Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

Violenza, a partire da me

Ieri era la giornata contro la violenza sulle donne.
Inutile dire che lo è anche oggi. O per lo meno dovrebbe esserlo.
Oggi, domani, dopodomani, dopo dopodomani.
Tante parole sono state spese quindi forse non serve aggiungerne altre.
Però una cosa la vorrei dire: la violenza, in generale, e quella contro le donne, in particolare, ci tocca da vicino. Non riguarda solo gli altri. Non sono “mostri” i mariti, i compagni che picchiano, umiliano e uccidono. Non sono “stupide” o, peggio, “corresponsabili”, le mogli, le compagne che subiscono. E magari giustificano, si sentono in colpa, e poi però odiano, hanno paura, si contraddicono.
Sono persone “normali”. Può capitare anche a noi, e purtroppo capita.
E forse quando cominceremo a parlarne di più, a partire dalle esperienze concrete, a partire da noi, forse qualcosa, forse, si spera.

Quindi comincio, parto da me: ho avuto paura, diverse volte nella mia vita.
Ho avuto paura una volta sul pullman, a Torino, di sera. Un uomo si è seduto dietro di me e ha cominciato a parlarmi nell’orecchio. C’era pochissima gente. Mi sono alzata, ho cambiato posto, ero terrorizzata. DSC_0095Ho chiesto a mia mamma di venirmi a prendere alla fermata. E poi però non sono riuscita a non chiedermi: “Come mai si è seduto proprio dietro di me? Magari ero vestita in modo sbagliato? Sono stata imprudente?”.

Ho avuto paura tante volte a Parigi, l’anno scorso. Quando tornavo a casa in bici (o in metro) e dovevo passare davanti a un gruppo di uomini che puntualmente stazionava davanti a un piccolo supermarket aperto fino a tardi, proprio sotto casa. A volte mi squadravano. A volte (loro o altri uomini incontrati lungo il cammino) mi dicevano qualcosa, tipo: “ça va?”; “vous allez où?”. A me dava molto fastidio, e se questi commenti arrivavano di giorno magari rispondevo e mi arrabbiavo; però di sera, di notte, stavo zitta, subivo, avevo paura.
Non ho indossato gonne per un anno, per tutto il tempo in cui sono stata a Parigi. In particolare la sera, facevo molta attenzione a non indossare niente che potesse dare nell’occhio. Sapevo che era un comportamento stupido, che vestirmi con giacconi larghi e scarpe da ginnastica non mi avrebbe protetta né dagli sguardi né dai commenti e che, per converso, se avessi indossato una gonna e avessi ricevuto commenti non sarebbe stata colpa mia; eppure mi sono comportata così. Desideravo rendermi invisibile, speravo di non essere guardata da nessuno, volevo solo che mi lasciassero in pace.

Credo che anche questa sia violenza.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Maschile plurale

Un amico mi ha inoltrato un’email dell’associazione Maschile plurale. Che mi è piaciuta molto.
Per esempio, mi è piaciuto leggere cose come:

“Il nostro percorso di riflessione e trasformazione maschile si è confrontato e tuttora inevitabilmente si confronta con il problema della violenza nelle sue molteplici manifestazioni, anche perché è un dato di fatto che la violenza nella grande maggioranza dei casi viene esercitata dagli uomini.
Questa assunzione di responsabilità maschile è, almeno in Italia, relativamente recente e mira a riconoscere le radici profonde che il fenomeno della violenza ha nella nostra società, così segnata dalle forme e dalle abitudini di un sistema patriarcale in crisi ma ancora in grado di condizionare fortemente le vite individuali e la dimensione collettiva”.

Ecco. Per esempio.  Poi mi è piaciuto anche leggere che per cambiare bisogna partire dai desideri, così come mi è piaciuto  leggere che il pensiero e le pratiche delle donne hanno aperto la strada al cambiamento, e al tempo stesso che è importante, per gli uomini, aprire altre strade, le loro: ma sempre in relazione a, nel confronto, nelle differenze dei percorsi e degli approdi.

Insomma: qualche ragione di speranza ce l’abbiamo.
Grazie, Maschile Plurale.

Arianna

 

 

Colpa tua (sempre e comunque)

Venerdì sera, una coppia di amici di amici, genitori di un bimbo di un anno e mezzo.
Lei (riferendosi al compagno): “Ma sapete che lui non cambia mai i pannolini?”
Amico 1: “Proprio mai mai?”
Lei: “Mai! Cioè, per cambiarli dev’esserci una situazione di emergenza, tipo che io devo stare a 100 km di distanza!”
Lui: sorride leggermente imbarazzato
Amico 2 (rivolto a lei): “E’ colpa tua”
Lei: espressione di sconforto e stupore
Amico 2: “Sì, è colpa tua. Sei tu che l’hai abituato così”.

Ora, proviamo a ragionare: se il maschilismo è un problema di asimmetria di potere che si dispiega nella società nel suo complesso, e se risulta dunque irriducibile alla psicologia individuale di donne e uomini presi singolarmente, bisogna sì cambiare ciascuno in prima persona ma al contempo modificare il contesto micro e (prima o poi, si spera) macro sociale. Allora sarebbe forse il caso di cominciare proprio nel micro, sanzionando negativamente gli uomini che adottano comportamenti maschilisti.
Mi sarebbe piaciuto, per esempio, che l’Amico 2 avesse esclamato (rivolto a lui!) qualcosa del tipo: “Ma non ti vergogni?” oppure “Non ti facevo così maschilista!”.
A forza di ricevere messaggi di questo tipo, forse, quel papà svogliato qualche pannolino ogni tanto l’avrebbe cambiato.

Arianna

Contro la violenza

violenza-donne-3Pochi giorni fa, mentre tornavo dalle ferie, me ne andavo sul bus 73 da Linate a Stazione Centrale. Guardando fuori dal finestrino, su una casa o una chiesa, o in qualche luogo ho letto uno striscione “la violenza sulle donne è un problema degli uomini”. Mentre ci penso vedo dentro il bus i quattro volti coperti, quelli che ho messo qui, della campagna del Ministero delle Pari Opportunità “Riconosci la violenza”.

Le frasi, sono belle frasi. Mi piacciono. Quel che tuttora mi fa star male, senza bene capirne la ragione, sono i quattro volti coperti, quegli uomini acefali, che sembrano amare, ma “la violenza ha mille volti” e chissà che dopotutto anche quegli abbracci, anche quegli affetti…violenza-donne-1

…così, mentre la donna impara a riconoscere l’uomo violento, l’uomo rimane un oggetto sullo sfondo, un meccanismo che “fa” o “non fa” la violenza, ma che non ha possibilità di cambiare, per quanto la violenza sia un problema suo.

Anni fa girava una bella pubblicità sull’abbandono degli animali che diceva “se l’abbandoni, il bastardo sei tu”. Era una pubblicità pensata per i carnefici, non per le vittime. Anche in questo caso mi piacerebbe leggere qualcosa per i carnefici.violenza-donne

Forse avrei voluto vedere, insieme ai ottimi consigli per le donne, un consiglio anche per l’uomo, magari “se tocchi una donna, la troia sei tu”. O forse più raffinato “pestare una donna è calpestare il tuo amore”. Qualcosa insomma che tolga quel bollino, che dia un volto all’uomo che può e vuole partecipare alla fine della violenza sulle donne.

Giulio

E i ragazzi?

Al di là del fatto in sé, senz’altro sconfortante, c’è una cosa che mi ha colpito in questo articolo del Corriere.it sul fenomeno delle “ragazzine doccia” o baby prostitute. Si sofferma sulle ragazze: chi sono, perché lo fanno, come lo vivono.
Adolescenti di 14-16 anni chiamate “prostitute”.

 
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E i ragazzi?
Pudicamente definiti “clienti”, non sembrano degni di nota.
Forse perché le loro motivazioni paiono palesi? Fare sesso con belle ragazze in cambio di qualche regalo non è forse, in qualche modo, normale? Ma davvero il problema, la patologia, sta solo dal lato femminile? Perché il servizio di pediatria del Fatebenefratelli non si fa carico anche di questi ragazzi, che consumano corpi come fossero cene al ristorante?

Arianna
Foto: Guimaraes 2013

Conversazioni maliane 2/2

L’altro giorno ho chiamato mia madre; mi ha chiesto “Sai che tua sorella ha partorito?” “Quale sorella?”… ed era la mia sorella maggiore! Ti rendi conto? E’ il settimo figlio! Mi sono talmente incazzato che non l’ho neanche chiamata. Di solito si danno dei soldi, o almeno si chiama per fare delle benedizioni al bambino, per augurargli una lunga vita…

Come mai ti sei incazzato?

Eh, perché continua a sfornare figli, ma non ha neanche finito di costruirsi la casa, è ancora in affitto! L’anno scorso a causa del colpo di stato e dei disordini non ha ricevuto lo stipendio per diversi mesi, abbiamo fatto tutti dei sacrifici per darle una mano… però ora basta! Ancora un altro bimbo da mantenere?

E il marito?

Il marito è un cretino, guarda, io proprio non lo sopporto. Un paio d’anni fa aveva fatto un grosso affare, aveva un po’ di soldi… e invece di finire la casa, ha pensato di prendersi una seconda moglie! Dopo un anno però, quando le cose cominciavano ad andare male, lei ha divorziato, perché ha capito che non era ricco per davvero. Vabbè, le donne materialiste esistono dappertutto… ma lui! Ti rendi conto di come ragiona? E poi ogni tanto mi chiama – sempre per chiedermi dei soldi, ovviamente – “fratellone fratellone”…
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Ma perché tua sorella non divorzia?

Mah, sai, è la prima moglie, e poi una donna divorziata non è ben vista… ci sono ancora queste idee così. Per esempio, se una coppia non ha figli, si dà subito la colpa alla donna, e si consiglia al marito di prendersi un’altra moglie. Molto più giovane, naturalmente. Mia madre ogni volta che torno mi propone qualcuna, ma sempre giovanissime, minorenni addirittura. E, quando le faccio notare che sono delle bambine, lei ribatte: “Meglio, così le plasmi come vuoi”. Capito? Ed è mia madre che lo dice!

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

Puttana!

C’è sempre una prima volta.
Anche per gli insulti.

DSC_0364In realtà, il tassista che mi si è accostato, ha abbassato il finestrino e ha urlato: “Puttana!”, credo avesse voluto dire qualcosa tipo “ciclista di merda”, oppure “stronza”. Cosa che si può capire, del resto, perché ha dovuto pazientare un lunghissimo minuto prima di potermi superare. Ma un minuto a Parigi è un’eternità e quindi ha preferito usare il clacson: mi son fatta da parte, fermandomi a bordo strada (pedalare più a destra era impossibile in quel tratto strettissimo). Non pago, il tassista ha ritenuto fosse in suo diritto (o dovere) insultarmi. E tra i tanti insulti possiibli ha scelto “Puttana”. Se fossi stata un uomo mi avrebbe probabilmente apostrofato con “Figlio di puttana”, ché il male viene sempre dalla donna.

E ora un accorato appello: se dovete (perché a volte si deve, ne convengo) insultare una donna, scegliete un insulto appropriato alle sue colpe. Se si tratta, per esempio, di una professoressa stronza, chiamatela “stronza”… ma non “puttana”.

E’ proprio brutto sentirselo dire.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Epperò anche le donne

“Certo le violenze sulle donne, sì, sì, il sessismo, il maschilismo. Vabbè.
Eppero`anche loro. Che stanno con gli uomini violenti. Pure loro. Che votano i politici che le odiano, le umiliano, le comprano, le vendono. Che gli uomini votino Berlusconi, vabbè… ma le donne! Come fanno? Eh dai… Pure loro! Del resto, se maltratti una donna, la picchi… beh, vuol dire che hai dei problemi… e poi si sa che esistono degli uomini così… pero` se continui a stare con un uomo che ti picchia, ti tratta male, t’insulta… allora sei propria stupida ! A quel punto te la vai a cercare !”.

IMG_2285Ecco, io ci terrei a sottolineare che discorsi di questo tipo testimoniano dell’enorme lavoro che ancora resta da fare.

Proviamo a sostituire “donne” con “neri”, “arabi”, “gay” o con qualsiasi altra categoria svantaggiata nell’attuale sistema sociale. Se facciamo questo esperimento, ci rendiamo conto dell’assurdità del ragionamento.

Naturalmente spetta sia alle donne sia agli uomini cercar di modificare i rapporti di potere attualmente esistenti. E possiamo anche affermare che l’impulso al cambiamento deve partire anzitutto dalle donne. Però attribuire più responsabilità ai soggetti svantaggiati per la propria condizione, mi sembra proprio esagerato. Oltre che in malafede. Perché – guarda caso – discorsi di questo tipo li fanno spesso uomini, che immagino non vogliano ammettere di occupare la posizione dominante nei rapporti diseguali e ingiusti tra i sessi, e di esserne (almeno in parte) responsabili.

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

Femminilità (al maschile)

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Ieri sono passato in città insieme ad un ragazzino macedone che conosco. Ho incontrato due amici: ciao! più un sorriso ed una mano che si agita nell’aria. La domanda del ragazzo è stata: Giulio ma perché saluti come un frocio? Ma come saluta un uomo? Gli chiedo. E me lo fa vedere. Un ciao secco, duro, con le mano in tasca e un piccolo movimento di scazzo all’altezza delle spalle, una contrazione che “fa uomo”.

Il maschio sta cambiando, se ne accorgono i ragazzini macedoni che vengono dalle montagne. Sta cambiando in un modo che lo mette a contatto con la sua parte più femminile. Spesso si dice che la donna abbia acquisito un modello prettamente maschile per riuscire nella società, ma si tace sull’uomo. Mio padre tutte le mattine si spalma di creme di bellezza. Ho sempre pensato che fosse un comportamento da femmina.

Siamo pronti, oggi, noi uomini, a toccarci? Siamo forse pronti per farci una carezza tra i capelli – tra uomini, siamo pronti a spalmarci la crema solare al mare, siamo pronti ad essere sensibili e fragili, siamo pronti ad essere “deboli” e non “forti” in ogni situazione?

E le donne, ci vogliono così? O ci vogliono maschi, che le si prenda e si dica loro “cose da uomini”, almeno nel letto? Abbiamo ancora voglia di possedere una donna? O la vogliamo amare con rispetto e dedizione? E le donne sono pronte a non essere possedute?

Vibra il cellulare, del ragazzino. Mi fa vedere un sms di una ragazzina di sedici anni con cui esce. C’è scritto: ieri mentre scopavo con il mio ragazzo, pensavo a te. E tu che le rispondi? – gli chiedo. Chi se ne frega – dice lui – se vuole scopare basta che mi chiami e io vado.

Siamo più fragili, più femminili o più uomini?

Giulio

fotografia di Roberto La Iacona