sui capelli
che mi sveglia al mattino,
Il suo odore è un abbraccio

Pep

Foto: Gegio

Abbraccio

Il capo, testa dura, il mio,

sulla tua spalla,

un pizzico di sale, zucchero e noce moscata,

nell’incavo del collo,

il capo, il mio, il tuo,

si molge.

Chiudo gli occhi

e tu come un esile velo m’avvolgi,

come un agile drappo danzante,

 mi dai senso nuovo:

tra le tue mani intrecciate

sono un’opera di Christo e Jeanne Claude.

Museo

Guardo.

Guato.

Loro guardano opere d’arte,
io li guardo guardare opere d’arte.
Seduto con la mia seggiola nera
ad un angolo del salone.

Il primo giorno sedevo
davanti ad un Matisse,
anch’io,
come loro,
ero concentrato,
attento,
anche se non ho studiato.

Niente.

Io le tele non le capisco.

Ma poi osservo le persone, i loro volti
che si colorano, illividiscono, si fanno cupi,
come invecchiano, avvampano,
tutto d’un colpo ridono.
Allora tutto si fa più chiaro,
e forse capisco.

Melina (terza ed ultima parte)

Parte terza  

Era proprio vero. La stanza brillava della luce del mattino e Melina non poteva più dubitare di quel che vedeva riflesso di fronte a sè.

“Sono diventata una bambina colorata, caspitina!”

Effettivamente la pelle di Melina era tutta un intrecciarsi di colori caldi e luminosi, che si modificavano continuamente; a tratti sembrava fosse immersa in un mare di coriandoli, altre volte i colori si disponevano in losanghe e bandeggi più ampi (come il costume d’Arlecchino).

Melina sorrise contenta e lo specchio le restituì un sorriso arcobaleno.

Corse subito in cucina.

“Ta-dàn!”

Bi, Bo e Bu alzarono lo sguardo dalle tazze e rimasero esterrefatti.

“Sei bellissima” disse Bi.

“Sì” annuì Bo.

“Ng-ng-ng” fece loro eco Bu.

“Sì, sono bellissima” affermò radiosa Melina.

Mentre andava a scuola pensò un po’ spaventata a come l’avrebbero accolta, ma quando arrivò:

–        Gino il bidello le sorrise

–        Quelli della prima, seconda, terza A, B e C le sorrisero

–        Il maestro di matematica le sorrise

–        Praticamente fu accolta con un sorriso da parte di tutti quanti

–        E quando la maestra le chiese come stava, la risposta non fu il solito “Così così” ma “Molto bene, grazie, maestra”

Sembrava proprio che oltre ai colori avesse ricevuto in dono la capacità di rallegrare e rasserenare, forse i colori emettevano dei raggi magici, una cosa così insomma.

Fu ricevuta dal Presidente della Repubblica che le disse:”Brava figliola, continua così”.

Melina divenne più indaffarata di una rock-star: ogni lunedì andava a trovare i bimbi negli ospedali, il martedì parlava con un gruppo di nonnini, il mercoledì…

e poi ricevette inviti da tutti i paesi del mondo,

e poi organizzarono un grande incontro a cui parteciparono tutti i pittori più famosi, dentro il Louvre, per ammirarla e trarre ispirazione.

E poi il famoso pianista Mussorggisky compose una sinfonia che si chiamava “Colori ad un’esibizione”.  E così insomma.

Ho incontrato Melina qualche settimana fa, stava danzando, mi ha riconosciuto, mi ha sorriso e mi ha detto “Saluta tutti quelli che leggeranno la mia storia” e poi, leggera, ha ripreso il suo giro di valzer.

Qualche giorno fa ho scoperto che Melina si è sposata col Clown Masino, il figlio di Arlecchino.

Fine

Melina (parte II)

Parte Seconda

Erano le otto. La sveglia suonò, faceva il rumore di un picchio che becchetta la corteccia di una sequoia canadese (così le aveva detto la nonna Ba regalandogliela).

Melina si destò e prima ancora di aprire gli occhi sentì che c’era qualcosa di strano. “Molto stranissimissimo” pensò.

In genere al mattino si sentiva così così, invece quel giorno avvertiva tutta una energia dentro che la faceva stare bene.

Per andare al bagno passò davanti allo specchio e di sfuggita le parve di avere delle macchie sulla pelle.

“Ohibò” sobbalzò “non mi sarò mica presa il morbillo o la varicella?”
Ma questo pensiero di malattia contrastava col suo benessere (che pian pianino si diffondeva sempre più nel suo corpicino).

Alzò la tapparella e ritornò a guardarsi allo specchio.

“Mah… ma…mah ???”

Melina si stropicciò ben bene gli occhi un paio di volte, poi tornò alla finestra per fare ancora più luce.

“Melina ti sei svegliata? Fai tardi a scuola”, sentì sua mamma Bi che la chiamava, intenta a preparare la colazione.

Tornò davanti allo specchio.

“E’ proprio vero. Mannaggia!” pensò la bimba.

E le sue labbra si schiusero in un largo sorriso che lo specchio le restituì tutto intero.

Fine parte seconda

Melina (parte I)

“La vita è una cosa così”   Clown Masino

Avvertenze per i lettori che hanno più di 10 anni di età (per i più piccoli non è necessario):

–          questa è una fiaba, dunque una storia assolutamente vera, non abbiate paura

–          in questa fiaba ci sono tanti colori, non abbiate paura

–          in questa fiaba succedono cose magiche, non abbiate paura.

–          Insomma, non abbiate paura

Bene, ora possiamo cominciare.

Parte prima

Melina era una bambina di 10 anni, con capelli neri lunghi lunghi ed un colorito della pelle che passava dal bianco marmoreo estivo ad una quasi trasparenza invernale. Alta un metro e una scatola di corn-flakes, portava sempre delle scarpette viola. Viveva in una cittadina in mezzo ad una pianura che non si capiva esattamente fin dove si spingesse, anche perchè spesso le giornate erano appannate da una nebbiolina sottile e tenace, la cittadina si chiamava Qua, ma noi per intenderci meglio la chiameremo Là.

I genitori di Melina (che per praticità chiameremo Bi e Bo) non erano severi (la sgridavano solo se la combinava veramente grossa e questo accadeva raramente) ma non erano neanche dei genitori modello (per esempio, non le raccontavano mai nessuna storia): erano dei genitori così così.

Se incontrate Bo, il padre, per strada lo riconoscete sicuramente perché è arancione, di quella tonalità che spesso hanno i trattori; Bi, invece, è  verde, verde lampione.

La famiglia si completava con Bu, il fratello minore, la cui occupazione principale era rotolare per la casa emettendo strani versi.

Anche Melina era una bambina così così, non si può dire che fosse triste, ma certo non era nemmeno felice. Quando le chiedevano come stava o come andava lei faceva quel segno con la mano rotandola prima in giù e poi in su per un po’ di volte e non c’era bisogno di molte parole.

Una sera Melina, il pigiamino grigiolino indosso, andò a dormire (erano le 22e30 come d’abitudine) e sognò.

Sognò uno strano personaggio vestito in frac, molto ma molto rotondetto.

“Sono il mago Baba”  le disse.

“Babbà?” fece la bimba che non aveva capito e subito le era venuta una golosa acquolina.

“No, Baba.”

“Ah, occhei, scusa”

Il Mago Baba roteò la sua bacchetta magica a forma di baguette e Melina fu catapultata in un congegno che sembrava molto simile a quei tunnel pieni di spazzoloni rotanti dove si lavano le automobili. Inizialmente si spaventò, poi fu tutto un piacevole solletico e uno strofinio e si lasciò cullare…

Melina si svegliò. Erano le 8.00 del mattino.

Fine parte prima