Ditegli di smettere

1575La scorsa estate, il cortometraggio di una studentessa ha fatto scalpore a Bruxelles: attraverso una telecamera nascosta, la ragazza ha filmato gli insulti, commenti e proposte indecenti che le vengono quotidianamente rivolti per le strade della capitale belga. Si è parlato di multare gli autori di tali violenze verbali, si è accusata la studentessa di razzismo, perché il corto è girato in un quartiere abitato principalmente da stranieri. Ora, a prescindere dalla nazionalità di chi si permette di insultare e trattare come una prostituta (con tutto il rispetto per le prostitute, tra parentesi) una donna o una ragazza che cammina per strada, trovo che questi comportamenti siano intollerabili. Proprio nel senso che non si possono tollerare. Perché è pesante, umiliante, e fa venire una gran rabbia sentirsi insultare, interpellare o commentare (da uomini spesso in gruppo, guarda caso) mentre non si sta facendo altro che camminare per strada.
Ovviamente ci sono violenze sulle donne ben più gravi di questa, e i quartieri “bene” non sono certo meno maschilisti, sebbene lo siano in modo diverso. Però, ecco, se conoscete qualcuno che commenta le ragazze per strada, che le interpella, che fischia o addirittura insulta… se conoscete qualcuno che si permette di dire “Ehi bella” oppure “ça va” a una donna che non conosce, per il semplice fatto che questa donna è sola… ecco, se conoscete qualcuno che assume questo genere di atteggiamenti, ditegli di smettere. Subito.

Arianna

Foto: Gegio

Una riflessione sulla maschilità

Cari Aironi,

vi invito a leggere questo bel post che un caro amico ha scritto per l’associazione “Il Cerchio degli Uomini“, sulla scia delle emozioni suscitate da una serata di condivisione.

Buona lettura!

Arianna

Fuoco amico

Donne ciecheScena 1

Una collega m’invita a cena. Chiedo di controllare gli orari del treno su internet e il suo compagno mi risponde zelante: “Non c’è problema, puoi usare il mio computer”. Perfetto, molto gentile. Ed ecco comparire sullo schermo l’immagine di una donna in costume da bagno, con i seni in bella vista. Proprio come immagine del desktop. La donna è bionda, occhi azzurri, pelle chiara. Non posso fare a meno di confrontare quest’immagine con quella ( reale) della mia collega, anche lei bionda, occhi azzurri, pelle chiara.

Scena 2

Un amico (fidanzato) pubblica su Facebook la foto di una modella, commentando che la sua (della modella) bellezza rappresenta per lui “uno dei pochi motivi per cui vale la pena di vivere”.Donna muta

Ecco, adesso vorrei che mi diceste – in tutta onestà – come dovrebbero sentirsi la collega della scena 1 e la fidanzata della scena 2.
Io mi dico che, al loro posto, la cosa mi farebbe un po’ incazzare. Essere attratti da altre persone è normale, però credo che un po’ di tatto non guasti, senza contare che si potrebbe evitare di contribuire al bombardamento mediatico che impone alle donne di conformarsi a un certo modello di bellezza. O, come minimo, si potrebbe risparmiare questo bombardamento (e il conseguente senso d’inferiorità/inadeguatezza) alle donne amate.

Arianna

Foto: Eva Munter

La Via del Fuoco

Conobbi Louis, nel deserto arido di nudapietra, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Lorene, nelle lande verdi di pratovalle, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Matisse e con lui accesi un fuoco.
Conobbi Mariette e con lei accesi un fuoco.
Conobbi…

Accendevo fuochi con le persone e li alimentavo ogni giorno, per mantenerli vivi.
Accendevo fuochi con le persone e ne accesi tanti, era bello avere sempre un fuoco presso cui scaldarsi.

Li accendevamo sempre in due, e in due vi gettavamo la legna, un ciocco a testa.
In due controllavamo che il fuoco non si spegnesse, in due ci scaldavamo a quel tepore.

Se uno di noi non gettava più la legna, attorno al fuoco non ci si scaldava più.
Se uno di noi non gettava più la legna, era come esser soli attorno a quel fuoco.
Se uno di noi non gettava più la legna, allora il fuoco si spegneva lentamente.

Ho visto fuochi salvati per miracolo proprio quando l’ultima brace stava per spegnersi.
Ho visto fuochi bruciare intensamente e poi spegnersi nel giro di poche ore.
Ho visto tragiche scene, dove uno gettava legna come un matto su un fuoco da solo, mentre l’altra persona stava a guardare e sorrideva solo quando la fiamma riusciva a scaldarla.
Ho visto fuochi sopravvivere con un minimo di fiamma per decenni, una fiamma talmente sottile e debole che non ha mai scaldato abbastanza. Ho visto persone prender freddo attorno a quei fuochi senza mai capire che la legna che vi gettavano era troppo poca. Ho visto quelle persone dirsi addio, perché quel fuoco che avevano acceso non era sufficientemente caldo, ne erano disposte a metterci più legna.
Ho visto persone lasciare che il fuoco si spegnesse perché troppo convinte di non avere tempo di metterci la legna.
Ho visto fuochi enormi accesi tra più persone, e bruciare così tanto da avere la forza di scaldare tanta gente.
Ho visto persone avvicinarsi e scaldarsi veramente per la prima volta.
Ho visto i loro sorrisi.
Ho visto qualcuno che non sapeva nemmeno cosa fosse un fuoco, l’ho visto avvicinarsi per poi scappare di nuovo al freddo e al buio, come una bestia, con la paura di scottarsi.
Ho visto persone incapaci di comprendere cosa sia un grande fuoco e quanto importante possa essere, li ho visti incapaci di alimentare un fuoco per avere una grande fiamma, li ho visti accontentarsi di un fiammifero e orgogliosi andarsene solitari lontano.

Ho imparato nella vita che è difficile mantenere un fuoco vivo, che il lavoro è tanto ma soprattutto occorre essere costanti e lavorare in due.
Ho imparato che la legna bisogna sempre gettarla quando questa è secca e disponibile, perché domani potrebbe piovere e bagnarsi. Ho imparato quindi che non bisogna elemosinare sulla legna, che non bisogna aspettare che la fiamma si indebolisca troppo per gettarne di nuova, perchè potrebbe essere troppo tardi.
Ho imparato che non bisogna dimenticarsi di un fuoco, ne lasciarlo solo, ne darlo per scontato e credere che possiamo non dargli legna oggi e trovarlo vivo domani.

Alimentare un fuoco è sì fondamentale affinché questo sopravviva, ma alimentare un fuoco non è fornirgli legna appena appena bastante affinché questo sopravviva.

Se avete un fuoco, non abbiatene paura e trovate il tempo di alimentarlo assieme con vigore e costanza. Fate che la sua fiamma bruci intensamente affinché possiate sorridere abbracciati e soddisfatti al suo intenso calore. Un giorno ne potrete anche accendere molti, e potrete farlo assieme a tante persone, potrete donare il calore del fuoco e l’arte di accenderlo e mantenerlo vivo agli altri, come una perla di rara saggezza, sarà un testimone importantissimo che passerà di generazione in generazione col potere di scaldare chi ancora su questo pianeta ha freddo.

Giacomo

I tacchi di Marta

Marta non amava i tacchi. Continuava a chiedersi perchè tutte le donne avessero quel tipo di scarpe. Chi aveva imposto a tutte di sembrare più alte? Chi aveva imposto a tutte di camminare in punta di piedi? Più guardava le riviste più le sembrava che le caviglie delle indossatrici fossero piegate in avanti in modo quasi anormale. Le faceva quasi impressione. – Dio ci aveva fatto il tallone per errore? – si chiedeva. Tempo prima aveva provato ad indossare i tacchi a spillo, e quell’esperienza fu talmente forte che ancora se la ricordava perfettamente, come una specie di incubo. Di fronte alla piazza centrale, tutta pavimentata in bolognini, si era trovata impotente, come un bimbo di fronte ad un fiume in piena, incapace di attraversarla. Aveva quindi cercato un’altra strada ma si era accorta che quel tipo di pavimentazione era molto frequente e che avrebbe dovuto camminare e camminare per trovare la strada adatta a lei,  l’unica possibile in quel gigantesco labirinto. Stremata, due ore dopo, si era messa a piangere, aveva chiamato un taxi ed era tornata a casa. – Basta, coi tacchi ho chiuso! – pensava dentro di sé – tacchi a spillo o quel che sia! Questa è la mia altezza, e la mia caviglia ricomincerà a piegarsi in modo normale! – e gettò le scarpe fuori dalla finestra.

Luca era seduto su una panchina, in via Pozzi, e si chiedeva quale donna, tra tutte quelle che vedeva passeggiare, potesse essere quella giusta per lui. La cercava, ma non sapeva chi fosse, dove fosse. Per questo si guardava intorno, osservava, valutava. Ad un certo punto  notò un particolare che lo fece ridere! Tutte le donne avevano la borsetta. Non è che fosse una novità per lui, ma constatare effettivamente che non c’era nemmeno una donna senza la borsetta era tutto un altro paio di maniche. – Se prendi una donna prendi anche una borsetta – pensava sorridendo – come se le borsette fossero una parte del loro corpo, una parte del loro modo d’essere, di vivere. E a pensarci  bene – si diceva – anche i tacchi sono molto frequenti, forse non come le borsette, ma davvero sono tante quelle che…

In quell’attimo una scarpa con un bel tacco spesso gli colpì la testa come una sassata. Il suo urlo attirò l’attenzione di tutta la gente nella piazza e una ragazza, con un fare molto timido, si affacciò alla finestra per vedere cos’aveva combinato.

Giacomo

Liberamente in libero corpo

C’è una cosa che non capisco.
Ed è questa: perché alcune mie “amiche di Facebook” giocano a imitare le modelle, pubblicando foto che le ritraggono in pose ai limiti del pornografico? E perché altre “amiche” ma, soprattutto, “amici di Facebook” si prodigano in prevedibili apprezzamenti, moltiplicando i “mi piace” e i commenti su quanto “figa”, “gnocca”, “bona” o più tradizionalmente “bella” sia la fotografata? Perché ci riduciamo a utilizzare Facebook come vetrina per mostrare culi, seni, gambe nude ma anche pettorali, addominali scolpiti, scimmiottando veline e tronisti? Il fatto di mettere in mostra pezzi del nostro corpo deriva dal bisogno di venire rassicurati che sì, suscitano l’effetto sperato, piacciono? Se così è: perché continuiamo a drogare questo bisogno (indotto) invece di provare a liberarcene?

“Sei solo invidiosa, perché non hai bellezze da mostrare”, potrebbe dirmi qualcuno. È vero: anche a me piacerebbe poter esibire un corpo simile ai tanti che appaiono in televisione, negli inserti pubblicitari, sui profili Facebook. Però non voglio assecondare questo desiderio. Non voglio passare i miei pomeriggi in palestra, comprare creme anticellulite o rifarmi il seno. Vorrei invece liberarmi dalla dittatura del modello (modella) da seguire e vorrei smetterla di relazionarmi al mio corpo in maniera strumentale. Il corpo come mezzo per ottenere stima, apprezzamento, riconoscimento, forse anche – ci illudiamo – una pallida parvenza d’amore. Un bel culo, un bel seno, belle gambe, bei pettorali come chiave per aprire la porta del successo sociale e chiudere quella della solitudine, del senso di inferiorità, dell’insoddisfazione. Ma la felicità non è direttamente proporzionale alla bellezza. Se anche riuscissimo nell’impresa di assomigliare al modello, non diventeremmo per questo più felici. La bellezza del corpo non dura per sempre, invecchieremo tutti, ci ammaleremo. Inoltre, pensare la bellezza al singolare è un inganno: ciò che esiste sono le bellezze, molte e diverse, a cui però dobbiamo fare spazio. Perché non proviamo a smantellare i meccanismi che ci incatenano a un certo modello da imitare e da desiderare? Perché non proviamo a cercare la felicità anziché una sola, predefinita bellezza, nella consapevolezza che quest’ultima non è condizione necessaria né sufficiente per raggiungere la prima?

Se vogliamo, possiamo liberarci. E potremmo cominciare da qui. Cancelliamo (donne e uomini) dai nostri profili Facebook quelle foto che ci ritraggono in pose seducenti, come fossimo veline o tronisti, ed evitiamo (donne e uomini) di elogiare i corpi che più somigliano al modello dominante. Poi, quando saremo un poco meno inquinati, proviamo a cercare la bellezza laddove ci dicono che non c’è: nei corpi vecchi, malati, troppo grassi o troppo magri, deboli, sfiniti. “Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia” (e viceversa).

Arianna

Tutto questo non ha senso

Sapete che c’è? C’è che è difficile essere se stessi. Non basta dire sono me stesso perché si inneschi un qualche automatismo. Già c’è una contraddizione profonda, filosofica, nel bisogna essere se stessi. Se c’è imposizione, quale spontanea affermazione del sé può scaturirne? Non basta, si diceva, essere se stessi. Bisogna problematizzare, ossia mettere più corsivi. Quando si decide di essere se stessi, ci si dà un taglio: come vestire, cosa mangiare, come parlare, cosa dire, come e dove andare, da che parte stare, dove sedersi a tavola, che drink bere e via dicendo fino a cosa amare, desiderare, ma soprattutto chi. Quando si dà il taglio, si decide di accettare il desiderio nell’oggetto (soggetto) attraverso il quale si manifesta: non si sceglie di amare un genere o l’altro, si accetta di essere se stessi per quanto concerne la significatività degli altri rispetto a noi. Così, abbiamo messo a posto tutti i discorsi sul gay si nasce o si diventa? Io sono gay, per scelta solo se intendiamo questa scelta come risultato di un progressivo cammino di consapevolezza del desiderio, ossia – ad un livello superiore – se svincoliamo l’essere se stessi gay dal semplicismo dell’azione sessuale e ci volgiamo a considerarla pura e semplice manifestazione di un desiderio rivolto ad un certo tipo di oggetto del desiderio. Ovvero, udite! udite!, anche noi gay amiamo, odiamo, soffriamo, a noi gay piacciono delle persone e non piacciono altre persone; selezioniamo le amicizie, frequentiamo altre persone e a volte formiamo coppie durature o meno durature, e quando siamo single può capitare che abbiamo rapporti occasionali per puro piacere, o tradiamo e siamo traditi; ci ammaliamo tanto quanto, mangiamo le stesse cose, il nostro sangue può essere al massimo di quattro gruppi sanguigni, e via dicendo.

Essere se stessi gay è difficile, perché la facilità è solo delle cose riconosciute come degne di indifferenza. L’attenzione storica sul tema è una continua fonte di problematizzazione, di messa fra corsivi e parentesi, incisi. Si potrebbe problematizzare ciascuna delle azioni (o degli stati) che ho elencato prima, ma ci vorrebbe un’enciclopedia. Credo basti un dizionario, considerato che parole come amare, piacere, amicizia, coppia, tradimento, malattia ecc. sono comuni all’esperienza di molti, gay e non. O sbaglio? Sbaglio?

Quello che non vedo più è la problematizzazione, sempre più l’uscire allo scoperto, il coming out (ben diverso dall’outing, non mi stancherò mai di dirlo, n.d.R.), soprattutto nelle nuove generazioni, è vissuto con una leggerezza che ha una doppia faccia: da un lato, vivaddio, ci si può ora permettere di dire facilmente al mondo sono gay, il tema è sdoganato e il vocabolario pressoché diffuso; dall’altro lato, la leggerezza è spesso una superficialità nel conoscere il significato, il portato di senso che accettare di essere gay porta con sé e che l’essere se stessi gay continua a portare con sé. Voglio dire, quelli che passarono quando passai io, quelli che conosco o di cui conosco l’esperienza, hanno accompagnato la progressiva presa di coscienza del con una (a volte fragile e simbolica, ma pur sempre presente) progressiva ricerca del significato, senso, dell’esperienza di essere se stessi gay nella storia, con una prospettiva critica (almeno in nuce) sul rapporto fra l’essere se stessi gay e l’essere se stessi gay socialmente. Per il volgo, se guardiamo Milk di Gus Van Sant ci incazziamo, non per la storia di un personaggio di un film, ma perché quella storia ci richiama le connessioni fra la storia personale e la storia sociale di ciascuno.

Non voglio dire che se vuoi accettare di essere te stesso gay tu debba farti delle nottate in libreria o un abbonamento al canale dei documentari storici; ma è bene che tu sappia cos’è l’esperienza. L’unica cosa che ci rimane è la consapevolezza, la mancata problematizzazione – come è successo per l’eterosessualità dogmatica – ha portato al maschilismo, al patriarcale, al caimanesimo. Non problematizzare l’essere se stesso gay è un modo per lasciare aperta la porta alla violenza, alla discriminazione, allo schiacciamento delle idee su un piano puramente terreno. E non solo da parte di chi non è come noi, ma soprattutto all’interno di quella cosa che esiste e che non dovrebbe esistere e che noi chiamiamo: la comunità gay.

Non basta dire sono me stesso gay per esserlo sensatamente (cioè, per esserlo).

Gianmarco

Il risveglio pt1/3

“IL RISVEGLIO”

“Sapevo di dover capire molto dalla vita,
ma mai avrei immaginto che avrei dovuto imparare a capire.”

 

Da alcuni giorni vedevo la vita in modo diverso. Era come se fossi uscito da un film e mi trovassi ora in soggiorno, davanti alla televisione, guardando tutto da fuori. Si parla spesso di quanto sia importante il cambio di prospettiva, ma quello che mi era successo non lo si poteva chiamare così, era diverso, era qualcosa di più forte. Mi sentivo come se avessi sempre vissuto in un acquario, tra i pesci e quei finti scenari di fondali marini e ora potessi guardare lo stesso acquario dall’esterno. Avevo sentito parlare ancora di teorie sui mondi paralleli da alcuni miei amici, ma il discorso non mi aveva mai toccato particolarmente e, se devo dirla tutta, mi sembrava una grandissima scemenza, una cosa fantascientifica, assolutamente campata in aria, indimostrabile. Ora invece ne ero convinto, esistevano davvero. Il discorso è semplice: finché non ti capita di metterci il becco, non capisci veramente di cosa si sta parlando. E’ la stessa differenza che c’è tra imparare qualche nozione di pronto soccorso immaginando l’ipotetica scena e dover veramente soccorrere qualcuno, magari in uno spaventoso incidente stradale. Ebbene, cosa mi era successo? Mia figlia era all’ospedale, gravemente malata. Era grande ormai, aveva trent’anni, ed era cresciuta piuttosto bene, ero fiero di lei, della vita che faceva. Ogni volta che la vedevo mi capitava di viaggiare nei ricordi, a quando era ancora piccina, con quel suo sorriso immenso e quegli enormi occhi azzurri, talmente grandi da perdercisi dentro. Era stata la cosa più bella che mi era capitata in vita mia. Ed ora era là, in quel letto di ospedale, senza possibilità di alzarzi.

Era martedì mattina e stavo andando a trovarla. Lungo la strada per l’ospedale camminavo e rivedevo quei posti, quei luoghi che fino alla settimana scorsa facevano parte del quadro che era la mia vita. L’edicola, dove compravo il giornale ogni giorno, il supermercato dell’angolo, dove facevo la spesa tutte le settimane, il bar, dove mi fermavo spesso per un caffè o per due chiacchiere con gli amici, la pasticceria, dove ogni domenica compravo le solite paste o la torta di pasta sfoglia, con quel gusto e quel profumo, sempre uguali, per tutti quegli anni. Era la mia routine, era il cerchio stabile che mi ruotava intorno ed ero felice. Forse felice è una parola grossa, comunque facevo la mia vita, mi accontentavo, funzionava insomma. E quel giorno, invece, camminavo e mi sentivo distante, mi sentivo in un’altra realtà, lontana anni luce da quel mondo che fino a qualche giorno prima era il mio. Non facevo più parte del cerchio, ero fuori, ero in una realtà parallela dove mia figlia stava combattendo tra la vita e la morte e tutto il resto sfumava nello sfondo. Cosa era rimasto del mio quadro? Tutto aveva perso il suo senso, nulla mi interessava ormai, eccetto lei. Camminavo ma non mi sembrava nemmeno di percorrere le stesse vie che avevo percorso per tutta la mia vita. Sentivo chiaramente di non essere io a vivere in un mondo parallelo alla realtà, bensì era la vita che avevo sempre vissuto il mondo parallelo mentre quella in cui ero piombata, con mia figlia in ospedale, con la mia nuova scala di priorità, con gli oggetti usuali così lontani, inconsistenti e superficiali, era la vera e tremenda realtà, quella che ti cade addosso senza preavviso e che ti sveglia dal grande sonno. Non è bello svegliarsi, ma quando ti capita capisci che hai sempre vissuto in un sogno. Semplicemente lo sai, non hai bisogno di qualcuno che te lo dica, che ti faccia notare che questa è la vita e prima stavi sognando. Sostanzialmente perché è la vita che contiene il sogno e non il contrario. E’ un po’ come una matriosca dove ogni bambola sa perfettamente quali e quante altre bambole contiene, ma non sa quali e quante la stanno contenendo a loro volta. Anche mia figlia aveva vissuto una cosa simile con suo marito. Il tempo che non bastava mai, mi raccontava lui, ora si trovava. Ieri non avevo tempo per nulla, mi diceva, ero sempre di corsa, a correre dietro a questa o a quell’altra cosa, l’appuntamento alle otto, la revisione della macchina alle nove, la riunione con la delegazione alle undici, il corso con i dipendenti della filiale dell’altra provincia il primo pomeriggio…tutto sembrava così importante, essenziale, che non poteva essere rimandato o spostato. Poi mia moglie è stata male e tutto è cambiato, ha perso di importanza, può aspettare. Lei mi guardava invece con gli occhi lucidi, mi guardo indietro, mi disse, e cosa vedo? Qual è stata la mia vita per tutti questi anni, cos’ho fatto che valga la pena di ricordarsi, che rimarrà se il cielo mi chiamerà a sé? Tutti questi anni di lavoro come impiegata? No di certo. Le vacanze al mare? La spesa, la casa pulita, il giardino ben tenuto?” Rimasi zitto perché in cuor mio non le sapevo rispondere, non sapevo come consolarla. Quando la morte si avvicina e ti fa sentire il suo brivido ti chiedi un sacco di cose, cose a cui non pensi mai e che forse sarebbe stato meglio chiedersi prima. Quando la vita se ne vuol andare senti di non aver vissuto abbastanza, capisci come per magia cosa avresti dovuto fare, quali sogni non hai realizzato perché pensavi ci fosse ancora tempo per inseguirli più avanti, o quali sogni non hai nemmeno avuto, perché non avevi nemmeno il tempo di sognare. Ti chiedi il senso della vita, e vuoi delle risposte. Le pretendi, o forse davanti alla morte sei solo umile abbastanza da ammettere che le risposte che ti eri dato erano sbagliate e ritorni quindi a porti le domande.

to be continued

Giacomo

Donne in saldo

Ne avevo sentito parlare, ma non le avevo mai viste.
E invece stamattina è successo.
È periodo di saldi e, così, un negozio di intimo ha pensato di attirare i clienti esibendo manichini in carne e ossa. Due giovani donne hanno trascorso qualche ora della loro vita in piedi dietro un vetro trasparente, in mutande e reggiseno, in equilibrio su un paio di tacchi a spillo.
Ho provato disagio, per loro e per me. Avrei voluto chiedere: “Perché lo fate? Non vi sembra umiliante?”. Incrociare il loro sguardo è stato imbarazzante, anche per loro, che l’hanno distolto immediatamente, sorprese e forse infastidite dal fatto che io cercassi un contatto. Quando si è avvicinato un giovane uomo, invece, hanno sorriso, lui le ha fotografate e poi ha mosso la testa in segno di approvazione, come a dire: “Complimenti!”. Complimenti: avete un bel seno, un bel culo, belle pance, belle gambe? Complimenti: siete in saldo, disponibili, a portata di mano, posso avervi? Questo voleva dire?
Mi sono vergognata. Ho proseguito oltre e, quando mi sono nuovamente trovata davanti a quella vetrina, ho tenuto gli occhi bassi.

Arianna