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La Crisi in Casa

Ieri dopo cena avevo voglia di completare il pasto con qualcosa di dolce. Avete presente no? Quando alla fine del pasto siete soddisfatti, ma.. manca ancora qualcosa…Allora scendo in cucina e tosto due fette di pane, pronto a riempirle di marmellata agli agrumi… quando il padre della famiglia che mi ospita qua in Irlanda (pagati, s’intende) mi riprende dicendomi “guarda che siamo tenuti a darti solo colazione, pranzo e cena, niente extra”. Ammutolisco, non so se ridere o arrabbiarmi, rimango in una situazione di limbo: non è la prima volta che succede… qualche settimana fa avevo tostato 4 fette di pane per colazione invece delle solite 2 ed ero stato ripreso dalla madre “Ti spettano 2 fette, non di più, sennò non ce n’è per tutti”.  Perplesso, arrabbiato e confesso anche un po’ divertito, torno nella mia camera bunker e mi metto a ricostruire i pezzi del puzzle… L’Irlanda era fino a poco tempo fa uno dei paesi più ricchi d’Europa, nel periodo 1995-2007, veniva orgogliosamente chiamata “The Celtic Tiger” e con una popolazione di poco inferiore ai 5 milioni (escludendo l’Irlanda del Nord) il paese aveva saputo crescere rapidamente nel mercato europeo grazie ad una politica di libero mercato a 360°: privatizzazioni, prestiti facili, fiducia nella crescita, edilizia rampante, stipendi altissimi, tasse insignificanti per le imprese ed investimenti nel settore delle nuove tecnologie. Tutto ciò ha portato ad un’espansione del credito e ad una bolla immobiliare, insomma niente di nuovo rispetto a quello che si è già visto in USA o in Spagna…
Camminando per le periferie della città e anche nel mio quartiere si possono notare decide di scavi abbandonati, edifici incompiuti e attività commerciali mai aperte. Non c’è più fiducia, ora i soldi mancano, nessuno li presta più e fallimenti e licenziamenti si moltiplicano. Si sapeva? Si poteva evitare? Forse…dicono molti irlandesi… Durante la manifestazione per le strade di Dublino contro il governo a cui ho partecipato, un anziano signore mi dice che già nel Settembre 2008 il governo irlandese aveva annunciato un periodo di recessione (per la prima volta dopo gli anni 80)…”Si sapeva” mi ripete, “tutti lo sapevano!” Infatti in quel periodo, controllando le statistiche il tasso di disoccupazione iniziò a crescere e le richieste di assistenza sociale a salire. La cosa curiosa, per molti irlandesi intervistati nelle strade è che la crisi sia andata di pari passo con una serie di scandali bancari che hanno visto coinvolti i membri del partito Fianna Fail, attualmente al governo. Tutti oggi puntano il dito verso il Taoiseach (primo ministro) Brian Cowen, prima ministro delle finanze e poi premier… insomma il personaggio chiave della crisi irlandese e il maggior indiziato. Il 21 Novembre 2010 Brian Cowen ha chiesto un prestito di circa 100 miliardi all’Unione Europea, ottenendone (se non erro) circa 85… La gente è indignata e prevede che gli interessi su un debito così grande saranno destinati a sopprimere qualsiasi possibilità di crescita e annienteranno le possibilità di risparmio ed investimento, provocando una riduzione dei posti di lavoro, un aumento esponenziale delle tasse e una crescente disoccupazione giovanile.
Ma quali saranno i maggiori problemi della popolazione irlandese? Anche se il lavoro è diminuito drasticamente e il salario minimo è sceso a circa 8 euro l’ora, avere un lavoro in Irlanda è ancora più remunerativo rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Europa continentale. L’umiliazione che i cittadini non riescono ad accettare è il rinuncio allo spreco al quale erano orgogliosamente abituati. Dieci anni di crescita smisurata e di stipendi alle stelle hanno “americanizzato” anche gli abitanti della verde isola, che viaggiano su comodi/dispendiosi/inutili SUV e cambiano casa e macchina ogni 5 anni, acquistano cibi surgelati che costano 5 euro a porzione e si ubriacano nei pub a suon di 5 euro per ogni pinta di birra. Pensate, in questi giorni la temperatura non è salita sopra lo 0, un freddo inaspettato e oggi il governo ha razionato l’acqua: acqua a largo consumo solo dalle 6 del mattino alle 6 di sera. A questo punto vi starete chiedendo qual è la relazione tra gli ultimi due fatti… Beh, per evitare che si gelassero le tubature, a titolo precauzionale, molte famiglie hanno lasciato i rubinetti aperti per quasi una settimana (giorno e notte)…anche in tempi di crisi è difficile rinunciare alle piccole comodità. Credo che sarà questo il vero problema per la società irlandese: la rinuncia al lusso, all’innecessario.
Torno così, in chiusura dell’articolo, alla famiglia che mi ospita. Ieri il televisore della cucina si è rotto (preciso quello della cucina perché in media ci sono 4-5 tv in una casa irlandese) … ed oggi è entrato un gigantesco schermo al plasma nuovo di zecca. Pare che il vizio di “investire” nelle nuove tecnologie non sia ancora sparito… si va cauti sul pane, ma si crede ancora nella tecnologia? Sarà un segno di ripresa?

Roberto

Iran

I quotidiani, le riviste e le televisioni di mezzo mondo hanno parlato di Onda Verde, Rivoluzione Verde, di speranza per una rivoluzione democratica, della nascita di un nuovo paese… Ma, come sempre, a quanti è chiaro cosa sia veramente accaduto in Iran e quali siano le possibilità per il futuro del paese?
Nel 1979, come tutti sappiamo, L’Ayatollah Ruhollah Khomeini prese il potere sovvertendo il precedente regime filo-occidentale retto dallo Scià. Khomeini si pose a capo del paese nelle vesti di Guida Suprema. Oggi, quando sentiamo parlare di Iran, ogni riferimento è fatto al presidente della repubblica, Mahmoud Ahmadinejad, che tuttavia, grazie al controllo della Guida Suprema e del Consiglio dei Guardiani, gode di poteri limitati. Il Vali-e faqih (Guida Suprema) è ancora oggi “il regista dietro le quinte” dello stato e della società iraniani. E’ una delle figure più importanti con funzioni di controllo della politica iraniana:  è autorità massima in fatto di giustizia, comanda le forze armate, dichiara lo stato di guerra e pace, nomina e revoca la gran parte dei personaggi di rilievo della società iraniana (compresi i capi delle emittenti radio e tv) ed ha funzioni politiche: formalizza l’elezione del presidente della repubblica e lo può rimuovere. Inutile dire che si tratta della figura chiave per l’accesso al potere.
Appare pertanto chiaro che il gruppo di pressione che riuscirà a far eleggere un proprio sostenitore  per questa carica potrà decidere le sorti politiche dell’intero paese. La partita per la successione si giocherà, secondo gli analisti, tra i Pasdaran e gli esponenti della prima generazione di rivoluzionari -di cui Rafsanjani, attuale presidente dell’Assemblea degli Esperti, è l’esponente più illustre.
Per cui, contro chi manifestano le centinaia di migliaia di giovani iraniani? Che tipo di cambiamento chiedono allo stato? Questi contestatori dell’attuale amministrazione non mettono in discussione l’intera natura del potere, ma si ribellano contro la presunta irregolarità delle elezioni “democratiche” e si appellano all’establishment religioso chiedendo maggiore giustizia sociale (Onda verde…rappresentativa è infatti la scelta del verde, colore simbolo dell’Islam). Lo scopo di questi giovani non è l’ennesimo ribaltone con le bandiere americane che sventolano sopra i simulacri del potere abbattuti dall’intervento messianico occidentale. Questi dimostranti sono contenti di avere il nostro appoggio morale, ma hanno le idee ben chiare rispetto ai canali attraverso i quali il cambiamento dell’ordinamento sociale deve passare. L’Onda Verde, proponendo un processo di modernizzazione attraverso le istituzioni esistenti, si oppone fermamente all’apparentemente inarrestabile ascesa di una nuova classe politica, affamata di denaro e potere, e di matrice ultra-conservatrice: i Pasdaran.
La formulazione di ipotesi riguardo al futuro della politica interna iraniana passa pertanto attraverso la conoscenza del ruolo di primo piano assunto dai Pasdaran negli ultimi vent’anni. L’ascesa di questa nuova classe dirigente risale al periodo della guerra tra Iran e Iraq, quando questo corpo, difendendo il paese e il sistema rivoluzionario Khomeinista, primeggiò in ambito militare superando per importanza l’esercito regolare. Al termine del conflitto, forti di questa posizione e con l’appoggio della Guida Suprema, si inserirono gradualmente nell’apparato economico del paese ottenendo appalti per la ricostruzione post-bellica. Successivamente, attraverso il controllo delle Bonyad (Ovvero le fondazioni: vera potenza economica del paese.), consolidarono la loro influenza economica e sociale. Oggi, i Pasdaran sono entrati a far parte dell’establishment politico e si propongono come guardiani del sistema iraniano e garanti del pensiero ultra-conservatore. Questa ascesa è stata coronata nel 2005 dall’elezione di un Pasdaran come presidente della Repubblica: Mahmoud Ahmadinejad.
Quale sarà quindi il futuro dello stato iraniano? Secondo molti studiosi la partita si giocherà proprio con l’elezione della prossima Guida Suprema. I Pasdaran, proseguendo la loro politica di ramificazione nella società, cercheranno di perpetuare, ed eventualmente incrementare, il controllo sui principali mezzi di comunicazione, trasporti pubblici e risorse energetiche del paese, con l’obiettivo di ampliare il sostegno popolare di cui godono in modo da poter rappresentare la maggioranza negli organi eletti dal popolo (Majlis, Assemblea degli Esperti, Presidente della Repubblica) e influenzare così l’intera politica della Repubblica Islamica dell’Iran, compresa l’elezione della prossima Guida Suprema. Se questi ultimi riuscissero a scegliere la prossima Guida Suprema, magari una figura poco carismatica e manipolabile, potrebbero ulteriormente consolidare la loro leadership e procedere indisturbati nella trasformazione del paese in uno stato ultra-conservatore e militarizzato con un conseguente rischio per la pace internazionale e per la qualità della vita dei cittadini iraniani.

Rob

Fès

Dopo il tè mi condusse su per le scale, uscendo da quella chiocciola buia, azzurro e ocra mi riempirono gli occhi: dinnanzi a me si dischiuse un paesaggio senza fine, fatto di tetti, gatti, cupole e panni. Mi disse che da lassù si poteva vedere tutta Fès e per un momento rimanemmo in silenzio, finché il muezzin iniziò a salmodiare.

Roberto

A Hard Rain’s a-Gonna fall

Oggi a Dublino ci sono sacchi di sabbia ovunque, per arginare le possibili piene del Liffy e dell’oceano che prepotente viene ad incontrare il mare d’Irlanda alzandone il livello. Il vento fischia tra le case, graffiando la faccia dei passanti e flagellandone le ossa. Gli allarmi delle macchine suonano all’unisono incoraggiati dalle folate di vento e una ragazza, il volto scolpito dagli angeli, ha perso il berretto sotto il treno. Sembra che la musica fugga più velocemente dai pub, raggiungendo le orecchie dei passanti che in strada cercano solo un rifugio e mormorano tra loro: “a hard rain is gonna fall”.

La canzone che Bob Dylan scrisse nell’estate del 1962 è stata spesso considerata profetica. Quasi cinquant’anni dopo, il mondo non è poi troppo dissimile dallo scenario allora dipinto dal cantante. Alcuni fotografi, alla luce di ciò, hanno deciso di trasformare in immagini i versi di questa canzone e darle nuova vita. Ho avuto l’oportunità di vedere questa esposizione qua a Dublino qualche settimana fa e devo dire che mi è piaciuta molto. Vi consiglio pertanto di dare un’occhiata al sito qua sotto e “godervi” le immagini.

informazioni sul progetto: http://www.hardrainproject.com/section.php?a=47

immagini:http://www.hardrainproject.com/gallery/

Bob Dylan – A Hard Rain’s A-Gonna fall

Oh, where have you been, my blue-eyed son ?
And where have you been my darling young one ?
I’ve stumbled on the side of twelve misty mountains
I’ve walked and I’ve crawled on six crooked highways
I’ve stepped in the middle of seven sad forests
I’ve been out in front of a dozen dead oceans
I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what did you see, my blue eyed son ?
And what did you see, my darling young one ?
I saw a newborn baby with wild wolves all around it
I saw a highway of diamonds with nobody on it
I saw a black branch with blood that kept drippin’
I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’
I saw a white ladder all covered with water
I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken
I saw guns and sharp swords in the hands of young children
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

And what did you hear, my blue-eyed son ?
And what did you hear, my darling young one ?
I heard the sound of a thunder, it roared out a warnin’
I heard the roar of a wave that could drown the whole world
I heard one hundred drummers whose hands were a-blazin’
I heard ten thousand whisperin’ and nobody listenin’
I heard one person starve, I heard many people laughin’
Heard the song of a poet who died in the gutter
Heard the sound of a clown who cried in the alley
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, who did you meet my blue-eyed son ?
Who did you meet, my darling young one ?
I met a young child beside a dead pony
I met a white man who walked a black dog
I met a young woman whose body was burning
I met a young girl, she gave me a rainbow
I met one man who was wounded in love
I met another man who was wounded in hatred
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

And what’ll you do now, my blue-eyed son ?
And what’ll you do now my darling young one ?
I’m a-goin’ back out ‘fore the rain starts a-fallin’
I’ll walk to the depths of the deepest black forest
Where the people are a many and their hands are all empty
Where the pellets of poison are flooding their waters
Where the home in the valley meets the damp dirty prison
Where the executioner’s face is always well hidden
Where hunger is ugly, where souls are forgotten
Where black is the color, where none is the number
And I’ll tell and think it and speak it and breathe it
And reflect it from the mountain so all souls can see it
Then I’ll stand on the ocean until I start sinkin’
But I’ll know my songs well before I start singin’
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Rob

Libero

Libero. A volte mi chiedo cosa significhi essere libero. Forse scegliere autonomamente la propria prigione, la propria gabbia?
Hobbes concepiva la libertà come assenza di leggi che pongano dei limiti alle nostre azioni: si è liberi finché non sussiste una legge che limiti il nostro agire. Tecnicamente noi, come cittadini, abbiamo in comodato d’uso il nostro corpo: apparteniamo infatti allo Stato, il quale si prende cura di noi dalla culla alla tomba. Il nostro corpo è dello stato, il suicidio è proibito e il danneggiamento del proprio corpo o di quello altrui sono punibili dalla legge. Anche la nostra libertà viene pertanto inscritta nei confini legislativi.
Attraverso questa burocratizzazione è possibile una “calcolabilità dei risultati”, ognuno ha dei doveri e dei diritti precisi, ma tale uniformità delle “regole” può portare ad una spersonalizzazione della società: esclude il particolare in virtù del generale, nonché l’aspetto emotivo, irrazionale, individuale.
Questo processo, definito da Weber di “razionalizzazione”, è caratteristico del nostro tempo e pensato per il coordinamento e la pianificazione su larga scala dell’attività dei cittadini (massa). Grazie alla gerarchizzazione della società e alla sua burocratizzazione è quindi possibile il controllo delle attività sociali e, di fatto, un controllo attivo della libertà di ogni individuo.
Tuttavia abbiamo deciso di sacrificare un pezzo della nostra “libertà complessiva” in virtù di tutelare la nostra libertà negativa: certezza di non essere sottoposti a schiavitù o sottomissione fisica etc…
La nostra vera libertà, la libertà percepita dalla nostra psiche, si identifica pertanto con la libertà positiva, nel senso di autonomia del pensiero. Di questa libertà, a parer mio, dobbiamo prenderci cura giorno per giorno, senza mai darla per scontata e senza delegarla ad altri.
Il rischio è quello che subisca anch’essa un processo di razionalizzazione, permettendo quindi (allo stato, al potere o chi per lui) il controllo non solo sulle attività sociali, ma anche sull’etica e sul pensiero.

Rob