Gioia Mia

Mi chiami “Gioia Mia”, mi aggiusti il colletto e mi chiedi se ho mangiato e cosa.

Silenzi, parole e passi scandiscono la nostra ora giornaliera che riusciamo a concederci ormai da tempo.

Ti chiedo di abbracciarmi e quel giorno lo fai più forte.

Era l’ultimo giorno in cui queste cose potevano accadere.

Mancano quelle piccole mani non curate, tu che fumi una sigaretta, tu che sorridi come una bambina e mancano le tue uniche e solite domande.

Manchi tu.

IMG-20171118-WA0006[1] Foto: Serena S.

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La piega della tristezza

Milano, lunedì mattina, tram 14.
Umanità schiacciata e infastidita dal contatto reciproco, ciascuno pensando allo spazio che vorrebbe prendere, e allo spazio occupato dagli altri.
Tra una fermata e l’altra, un signore calvo con gli occhiali si mette a sbraitare contro il vicino: “Se non ti piace tornatene nel tuo Paese! Caproni! Puzzate come dei caproni, ci mettete il profumo sopra per coprire la puzza… fate schifo!”.

Mentre mi unisco al coro dei “Basta! La smetta!”, cerco il viso dell’uomo a cui sono rivolte quelle parole. Ma vedo soltanto la nuca, il collo, dove una piega, di colpo, profonda: la piega della tristezza.

Vai

Vai pure verso il mondo

esplorando l’abito della Terra

tu che adorna di nulla

hai mosso quest’oggi il tuo primo passo.

Solo, di tanto in tanto

torna a riposare sotto l’ombrello

arboreo del mio cuore

dove l’ombra chiara rinfresca a tratti

dove il sole trapela

quando si muove un sorriso di vento.

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Giulio

Autunno

2313

Potessi inzuppare il cielo
come un biscotto nel tè
lo farei gocciolare
su questo filo d’erba,
giallo di sole.

Siamo venuti a vedere
l’autunno, marrone
con rosso:
a Milano arriva in gola
a grattare, a chiedere
miele.

Siamo venuti a fare fatica
nelle caviglie,
nelle ginocchia, nel fiato corto
necessario
a ogni passo.

Siamo venuti in salita,
a sentire la sete,
la fame, il sonno
che non puoi rimandare.

Siamo venuti a farci piccoli
tra le rocce e i castagni,
a spingere dentro
l’aria sottile, qui
sopra il nero,
denso di città.

Siamo venuti
a sdraiarci,
a guardare tra i rami
secchi,
a stare fermi,
a pregare la pioggia.

Foto: Gegio

Straniera tu, straniera io

Milano, San Cristoforo, stazione del treno.

Una giovane donna in chador nero solleva un passeggino con bimbo annesso, e scende di corsa le scale del sottopassaggio. Alla rampa successiva, da percorrere in salita, riesco ad offrirle il mio aiuto.
Il passeggino è pesante, mi chiedo come abbia fatto a trasportarlo da sola. Arrivate in cima le sorrido, cercando di mettere nel sorriso tante cose: come il fatto che, se vuole, possiamo parlare, abitiamo nello stesso quartiere, mi piacerebbe conoscerla.
Lei però fissa dritto davanti a sé, non incrocio il suo sguardo. Bisbiglia un “grazie” in tutta fretta e si mette a camminare spingendo il passeggino.
La osservo mentre si sposta di qualche metro sulla banchina, parlando al cellulare. Poco dopo la raggiunge un uomo, più vecchio di lei, che si mette al suo fianco e prende in braccio il bambino.

Sento un dispiacere spigoloso crescermi dentro, che si mescola a rabbia, e inizio a vedere cose che, in quella scena, non ci sono: vedo una donna di vent’anni venuta dall’Egitto dopo aver sposato un uomo che non conosce, originario del suo stesso villaggio. Vedo una donna a cui è stato detto di non dare confidenza alle italiane, perché sono senza religione, senza morale: escono da sole come prostitute, scoprono il corpo, si truccano. Vedo una donna venuta a Milano per fare figli e stare chiusa dentro al piccolo mondo degli egiziani immigrati qui.

Di colpo mi trovo a pensare che si parla tanto della paura degli stranieri, ma “straniero” è una categoria relazionale: se tu sei straniera per me, anch’io lo sono per te.
La paura è probabilmente reciproca.
Penso a come sia facile piantare un seme di guerra in una mente, un cuore umano. Basta dirsi: “Noi contro tutti”, e permettere che il noi diventi sempre più piccolo, sempre più stretto… fino a stare dentro ai confini dell’io.

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Foto: Lisbona 2017

Dasht-e Kavir

Lo sguardo si allunga ad abbracciare

paesaggi di polvere, pietre, sterpi.

Si allenta la morsa che sentiamo dentro,

siamo superficie e limite,

orizzonte di noi stessi.

Profumo di rose selvatiche portato dal vento.

Come fiori

Solitamente

paragonati ad inutili piante

nodosi

fragili testimoni

dello scorrere del giorno.

Rari fiori di campo

per me, voi

uomini senza casa

senza diritto

senza dimora.

Appassite veloci

alle prime luci del mattino

al primo freddo.

Un altro funerale.

Giulio

Tenere le cose insieme

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Tenere le cose insieme
vuol dire metterle
e lasciare che stiano
in uno stesso posto.

Difficile ma, per cominciare,
l’inventario: quante sono,
quali forme e colori, lo stato
di conservazione.
Una per volta guardarle,
ricordare e dire
il nome.

Poi, con l’elenco di tutte le cose
che ci sono, prepararsi
a disporle su un piano
non inclinato, facendo attenzione
ché spesso, senza volerlo,
finiscono sul bordo le cose
di dubbio gusto e manifesta
inutilità, dono di persone amate
e tradite, odiate, segretamente
invidiate.

Son proprio quelle le cose
a volar via ai primi venti d’autunno,
appena s’alza una rabbia
un poco più cattiva, troppo
a lungo imprigionata.

Tenere le cose insieme
tutte le cose
per tutto il tempo.

 

Foto: Islanda, Blog 66° Nordur 2.0

Così lontani

Osservando da vicino quest’epoca
ogni ipotesi trasecola
mentre un’ombra inquietante
rabbercia i nostri silenzi
alla bene-e-meglio.
Vorrei riaffermarlo:
la nostra cecità è incollata con l’ombra.
Nel frattempo permetto
alla musica di Pärt
di ricucire i margini slabbrati
dell’umanità
in zoppicante cammino.

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Giulio