Il coraggio di non

IMG_3526Se non me la sento, se ho paura, forse non per forza, forse non è detto.
Dico solo non è detto. Che sempre e naturalmente ma anche positivamente e fiduciosamente possa e debba andare oltre, buttarmi, non farmi condizionare e forse condizionata scegliere quel che pare più accettato socialmente: il coraggio inteso come “io vado”, “andiamo”. Nonostante me, nonostante te, nonostante tutto il resto attorno, nonostante noi, come stiamo, pensando tanto vale, in fondo o adesso o mai più e mai dire mai.
Dico solo a volte, può essere, in ogni caso non escludendo… chissà, forse è coraggio anche quello.

Il coraggio di non.

Arianna

Foto: settembre 2014

Un insieme di cose

Alla fine è sempre un insieme wpid-fxcam_1346413042700
un insieme di cose
e magari davvero l’insieme
di tutte quelle cose
ognuna necessaria
ma non sufficiente.
Oppure invece qualcuna
anche senza
e pazienza.
Oppure ancora, nell’insieme,
la cosa, l’unica che
da sola.
Le altre stanno
a confonderti.

Arianna

Foto: Blog 66° Nordur 2.0

 

Come si può essere

IMG_3083Non capisco come si possa essere così
superficiali, distratti, poco delicati.
Ed ecco che, un bel giorno, lo sei.
Proprio tu, che dicevi.
Hai ferito chi ami.
Era difficile ma anche facile:
è bastato, ci è voluto.
Chiedi scusa, sei perdonato.
Tu però fai fatica.
Puoi essere (anche) così
come non capivi si potesse.

Arianna

Foto: Ferrara 2014

Meritocrazia

Forse invidia (visto? hai ragione), ma più ancora
rabbia,
ché ti vanti d’esser forte, festeggi
la guarigione definitiva l’ennesima
promozione.
Carriera, salute, amore finalmente
hai tutto.
E così vuoi spiegarmi
come si fa:
guardate me,
guardate me, guardatemi.
Guardate e imparate
come il vento si piega
ai miei desideri.

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Tutto merito tuo, vero?
Perché sei forte, prepari la barca,
l’equipaggio, la testa:
sei pronto a tutto
sfidi la tempesta.
Certo: a nulla servono soldi, famiglia, amici e poi,
scritto in piccolo,
stato sociale.
Anche questo un merito:
nascere dove ancora
(per ora)
le tasse finiscono, almeno in parte,
da qualche parte.
E va bene: ti guardo.
Penso: che fortuna.
Ma anche: non mi piaci.

Non mi piaci per niente.

Arianna

Foto: Roma 2014

Vietato ai minori di 12 anni

IMG_2724Sulla porta c’è scritto “Vietato l’ingresso in reparto ai minori di 12 anni”.
Io sono lì per S.
Che è di fianco a me, siamo andate sotto a prendere un caffè.
(Accompagnata può uscire, sotto, al bar).
Le chiedo – temendo di ascoltare la risposta che immagino:
“Perché vietato ai minori di 12 anni?”
“Beh, perché può essere sconvolgente”.

E infatti. Mi sconvolgo.
Cioè mi dispiaccio, mi rattristo, mi accartoccio su me stessa e sento che voglio andare via, lontano da quegli sguardi vuoti, vuoti, vuoti d’un vuoto come se nulla importasse, nulla, come se non fossero lì, come se non fossi lì, come se non ci fosse niente, niente in grado di fare niente.

Dei corpi buttati sui divani della sala fumatori, con un film qualunque in tv.
“Fanno sempre dei film accussì”
S. commenta: “Eh sì”.
(“Io non ho capito cos’ha detto!” “Beh, neanch’io, ma non importa”).
La signora deve avermi sentita perché ripete, a voce più alta:
“Fanno sempre dei film accussì”
Ed S. subito: “Eh sì, fanno sempre dei film così”.

La signora si dondola piano, in avanti, e indietro, seduta, mentre fuma e guarda da nessuna parte, da un posto chissà dove, chissà come, s’è persa – è chiaro – ma non si capisce quando, perché. Sta lì, il suo corpo, strabordante da una maglietta viola con scritto Dance, e dei pantaloni della tuta, blu, lì a dondolare avanti e indietro su quei cuscini di plastica, a vedere senza guardare un film che è sempre accussì. Non so come sia per lei “così”, ma dice che lo è, sempre.

Poi arriva uno di quelli delle dipendenze. Fanno i gruppi, al mattino, e al pomeriggio. Però S. mi spiega che sono più sfortunati di loro, perché non hanno i colloqui individuali con gli psichiatri. Questo che arriva ha una flebo attaccata al braccio, si porta dietro la struttura che la sorregge, con le rotelle e tutto quanto. Anche lui fuma, ma non ha lo sguardo vuoto. Mi sta subito simpatico.
Poi entrano una ragazzina, forse neanche maggiorenne, e sua mamma:
“Anche lei è ricoverata?” mi chiede.
S. risponde per me: “No, lei è solo venuta a trovarmi”.
“Ah.”
“…”
“È che sono tanto lunghe le giornate”, e sospira.
Sua figlia sta zitta, guarda anche lei con quello sguardo terribile, che ti toglie la voglia di pensare, di provare a capire, di parlare. Uno sguardo di chi è stato annientato, ridotto a niente, e anche tu ti senti così: un niente buttato lì, non si sa a fare cosa.

Il ragazzo delle dipendenze prova a introdurre un argomento di conversazione:
“Non ci fanno andare sul terrazzo…”
“Ma che ci devi fare tu col terrazzo?”
(la signora che dondola non sembra interessata, anche potesse, a uscire sul terrazzo).
S. chiede se è sicuro, che non si può andare.
Sì, è sicuro.
“Ma che fate qui, tutto il tempo?”, chiedo alla fine.
“Niente, si fuma…”
Il ragazzo delle dipendenze è più netto:
“Ci si spacca i coglioni…”
(S. ride)
“… o no?”.

Anch’io sorrido.
Poi, uscita da lì, comincio a piangere, così, come i film che fanno, come ha detto la signora che si dondola in sala fumatori, così.
“Così”, che non si capisce come.

 

Arianna

Foto: Roma 2014

Per fortuna pioveva

1769Almeno all’inizio.
Quando siamo arrivati, quando ci si guardava le scarpe, le maglie, le gonne, per controllare di non essere gli unici, i più colorati. No, beh, c’è perfino una signora con un vestito rosso, e molti uomini in camicia bianca, anche il beige, diverse persone in beige.
E’ che d’estate quelli dei negozi, della moda, mica ci pensano. Martellano sulla prova costume, le vacanze, si fanno i conti con i soldi, e i desideri. Ma di certo uno non se l’immagina, a luglio, mentre alcuni già al mare e altri tra poco, non se l’aspetta, di aprire l’armadio, chiedendosi con quali abiti si sentirà più a suo agio, a piangere, in mezzo ad altri, che pure staranno – almeno a tratti – piangendo. Ché l’apparenza non è tutto, va bene, però piangere in giallo o in arancione, passi il verde, meglio se scuro, l’ideale in ogni caso rimane il nero, al massimo il blu, il grigio. Il bianco non so.

D’estate uno non ci pensa, mentre sta in vacanza, al mare, mica ci pensa che si troverà di colpo su un autobus notturno, a fare la strada a ritroso, non ci pensa, che vedrà la sua amica curva, che l’abbraccerà, che l’amica scoppierà in un pianto di quelli che fanno piangere, guardando da dietro gli occhiali scuri per dire: “Non ho più niente”. Uno non se l’immagina, sotto il sole estivo, che proverà a contraddirla, a ricordarle gli amici, la famiglia, il lav… “Sì, sì, sì. Ma vi giuro che ho la morte nel cuore”.

Ed è proprio il cuore. Il prete ha detto lo porteremo al Signore, sarà il nostro tesoro. Poi ha precisato che umanamente non c’è risposta. Perché Giacomo, perché 34 anni, perché così. Non c’è risposta. Umanamente.

E non si poteva prevederlo, ma adesso si odiano i vivi, tutti, perché lui è morto. Si odia ogni cosa che respira, perché lui non respira più. E si dice di andare avanti, si dice non c’è altro, non c’è altro, non c’è altro da fare. Andare avanti vuol dire stendere il bucato, prendere il tram, lavare le verdure. Ma forse vuol dire anche urlare sott’acqua, tapparsi le orecchie, stare ore a fissare il vuoto. Un vuoto qualsiasi (anche un pieno va bene).

Siamo umani, e non abbiamo risposte.
Stiamo vicini, ci siamo.

Per fortuna pioveva.

Arianna

Foto: Gegio

 

 

Come si fa

1642A morire a trent’anni, di colpo, d’infarto
domenica mattina.
Tra l’acqua dei piatti, il caffè, l’abbraccio
della ragazza.
Come si fa
nel mentre che niente
proprio niente
niente di strano: niente.
Niente diverso da niente
solo
morto, a trent’anni, così
dall’oggi al domani, cioè ieri
ma ancora oggi
e probabilmente domani
staremo qui allibiti increduli a stropicciarci gli occhi:
come si fa
a vivere
per lei, loro, ma anche noi, adesso

come si fa.

Arianna

Foto: Gegio