Intermezzo parte III

Inès e Arturo riuscivano, talvolta, a rincorrere le loro passioni individuali anche quando insieme nello stesso spazio. Allora, da dietro una porta, les valses del violino, le ripetizioni infinite fino a soddisfare l’ambizione della musicista, riempivano il tempo. Eppure quando Inès emergeva da quel suo mondo sonoro e un po’ sognante abbandonava la sua stanza, la sua finestra e il suo strumento, trovava spesso Arturo assorto in cucina a non far nulla, ad ascoltare, diceva. Vedi perché non puoi stare sempre qui… e, con dolcezza, le sorrideva.

Delle liti e delle incomprensioni, della sacra rabbia, oggi Arturo non ricordava che qualche porta sbattutta e, forse, lo sguardo triste e vago che per qualche giorno rabbuiava l’espressione di Inès. Degli anni successivi più quieti, della quotidianità fatta anche di noia e fughe, degli amici a cena, delle domeniche a spasso, non aveva che un gusto in bocca: il sapore familiare e intimo della propria scelta, l’odore della pelle di Inès. Ma quella sera di temporale, erano i giorni, le settimane, i mesi iniziali e infiniti della scoperta a riempire come fumo tutta la sua fantasia.

Non c’era spazio per il resto, né per i rimproveri, né per i giorni lenti d’estate, né per il rumore improvviso, per lo schianto prima del treno poi delle parole nella sua testa. Solo la risata di Inès restava.

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Intermezzo parte II

Erano passati molti anni dal tempo del riso e delle grida, della gioia giocosa dei cuccioli che scoprono il mondo. In un appartamento dalla luce chiara del mattino, sempre in una cucina, Inès addormentata perché appena sveglia guardava con quel suo sguardo misterioso e caldo la stanza. Osservava il caffé, le tartine con la marmellata preparate sul tavolo e il suo giovane amore. La giornata cominciava dolce nella cucina gialla e fresca d’inizio autunno. I corsi sarebbero iniziati a breve, i maestri non amavano i ritardi, e lei era già in ritardo… ma non riusciva a sbrigarsi, indugiava, aveva paura di perdere quel sogno incantato. Aveva paura di ritornare dal conservatorio e trovare la casa vuota, il suo angelo evaporato, una luce polverosa al posto del sorriso di Arturo. Arturo ne cullava i movimenti lenti con lo sguardo, un’indicibile tenerezza lo compenetrava tutto e senza dir niente non la lasciava partire. Poi rumore di piedi, scale a rotta di collo per recuperare inutili secondi, il sorriso grande sul volto. Dalla finestra lui la guardava allontanarsi, il tram sferragliava, la salutava con la mano: sapeva che sarebbe tornata con il far del tramonto.

Al ritorno la casa era in subbuglio, un caotico lavororio e fermento d’idee aveva sconquassato l’aria, creato mondi. Per terra e sul tavolo, appunti, schizzi, calcoli. Le linee dei segni matematici come quadri ordinavano, nella loro esplosione, lo spazio. Ma, al primo sguardo, la solita battuta e la risata complice li ritrovava uniti.

Intermezzo parte I

Il cielo si era fatto scuro, nuvoloni neri si erano addensati contro il cielo terso, fino a poco prima, della sera. Arabeschi di nuvole ora soffici ora minacciose, disegnavano la volta e gli occhi dei passeggiatori estivi. L’aria appesantita preparava il temporale, le persiane si aprivano, si chiudevano, sbattevano. La luce dell’acqua e il tramonto rosa erano come dimenticati. In una cucina spoglia e non squallida, occhi azzuri inquieti si erano anche di colpo come annuvolati: i pensieri correvano per terra, sotto il lavandino, tra i piedi, e quegli occhi sempre più grigi e profondi li inseguivano passo passo, nascondiglio su nascondiglio. Spesso si fermavano, calamitati, sul violino poggiato come distrattamente, come obliato, nell’angolo della stanza. Impauriti e speranzosi al contempo interrogavano lo strumento come oracolo capace di risposte, forse miracoli.

Il temporale ritardava, indugiava, accresceva l’umidità dell’aria e l’apprensione nel cuore del giovane. Battiti bassi, a volte regolari improvvisamente poi accellerati, scuotevano il petto come i tuoni in lontananza, da dietro certe montagne. Il pensiero della natura prossima e già lontana, per qualche ragione, diede un senso di realtà alla stanza, al violino, all’ora della sera e a quei pensieri irrequieti. Così accese una sigaretta, il vento soffiava forte.

Irene

radiojournal

Si je m’écoute, je n’entends plus tellement l’écho d’horreur des nouvelles au quotidien.

Des crises qui empirent jour après jour, des miliers de personnes (désignées réfugiés, migrants et par beaucoup d’autres noms) qui fuient, qui meurent, qui sont rejetés par nos démocraties (qu’on pourrait désigner sans faute autrement) au XXI siècles. Ce matin au radio journal, ils parlaient de futures déportations. L’europe déportera après les avoir imprisonnées des miliers de personnes (migrantes, pauvres, clandestines).

Rien de nouveau, dans le silence et l’habitude aux tragédies qu’on endure jour après jour. Seulement, un constat, bien sûr triste, d’un manque de force, tout à fait personnel, vis à vis de cela.

 

Se mi ascolto, non percepisco più così tanto l’eco dell’orrore delle notizie quotidiane.

Crisi che peggiorano ogni giorno di più, migliaia di persone (chiamate rifugiati, migranti e con molti altri nomi) che fuggono, muiono, sono respinte dalle nostre democrazie (che potremmo chiamare tranquillamente in altro modo) del XXI secolo. Questa mattina al radio giornale parlavano di future deportazioni. L’europa deporterà, dopo averle imprigionate, migliaia di persone (migranti, povere, clandestine).

Niente di nuovo nel silenzio e nell’abitudine alle tragedie che oramai sopportiamo ogni giorno. Solo una constatazione, senza dubbio triste, della mancanza di forza, sicuramente personale, di fronte a tutto ciò.

Orage

E spero di aver saputo ascoltare,

di non aver riempito di parole estranee quell’intimo

prezioso e dolorante affetto.

Che coraggio quegli occhi e la sofferenza

tangibile, la lotta, l’utopia

per il meglio.

Il meglio, per come si può

per come ci è dato

per come la vita concede.

Ma la natura, se non maligna ma lunatica

sorella

ci abbraccia

un temporale che si preannuncia

una tempesta che può placare

anche per poco l’impotenza

della siccità.

Auguro a noi anime

di lotta e di speranza

una notte dolce.

Irene

Dittatore

Dittatore4650757042_3b2382ceb6_b
che non muori, non scompari, non invecchi
che permei, più profondo di quanto immaginassi
realtà e immaginario

Quando la fine del tuo impero
del tuo dolore, della tua rabbia
la tua vittoria

Quanti i tuoi figli, i tuoi pensieri
dinastie epiche bibliche
ridicole
funeste

Quando affonderanno per non tornare più?

Irene

Foto: Eva Munter

Déménagement

un cuore di carta4133278357_398c1209e2_b

che si gonfia
si bagna
e si asciuga

s’increspa.

 

la vita continua
senza di te
così solitaria

si dice che continui
ma così dura,
mi manchi sempre

anche quando lo dimentico.

 

Irene

Foto: Eva Munter

Proteggi

invece io non capivowpid-fxcam_1346168709481
e adesso capisco un poco
sento

il dramma del tuo sguardo
cambiato tuo malgrado
verso di me

il male che male il tuo
e io che ero la tua
stupidina

adesso capisco
e quel male d’impotenza
di rabbia
da me generato
poi subito

io che mi alleno per essere migliore
rifletto e mi tengo salda
a me

per te che non ci sei
che non ti ho più voluto
che non torni

in nessun altro.

 

Irene

Foto: blog Nordur 66°