Parole che non si dimenticano

Vi presento un racconto di una mia esperienza in Africa. E’ un po’ lungo ma contiene un passo che mi ha segnato la vita e soprattutto mi ha toccato il cuore.

Già dopo il confine sembrava di essere in un altro mondo.
Il Benin, stato confinante con il Togo, si svelava ai nostri occhi sotto un aspetto completamente diverso. La strada che avevamo percorso da Tabligbo ad Aneho, con tanta fatica causa i mille sussulti dovuti alle infinite buche, si era trasformata. Non era più di terra rossa, con le nuvole di polvere che si alzavano dopo il passaggio di ogni macchina, non sembrava più lasciata a se stessa, corrosa dalle intemperie, mangiucchiata dai pneumatici degli attempati camion che macinano quotidianamente chilometri di fatica trasportando i pesanti carichi di cemento prodotti dalla fabbrica di Tabligbo, non era più una strada ferita, dalla quale emergeva la sofferenza di un popolo, ma scorreva, sotto le ruote del nostro piccolo furgoncino, asfaltata e silenziosa come un grande fiume, come un mistico portatore di pace. Di colpo il rumore della carrozzeria che vibrava era cessato, il cervello si trovava finalmente fermo nella sua calotta cranica dopo un periodo in cui gli era sembrato di vivere dentro una stretta maracas, il motore cominciava a liberarsi dalla polvere e dalla frustrazione, dopo lunghissimi tragitti in cui era tenuto a freno, imbrigliato come un cavallo che da troppo tempo non si fa una bella galoppata.

Così Roman, incredulo di poter finalmente superare i 30 chilometri orari senza il rischio di distruggere le sospensioni, ha portato con un gran sorriso la fedele vettura fino a 80-90 km/orari. Il pullmino “Serena” 7 posti era stato donato alla missione dei comboniani da una coppia di Italiani che aveva affrontato un viaggio epopea, partiti dall’Italia avevano attraversato Francia Spagna e preso il traghetto sullo stretto di Gibilterra, poi Marocco Mauritania, Senegal e giù tutta la costa dell’Africa fino in Togo! Due temerari avventurieri! E grande macchina, dopo così tanta strada ancora in vita (segretamente io temevo ci abbandonasse da un momento all’altro)! Alcuni di noi però ci salivano mal volentieri, era stretta e scomoda, roba da claustrofobia. Inoltre si partiva sempre in 8, uno oltre il numero dei posti, facendosi stretti stretti, per stringersi sempre di più durante il tragitto, contro ogni aspettativa, nonostante l’incredulità, nonostante l’evidenza portasse a dire ad alta voce “Cazzo qui non ci sta davvero più nessuno!” saliva sempre qualcuno, e in qualche modo ci si arrangiava, ci si stava, scomodi ma ci si stava. D’altronde la comodità in Africa è qualcosa di relativo al contesto e fai anche in fretta ad abituarti a non averla più come aspettativa, o per lo meno, non come noi europei siamo abituati! Qui, la comodità, prende una piega un tantino più drastica :“Meglio 100 km su un pullmino che non a piedi sotto il sole!” ed in effetti, vista in quest’ottica, assicuro che si possono fare grossi grossi sacrifici. Comunque noi teneri bianchi snob preferivamo di gran lunga i viaggi sul cassone della Toyota, una grossa jeep, di duro acciaio (ok, forse non era acciaio ma ci sembrava comunque bella robusta), insomma, solida che quando prendi una buca la senti, oh se la senti, ma però hai l’aria nei capelli, il cielo sopra la testa, e sempre spazio per qualcuno che vuole salire così non devi boccheggiare due dita di finestrino per prendere aria ne sudarti la maglietta 5 volte in 2 ore.

Passati la frontiera, lungo la carreggiata sulla nostra sinistra (l’immagine è stata presa dal retro), svettava bellissima, come un miraggio, la linea della corrente elettrica! Era simbolo di una conquista, come una croce in cima ad una montagna che dice “Fin qui l’uomo è arrivato” (fate i bravi, passatemi la metafora) anche là quel filo sospeso tra tutti quei pali, impiantati insperabilmente così dritti, ci sussurrava:” Anche qui, è arrivata l’elettricità, il primo contatto con il mondo civilizzato”. I campi sembravano più belli, curati, le case erano per la maggior parte di mattoni, non intonacate, ma di mattoni! E c’erano pure le linee bianche disegnate per terra. Insomma, i nostri occhi avidi avevano dimenticato cosa voleva dire ammirare un po’ d’ordine e si stavano facendo una gran scorpacciata di dettagli. Cose che prima non notavi, che ti sembravano normali, ora splendevano come oro sotto il sole (come tutti quei pali della luce, così lustri, così dritti, così tutti uguali, così bellissimi).
Bene, in tarda mattinata eravamo già a Ouidah, p. Donato voleva far sosta per salutare il parroco di una chiesa importante e per incontrarsi con Ivette, dolce signorina che ci avrebbe accompagnato come guida e come amica nella nostra due giorni, un viaggio esplorativo, una toccata e fuga Togo-Benin-Togo per visitare il tempio del Pitone, la casa degli schiavi, la foresta sacra, il seminario e il mercato dell’artigianato di Cotonou e cogliere l’occasione per salutare qualche buon vecchio amico. Così succede che Ivette aveva chiesto ad un ragazzo, appartenente al clan del Pitone, di farci da guida, perché più competente, lungo il percorso che dalla casa degli schiavi (ex-casa ovviamente) portava all’oceano, rispolverando le memorie di un capitolo buio e triste della storia dell’Africa, quello della tratta degli schiavi.
Visto il tempio e la foresta sacra decidemmo di andare a mangiare un boccone prima di cominciare il pomeriggio. Così il gruppo si sedeva a tavola. Io, l’ingegnere dottorato informatico ex nazionale italiana di pallamano Nic, il futuro avvocato Ale, l’economa neo laureata Anna, la futura specialista degli infanti Sara, la quasi medico Ros, anche detta Rossella Rosaria o Rosalba, ma che si chiama in realtà Rosanna, e noi (io) per ridere la chiamavamo diversamente, padre “Mon Pére” Donato Benedetti missionario comboniano, grande persona grande cuore, conoscitore di 4 lingue e ¾ , Italiano (madre lingua, nato in quel di Segonzano, come diciamo da noi), Francese (Infanzia in Svizzera e tanti anni in Togo) Spagnolo (laurea in Antropologia all’università di Città del Messico), Tedesco (laurea in Teologia a Innsbruck) e ¾ di Evhè, lingua locale, che parla e capisce bene ma non si fida ancora ad usare sempre, specie durante le liturgie, poi c’è Roman, Togolese, autista della missione, felice padre di 5 figli, silenzioso e attento, gran cuore e sempre umile che ti imbarazza quasi o che lo abbracceresti sempre, Ivette, simpatica e sempre sorridente ragazza, e il ragazzo del clan del Pitone, con queste scarificazioni Voudou tipiche sul viso, magro e attento osservatore, composto commensale.

Così il pranzo si dilunga in chiacchiere e in ottimo cibo, che è strano perché capitare bene è veramente difficile, e alla fine ci portano il conto.
Offriamo noi.
39000 Franchi, che per noi son pochi pochi, tipo 4-5 euro a testa ma che per loro sono un’enormità, tipo come la paga di un mese intero! Paghiamo volentieri anche se ci dispiaceva un po’ di far la figura dei ricchi davanti a loro, soprattutto davanti a Roman. La figura dei ricchi che si permettono di spendere 39000 Franchi come ridere, di spendere quello che lui guadagnava in un mese così, a pranzo, con nonchalance. Va beh, poi la giornata è proseguita benissimo, abbiamo visto e ripercorso il cammino degli schiavi fino al mare, dalla ex-casa degli schiavi all’albero del ritorno delle anime, dalla fossa comune alla porta del non ritorno, che maestosa si erge alta e imponente come monumento al ricordo 20 metri prima del frangersi delle onde, sulla sabbia. Così apprendiamo che le antiche guerre tra tribù generavano tanti prigionieri che venivano convertiti in schiavi e venduti ai facinorosi Inglesi, Portoghesi, o Francesi che arrivavano sulle coste e che barattavano oggetti di tutti i tipi e armi in cambio di persone, futuri schiavi. Apprendiamo delle sofferenze che dovevano subire prima dell’arrivo delle navi, di come venivano stipati nelle cantine delle case, per giorni, uscendo solo di tanto in tanto, avendo solo lo spazio di stare rannicchiati e dormire accalcati, l’uno sull’altro, tra le loro feci, con mille malattie e condizioni di vita tragiche, peggio di molte torture. Apprendiamo delle fosse comuni dove venivano gettati i corpi di chi non ce la faceva, di chi si ammalava, di chi per denutrizione moriva, come un oggetto di poco valore. Apprendiamo dell’albero del ritorno delle anime, e degli schiavi che gli facevano il giro 9 volte garantendosi così che l’anima una volta morti, indipendentemente da dove si fossero trovati, sarebbe ritornata in Africa, a casa. Poi, al momento della dipartita, quando le navi arrivavano, passavano tutti attraverso la porta del non ritorno, che come una maledizione ti toglieva tutte le speranze di poter un giorno, libero dal destino di essere schiavo, ritornare alla madrepatria, dai tuoi cari, dalla tua famiglia.

Con queste sensazioni rivissute attraverso i racconti del ragazzo la nostra piccola coscienza si espandeva, un poco alla volta. Lungo l’oceano, a fine “tour”, ci siamo presi qualche momento di relax, se non per rinfrescarsi con l’acqua almeno per lasciar decantare gli orrori che ci erano stati raccontati, lasciare che le onde e il mare si riprendessero quel dolore, che la pace del grande blu potesse riappropriarsi delle nostre anime. Abbiamo salutato così il ragazzo del clan dei Pitoni e abbiamo completato la lunghissima giornata iniziata alle 4.30 di mattina, con un’oretta di macchina per raggiungere Cotonou alle 18.00, dove ci attendeva un traffico claustrofobico con annessa nube tossica simil nebbia-da-mattine-d’inverno-nella-campagna-di-Padova di smog, miliardi di moto davanti, dietro, a destra e a sinistra tipo “il raduno dei moto-raduni” e l’isola di silenzio e pace del seminario recintato da mura alte stile carceri, in mezzo a due milioni di abitanti della lagunare Cotonou, città caotica per persone traffico e zanzare.
La sera dopo cena avevo dei sensi di colpa, ancora per la questione soldi di pranzo.
Ne avevo parlato con gli altri e anche loro si sentivano come me, dispiaciuti per aver fatto un pranzo così ricco con persone concretamente più povere.
-Donato, Mon Père, Mon Père! Ho bisogno di parlarti, di un momento di riflessione assieme. Perché vorrei che mi spiegassi questi sensi di colpa, questo dolore che ho dentro – gli chiesi – che mi fa star male. Aiutami a capirmi, aiutaci a capirci perché ci stiamo chiedendo se è stata una buona idea il pranzo, in quel ristorante, spendendo così tanti soldi davanti a loro, davanti a Roman.-
-Certo che ti aiuto. Perché non vai a chiamare anche Roman? Visto che ti dispiace nei suoi confronti non sarebbe interessante sapere cosa ne pensa lui invece?-
Un tonfo al cuore. Desideravo un confronto di questo tipo, ma voleva dire anche sollevare con il diretto interessato un discorso pungente, doloroso, pericoloso. Gli volevo bene a Roman, e da una parta desideravo lasciarlo fuori dal discorso, per non ricalcare ancora, l’ennesima volta, la differenza di ricchezza che c’era tra noi e loro, tra noi e lui. Con quale diritto io, senza famiglia da mantenere, che avevo e ho tutto, potevo stare davanti a lui, che con famiglia guadagnava così poco? Uno stipendio medio in Africa è di 35-40 Euro. Lui ne prendeva 50. Un po’ di più della media, ma comunque pochi secondo i miei standard. E ci dovevano vivere in 5 con quei soldi! Io che prendo più di 20 volte il suo stipendio vivo da solo, in mille comodità e lussi diversi, se paragonati alla media del Togo. Case di argilla, tetti di paglia, senza corrente, senza acqua, una stuoia come letto per i bambini, un pozzo al centro del villaggio, un sistema sanitario a pagamento e in equilibrio su una gamba sola e azzoppata, un sistema scolastico che è come un cappio al collo per molti studenti, il paludismo che bussa alla porta di casa per vedere se lo fai entrare (la malaria), l’anemia, l’aids, le malattie gastro-enteriche, le amebe e le contaminazioni dell’acqua da parte di microorganismi dannosi e pericolosi…Io vivo nella fortuna. La mia casa, l’ambiente dove sono nato è la fortuna. Sarei potuto nascere io in Togo, e ritrovarmi ora nei panni di Roman! Facile andare in missione, andare a visitare l’Africa quando si può tornare indietro, tornare in Italia! Noi abbiamo le spalle coperte. Riccamente coperte.
Salii i gradini tre a tre, quasi correndo, per chiamare Roman.


Era sotto la doccia.
Mi dice che arriva, tra un attimo scenderà da noi.
Povero Roman, dopo una giornata lunghissima, dopo tutto il giorno che guidava, si ritrova pure a doverci ascoltare, dover sentire queste cazzate, sensi di colpa di quattro bianchi straviziati.
Arriva.
Ci si guarda un attimo negli occhi, due scambi veloci con Donato che gli spiega la situazione …momento discussione… i ragazzi hanno qualcosa da chiederti… avevano un dubbio… così ho pensato…
Non resisto più, incrocio il suo sguardo e gli faccio la mia domanda a bruciapelo, come un revolver che si scarica.
-Come fai a volerci bene, come fai a trattarci così dolcemente, ad amarci, noi che siamo così ricchi, così fortunati, che abbiamo speso davanti a te tutti questi soldi a pranzo, te che guadagni quella cifra in un mese, come fai a non odiarci, a sopportarci… – mi muore il resto della frase in gola.
Donato gli traduce la domanda mentre il mio cuore batte velocissimo.
Lui mi guarda due secondi negli occhi, in silenzio.
Qualcosa mi stava arrivando già da quello sguardo.
Una pace, profonda, silenziosa aveva cominciato a pervadermi il cuore, come se fossi stato proiettato nel cielo, buio, di notte, tra le stelle e il firmamento.
– Vedi – inizia – voi non siete come gli altri. Siete qui con padre Donato, mio amico, e siete venuti in missione, per imparare, per vedere. Per me siete come fratelli, quello che desidero infatti è che possiate tornare in Italia, sani, contenti, con un bel ricordo del Togo e della sua gente – il mio cuore cominciava a sgretolarsi, come un qualcosa di troppo secco che toccato comincia a crepare e si sfa – è per questo – continua Roman – che mi metto sempre in mezzo, che cerco di proteggervi. Che contratto per voi il prezzo di questo e di quello con i venditori ambulanti, alle bancarelle o al ristorante, affinché non vi chiedano un prezzo più alto solo perché siete bianchi. Per questo cerco di prendermi io i colpi, al posto vostro, così che possiate essere contenti. – Le parole erano troppo forti, facevano male, eppure così benedette, come la prima acqua dopo un lungo viaggio nel deserto, mi girai verso gli altri: avevamo tutti gli occhi umidi, Nic aveva due righe bagnate sulle guance, Sara gli occhi arrossati. Commossi profondamente ascoltavamo Roman.
– E per il pranzo – proseguì – abbiamo fatto felice una famiglia! Non vi siete accorti che tutto il locale era gestito da una famiglia! Chissà che fortuna sarà stata per loro, è stata una cosa molto buona. Inoltre noi siamo contenti di fare festa, abbiamo fatto festa, tutti assieme, e quando si fa festa è stare bene assieme che conta. Tutto qui. –
– Dovete sapere – aggiunge Donato – che la gente di qui sarà anche povera, ma non è pezzente. Quando fa festa, spende. E’ contenta di spendere e di fare una bella festa, si indebiterà per farlo, ma è giusto che sia così, perché è importante per loro sentirsi ricchi ogni tanto, per risollevarsi dal clima in cui sono, dall’ambiente. Come un povero è giusto che si senta ricco ogni tanto così è ancora più giusto che un ricco si senta povero. E poi non avete visto come erano contenti durante il pranzo? Pensate che vadano spesso al ristorante loro? E’ stata una cosa bellissima che abbiamo fatto, e che si ricorderanno chissà per quanto! E non vi accorgete di come siamo così focalizzati sui soldi, sempre, che ci perdiamo il senso di molte cose che viviamo? Di oggi io non mi ricordo il senso di colpa del pranzo, non l’ho avuto. Forse non sarò sensibile come voi, ma io non mi sono sentito in colpa. Di oggi mi ricordo i due gemelli che abbiamo visto in quella casa, Ivette e il suo sorriso, la storia degli schiavi, le persone che abbiamo incontrato…-


Roman si inserisce e aggiunge – e non vi siete accorti a pranzo, come era contento Nadim? Come sorrideva? Non vi siete accorti che ci ha seguito tutta la mattina senza chiedere nulla, che è venuto con noi quando abbiamo iniziato ad ascoltarlo solo nel pomeriggio? Non vi siete accorti di quanto ci ha dato? Quanta energia aveva mentre ci raccontava della storia degli schiavi? Avrebbe potuto farlo meno bene, eppure ha dato il massimo, oltre se stesso. E a fine giornata, quando mi sono avvicinato per dargli qualcosa, visto il tempo e quello che aveva fatto, ha insistito che non voleva nulla, che era stato bellissimo poter mangiare con noi e che quello gli bastava! Ho dovuto insistere e mettergli i soldi in tasca, se no non li avrebbe accettati .-
No.
Io non avevo notato tutte queste cose.
Come un cavallo con il paraocchi tutto questo mi era passato vicino, non mi ricordavo nemmeno il suo nome, non mi ricordavo che si chiamava Nadim, né gli avevo chiesto qualcosa durante la giornata. Non mi ero avvicinato a lui, eppure era stato vicino a noi tutto il giorno. Era stato come un’ombra per me, perché avevo la mente da un’altra parte, perché con la mia mentalità, con la mia pochezza, ho fatto il bianco, mi sono comportato da arrogante, e tanto, tutto mi è passato a fianco, come un treno che ora non ritorna.
Fisso sui soldi, su un senso di colpa forse inutile, sicuramente inutile, avevo vissuto la giornata come un cieco. Perché tanto attaccamento a quel senso di colpa? A quella sensazione di aver speso troppo davanti a loro? Forse perché quella sofferenza era un modo per farmi bello, sensibile, attento verso la loro situazione? Non stavo forse sbagliando a credermi più fortunato, più ricco di loro? Io ero e sono più povero di loro, perché i soldi non contano nulla e per di più diventano un problema, un’ossessione su cui ci si focalizza, una chiave di interpretazione della realtà sbagliata, distorta, ridotta, limitata e infantile. Soprattutto avevo capito che il mio cuore era piccolo e distratto, di quanto mancavo di sostanza, di umanità, di attenzione, di amore per la gente, per gli altri, per chi mi stava vicino. Sono rimasto in silenzio e ho ringraziato Roman, dal più profondo del mio cuore, per avermi svegliato da una stupidità talmente grande che oggi ancora provo vergogna a raccontare, per avermi scosso e toccato laggiù, dove il cuore è vivo, è di carne, e non si sgretola se ti avvicini e lo tocchi.


Lo abbracciai con forza e al contempo con dolcezza, come se con la prima avessi potuto trasformare la sofferenza che provavo in amore e quindi in pace, e come se con la seconda avessi potuto trasmettere quanto erano state importanti le sue parole, parole preziose che non dimenticherò mai, parole che hanno risvegliato qualcosa, parole di un uomo, parole di Dio.

Giacomo

Il lamento sull’anticipo IVA

 

 

 

 

Immerso da una marea

di pratiche procrastinate

in questa sera di tramonti,

primaverile, il mio ufficetto

affonda lentamente.

 

Aspetto che l’onda arrivi

sopra la gola per versare

l’ultima calda lacrima

di vuota tenerezza

.

Ricordi secchi portati dal vento

Camminavo da un po’ di tempo fuori dal sentiero che solitamente battevo.

Sotto i miei piedi foglie secche cadute copiose dal mio passato formavano un morbido tappeto colorato che ricopriva ogni cosa attorno a me. Mi sentivo perfettamente solo, nonostante la mia mano fosse tenuta stretta da un’altra.

In quel periodo la mia solitudine era rotta da frequenti apparizioni di pensieri che mi turbavano la mente, già avvolta da quella nebbiolina sottile che sale spesso dal fondo del bosco al mattino. Non comprendevo ancora che dovevo aprire un altro sentiero, anziché cercare di ritrovare quello ormai perso per sempre. E ciò mi turbava l’anima perché non avevo più alcun punto di riferimento.

Durante il breve sonno notturno mi aggiravo attraverso strani sogni che mi nascondevano qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Desideravo ardentemente che accadesse qualcosa, uno shock che mi scuotesse dal quel torpore.

Ma niente.

I giorni passavano e a me sembrava di continuare a girare attorno, senza giungere mai da nessuna parte.

E allora, in un preciso istante, decisi con volontà di fermarmi.

Stop.

Tutto sarebbe stato diverso da prima.

Cambiamento.
Nuovo.
Vita.

Demetrio

Viaggiare: grande possibilità e grande pericolo

Guardi dall’oblò la terra avvicinarsi, senti il carrello abbassarsi, poi il grande uccello di latta tocca l’asfalto e comincia a frenare. Ci siamo, ti dici.
Sono arrivato.
E qualcosa dentro di te già si agita, una strana trepidazione prende spazio e si insinua nel tuo inconscio.
Stai per cominciare un nuovo capitolo della tua storia.

Viaggiare offre una grande Possibilità e nasconde al contempo un grande pericolo.

Si dice che gli altri siano degli specchi che usiamo per vedere noi stessi. Utilizziamo il loro feedback come strumento di autovalutazione del nostro essere. Se le persone che ci stanno attorno ci guardano con interesse o fanno degli apprezzamenti sul nostro aspetto fisico otterremo delle conferme del fatto che siamo belli. Questo vale anche col nostro carattere: negli altri analizziamo in continuazione, in modo consapevole o inconsapevole, la risposta se siamo simpatici, divertenti, riflessivi, pensierosi, inopportuni, educati…
Per questo, nel momento in cui ci si trova in un ambiente completamente nuovo, ci viene offerta un’incredibile opportunità di crescita, perchè le persone nelle quali ci specchieremo non conoscendo noi e il nostro passato, ci daranno una risposta nuova, un’immagine di noi stessi diversa, ma che più corrisponderà al vero perchè più libera dalle catene del passato, dai nostri sbagli, dalle etichette che nel corso della nostra vita ci siamo attirati addosso.
Per questo viaggiare ci permette di scoprire lati di noi che non immaginavamo avere, ci conferma il nostro cambiamento, ci conferma che il passato rimane tale e che il futuro è tutto da scrivere. Ci fa sentire nuovi, rinnovati, liberi.
E se questo è il più grande dono del viaggiare è anche il suo più grande pericolo. Perchè se da una parte ti viene data la possibilità di vederti e specchiarti in un modo nuovo, scoprendo parti di te stesso che ancora non conoscevi, dall’altro ti viene data anche la possibità, o il sogno, di scappare dalla tua vecchia vita, cancellare gli errori, i problemi, le cose che non vanno. Ti si mostra l’allettante possibilità di non risolvere ciò che andava risolto, di non fare quella fatica, e di ricominciare semplicemente di nuovo tutto, da capo. Così viaggiare può diventare invece che crescita, involuzione. Un modo per vivere facile e non affrontare la vita, scappando dalle decisioni difficili e dalle scelte sofferte del nostro cammino.

Giacomo

The secret garden

Bisogna imparare a gustare una buona tazza di tè bianco al gelsomino seduti per terra; allora qualcosa cambia. Si prende tempo, si evade dalla gabbia della meccanicità quotidiana e lo sguardo si spinge lontano, dove osano solo le aquile.
Questo è un rito che ci aiuta ad evolvere verso la semplicità.
Significa sapersi fermare, donarsi spazio per incontrare sè stessi in compagnia di un fiore che ha incantato i giardinieri di tutto il mondo, nell’eleganza di quattro petali dal candore immacolato, nella fragranza di un profumo mite.
Il rito del tè, proprio alla tradizione nipponica, è un mezzo abile che ci può avvicinare alla percezione di “esserci” e tale rito, collegato alla mente ed al cuore dell’uomo, può vivere anche nella gestualità quotidiana, conoscendone il segreto.
Ci stanno rubando il tempo. Ci dicono che non c’è tempo.
Che non abbiamo più tempo.
Innanzi al fantasma di una mente tradita, noi moriamo lentamente.
Il ritmo frenetico dell’ attuale civiltà ipertecnologica ci ha negato il giardino segreto fatto di intimità pensante, ostacolandoci così nella possibilità di forgiare noi stessi, di modellarci nella fucina di un divenire percepito, osservato.

La matrice vivente del nostro futuro è in quel giardino…

Tratto da uno scritto di Paolo Facchini.

Note a tergo

19:48:01
31/10/2008
Tutto mi è chiaro adesso… Questa pioggia sta lavando ogni ricordo dalla crosta dell’attaccamento e dell’illusione. Ero stanco. Dopo venne la sofferenza causata dal distacco e dalla rottura, ma quel soffrire è servito. Rimangono molti interrogativi a cui dare risposte. Mi servirà tempo…

13:23:03
04/02/2009
Me ne sto al sole di un giovane febbraio d’inverno. Sento l’attrito. Non fa male. Ma è difficile stare in equilibrio. Quando imparerò a muovermi in sintonia con la vita senza solo subire?

13:06:36
09/02/2009
Sono felice! Cosa riesce a fare una donna! E non ha fatto niente di concreto. Eppure. Ieri sera alla fine non ho scritto nulla. Dovrei. In realtà lo voglio. E devo farlo. Certo, è molto strana! O sono io quello strano? Non so proprio come allacciare questo relazione.

13:36:36
13/02/2009
E’ bello non pensare più a lei. E’ bello aver compreso. Sono libero da me stesso e dalla mia mente che mi sradivaca dalla realtà. Amo più di prima, ma ora devi re-imparare a vivere…

13:17:03
16/02/2009
Ennesima prova. Oggi ripensandoci ho attraversato la stessa situazione. Ho visto ma non ho pensato. Come debbo fare? Provo a utilizzare maggiore attenzione e concentrazione, ma niente. Devo tentare di vedere le cose con più chiarezza…

13:23:29
24/04/2009
Sono stanco di fare cazzate! Perchè non sono desto? Eppure strumenti ne avrei. Non riesco a controllare le ondate emotive che mi giocano sempre brutti scherzi. Sempre quando meno me l’aspetto. Anche qui c’è la possibilità di imparare qualcosa? Se la vedessi… devo comprendere!

13:19:07
27/05/2009
La corrente del fiume stamattina attira la mia attenzione. Ne percepisco la potenza. Una massa in movimento che porta verso valle, che trascina ogni cosa. Vedo come si scontra contro le basi del ponte che attraversano il fiume. Non voglio essere portato via.

Demetrio

Da un’altra prospettiva…

Suona la sveglia.
Un braccio si allunga per spegnerla. La mano trova il cubo, schiaccia un pulsante, il suono cessa.

Tra le mura di un castello antico è scoppiata la guerra. Corro da una parte all’altra come messaggero, su per i viali ghiaiosi, a lato dei muretti di pietra bianca, attraverso i prati ben tenuti dei terrazzamenti della parte est. Poi un suono strano comincia a suonare, e comincia la fine del mondo. Qualcosa accade, tutto viene inghiottito, risucchiato in un vortice. Forse vengo risucchiato solo io. Non so. I miei piedi non trovano più l’appoggio e in una frazione di secondo vengo sbalzato in un altro posto. Mi sveglio in un corpo che sta spegnendo una sveglia, in una mattina di primavera, a Trento.

Il mio corpo si stiracchia, si mette seduto, poi si alza. Si spoglia nudo per poi rivestirsi con dei nuovi indumenti. Il mio corpo scende le scale, la mano apre la porta del bagno, il mio corpo si gira, la mano richiude la porta. Il mio corpo fa la pipì. Poi il mio corpo va in cucina, beve un bicchiere di acqua, riempie il bollitore con dell’altra acqua e la mano preme il pulsante dell’accensione.

Mi ricollego a questa vita con facilità, come se fosse da sempre che accade. Mi ricollego a questa vita, ogni mattina, come se fosse normale routine, abitudine chiara, nitida, come se fosse logico che accada, un’ovvietà. Apro gli occhi e mi riallaccio a questo scorrere del tempo, come se fosse l’unico esistente. Tra i miei ricordi, a differenza dei miei sogni, non c’è traccia d’altro se non di momenti che ho vissuto piuttosto recentemente e con questo corpo, quello assonnato che ha appena spento la sveglia. Eppure in questa breve esperienza di vita fatta ho già appreso che prima o poi arriverà sicuramente un momento in cui non riuscirò più a governare questo corpo, non riuscirò più a muoverlo. Cosa mi accadrà in quel momento? Se il mio corpo morirà io potrò continuare a vivere? E dove?

Giacomo

La Via del Fuoco

Conobbi Louis, nel deserto arido di nudapietra, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Lorene, nelle lande verdi di pratovalle, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Matisse e con lui accesi un fuoco.
Conobbi Mariette e con lei accesi un fuoco.
Conobbi…

Accendevo fuochi con le persone e li alimentavo ogni giorno, per mantenerli vivi.
Accendevo fuochi con le persone e ne accesi tanti, era bello avere sempre un fuoco presso cui scaldarsi.

Li accendevamo sempre in due, e in due vi gettavamo la legna, un ciocco a testa.
In due controllavamo che il fuoco non si spegnesse, in due ci scaldavamo a quel tepore.

Se uno di noi non gettava più la legna, attorno al fuoco non ci si scaldava più.
Se uno di noi non gettava più la legna, era come esser soli attorno a quel fuoco.
Se uno di noi non gettava più la legna, allora il fuoco si spegneva lentamente.

Ho visto fuochi salvati per miracolo proprio quando l’ultima brace stava per spegnersi.
Ho visto fuochi bruciare intensamente e poi spegnersi nel giro di poche ore.
Ho visto tragiche scene, dove uno gettava legna come un matto su un fuoco da solo, mentre l’altra persona stava a guardare e sorrideva solo quando la fiamma riusciva a scaldarla.
Ho visto fuochi sopravvivere con un minimo di fiamma per decenni, una fiamma talmente sottile e debole che non ha mai scaldato abbastanza. Ho visto persone prender freddo attorno a quei fuochi senza mai capire che la legna che vi gettavano era troppo poca. Ho visto quelle persone dirsi addio, perché quel fuoco che avevano acceso non era sufficientemente caldo, ne erano disposte a metterci più legna.
Ho visto persone lasciare che il fuoco si spegnesse perché troppo convinte di non avere tempo di metterci la legna.
Ho visto fuochi enormi accesi tra più persone, e bruciare così tanto da avere la forza di scaldare tanta gente.
Ho visto persone avvicinarsi e scaldarsi veramente per la prima volta.
Ho visto i loro sorrisi.
Ho visto qualcuno che non sapeva nemmeno cosa fosse un fuoco, l’ho visto avvicinarsi per poi scappare di nuovo al freddo e al buio, come una bestia, con la paura di scottarsi.
Ho visto persone incapaci di comprendere cosa sia un grande fuoco e quanto importante possa essere, li ho visti incapaci di alimentare un fuoco per avere una grande fiamma, li ho visti accontentarsi di un fiammifero e orgogliosi andarsene solitari lontano.

Ho imparato nella vita che è difficile mantenere un fuoco vivo, che il lavoro è tanto ma soprattutto occorre essere costanti e lavorare in due.
Ho imparato che la legna bisogna sempre gettarla quando questa è secca e disponibile, perché domani potrebbe piovere e bagnarsi. Ho imparato quindi che non bisogna elemosinare sulla legna, che non bisogna aspettare che la fiamma si indebolisca troppo per gettarne di nuova, perchè potrebbe essere troppo tardi.
Ho imparato che non bisogna dimenticarsi di un fuoco, ne lasciarlo solo, ne darlo per scontato e credere che possiamo non dargli legna oggi e trovarlo vivo domani.

Alimentare un fuoco è sì fondamentale affinché questo sopravviva, ma alimentare un fuoco non è fornirgli legna appena appena bastante affinché questo sopravviva.

Se avete un fuoco, non abbiatene paura e trovate il tempo di alimentarlo assieme con vigore e costanza. Fate che la sua fiamma bruci intensamente affinché possiate sorridere abbracciati e soddisfatti al suo intenso calore. Un giorno ne potrete anche accendere molti, e potrete farlo assieme a tante persone, potrete donare il calore del fuoco e l’arte di accenderlo e mantenerlo vivo agli altri, come una perla di rara saggezza, sarà un testimone importantissimo che passerà di generazione in generazione col potere di scaldare chi ancora su questo pianeta ha freddo.

Giacomo