Tenere le cose insieme

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Tenere le cose insieme
vuol dire metterle
e lasciare che stiano
in uno stesso posto.

Difficile ma, per cominciare,
l’inventario: quante sono,
quali forme e colori, lo stato
di conservazione.
Una per volta guardarle,
ricordare e dire
il nome.

Poi, con l’elenco di tutte le cose
che ci sono, prepararsi
a disporle su un piano
non inclinato, facendo attenzione
ché spesso, senza volerlo,
finiscono sul bordo le cose
di dubbio gusto e manifesta
inutilità, dono di persone amate
e tradite, odiate, segretamente
invidiate.

Son proprio quelle le cose
a volar via ai primi venti d’autunno,
appena s’alza una rabbia
un poco più cattiva, troppo
a lungo imprigionata.

Tenere le cose insieme
tutte le cose
per tutto il tempo.

 

Foto: Islanda, Blog 66° Nordur 2.0

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Così lontani

Osservando da vicino quest’epoca
ogni ipotesi trasecola
mentre un’ombra inquietante
rabbercia i nostri silenzi
alla bene-e-meglio.
Vorrei riaffermarlo:
la nostra cecità è incollata con l’ombra.
Nel frattempo permetto
alla musica di Pärt
di ricucire i margini slabbrati
dell’umanità
in zoppicante cammino.

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Giulio

5 colloqui di servizio civile

Approssimativamente l’anima

tra questa e l’altra sponda

tuo padre già svanito

sepolto nel Mediterraneo

(il nuovo mare dei cadaveri

la ferita che l’Africa mai ricuce

la violenza che l’Europa mai risana)

quel tuo curricula perfetto

il primo impiego a dieci anni

e l’italiano così incerto

tra i corsi e l’emozione.

 

Ed ora col tuo viso pulito

chiudi gli occhi

seduto nell’involucro metallico

cuore di lamiera

cuore di container

dove in tredici hai vissuto

sofferto, sperato, trovato

l’incommensurabile forza degli occhi

aperti ora

come braci sul mondo

 

ed ancora tua madre

quella che chiami fragilità

per non chiamare pazzia

quelle occhiaie lunghe di troppa

erba

troppo metal

troppa vita che scorre

dalle mani alla chitarra

il fiore degli anni

il fiore della sofferenza

due fiori recisi.

 

La giovinezza del tempo presente

l’insostenibile attesa di un lavoro

teoria smisurata all’università

gli occhiali e le mani sudate

la speranza di un impiego

pagato poco, pagato

però

tu che aduso ai tirocini

lanci gli anni come sassi

in attesa del giusto che non viene.

 

Infine il lavoro nei campi

la sicurezza ostentata

la tua giovane forza dell’est

a raccogliere mele perfette

cosi buone – in verità

cosi ingiuste – in verità

anche tu senza casa

anche i tuoi ventidue anni confusi

nella folla

degli universitari allo sbando

nonostante il cellulare

nonostante la camicia.

Giulio

Niente, ancora

Niente, ancora
giocano i bambini, loro
è la piazza e non ci sono
calde giornate a fermare
il pallone ovale, a noi
il torpore sudato, il futuro
degli anni passati, già
la nostalgica pigrizia
dei ricordi, della vita
che non abbiamo saputo
scegliere, che vogliamo
sciogliere in un calcio
bambino

Sulla dimenticanza

Sorvolare vorrei10463785_514081818726244_373363809816620035_o
imenotteri
in un deserto verde
d’erba cieca
deserto d’erba di silenzio
silenzio senza sosta
sosta senza fiori.

I giorni passano a coppie
uguali a due a due
mentre alcune domande
mollemente s’abbandonano
appassiscono
smarriscono.

Così ti ritrovi nell’ombra
della tua ombra,
e tu là fuori che guardi
qualcosa di te o del paesaggio
sbiadire
tramontare
dimenticare.

Fino al momento in cui l’io
e l’oggetto della dimenticanza
coincidono.

 

Giulio

Femminile

Guarda intorno:
m’appartiene l’albero, l’uccello
lo steccato e il rivo ombroso
e più in fondo l’orizzonte
ed il sole sulle messi.
Per tutta la vita ho lavorato questa terra che oggi
mi appartiene di dirtto
di sudore, d’amore di uomo.
Ma tu che non hai nulla
la notte
t’addormenti in ogni luogo
tu che trapassi me e la mia terra
col tuo zaino di niente
e ti scaldi ad ogni fuoco
ad ogni sogno,
tu che del grano hai fatto rame
e poi rugiada
tu che mi attraversi trasformandomi
e mostrandomi le labbra
le tue, le mie labbra di donna
finalmente dopo
tutta questa fatica
tutto questo sudore
tutto questo reame
finalmente donna
tana di conigli
nido di passeri
ventre estivo
alcova di sorriso.
Quel sorriso anche tuo
che m’ha fatto primavera
ed ora ho mille nomi
e non ho terra
non ho regno
e spoglio prendo commiato
nudo come vento
taluni sogni, alcune nuvole.

maschile-e-femminile

Giulio

Beata ignoranza

Quando sono stanca
della densità
dei nostri spigoli, quando
sul tram affollato
uno scroscio di voci,
allora
ringrazio
la mia ignoranza
delle cose animali.

Il canto degli uccelli è per me
musica
senza parole.
Forse questo trillare melodioso
il promemoria
per la dichiarazione dei redditi
e il cinguettio di rimando
un rimprovero rabbioso
per dimenticanze
distrazioni
errori.

Forse, soltanto forse:
posso stare
e non capire.

Foto: Essaouira 2016

 

Breve storia del Tutto – Un racconto fantastico

Hotel del Disinganno

I

Nel cielo una lunga scia di nuvole, simile ad una lama insanguinata dal sole al tramonto, invisibile dietro le case, illuminava di una luce irreale la stradicciola e i pochi passanti.

La sera già volgeva alla notte quando il Signor G., come suo solito dal ritorno dall’ufficio, si fermò in una delle bancarelle di libri usati sotto i portici. Per tutta la vita, sin da piccolo, aveva coltivato un’unica passione: i libri antichi.

A questa passione, purtroppo, poteva dedicare solo pochi soldi, e anche questi non senza sacrificio, messi da parte dal suo magro stipendio di impiegato statale. Così, non potendo acquistare i libri in negozi di antiquariato né tantomeno in aste dedicate a ricchi collezionisti, rovistava spesso fra le bancarelle di libri usati con la speranza che qualche raro esemplare, proveniente dallo svuotamento di una vecchia libreria o soffitta, cadesse dentro la sua piccola e malandata rete di…

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