Gioia Mia

Mi chiami “Gioia Mia”, mi aggiusti il colletto e mi chiedi se ho mangiato e cosa.

Silenzi, parole e passi scandiscono la nostra ora giornaliera che riusciamo a concederci ormai da tempo.

Ti chiedo di abbracciarmi e quel giorno lo fai più forte.

Era l’ultimo giorno in cui queste cose potevano accadere.

Mancano quelle piccole mani non curate, tu che fumi una sigaretta, tu che sorridi come una bambina e mancano le tue uniche e solite domande.

Manchi tu.

IMG-20171118-WA0006[1] Foto: Serena S.

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Scontro di culture: Africa – Europa. Due modi opposti di salutare.

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Che si sa, quando c’è da salutare qualcuno, che gli dai la mano, c’è un sistema per farlo, un modo giusto, che si è imparato nel tempo, che bisogna fare così per diversi motivi, e quindi té gliela stringi la sua mano per dire che sì, tu hai spina dorsale, che sei un tipo deciso e che ci sei, presente, con tutta la tua energia davanti a lui, e perché la mano floscia mezza moscia è un insulto,  che sembra che gli dici che hai schifo di dargliela la tua mano, e quindi non si fa, la mano moscia noi tutti la evitiamo in principio. Poi gli occhi, importantissimi gli occhi! Lo guardi nelle palle dei suoi, per fargli capire che mentre lo senti fisicamente nella mano lo guardi anche negli occhi, che c’è un contatto di anime, che gli vedi dentro e ti fai vedere dentro, senza paura perché non hai nulla da nascondere, e gli dici in questo modo nuovamente che sei presente, davanti a lui, che non sei uno che sta con la testa tra le nuvole e non sa da che parte è girato o che saluta mentre pensa a qualcos’altro.

Beh, in Africa mi è successa una cosa strana. Tutte le persone a cui stringevo la mano non mi guardavano negli occhi e mi facevano la mano moscia. All’inizio mi sembrava un caso, poi vedendo che non era così ho chiesto a uno di loro e così mi ha risposto, che loro non la stringono la mano perché chi la stringe è uno aggressivo, e che è male essere aggressivi, perché vuol dire che si prevaricano le persone e questo non va bene. Bisogna essere dolci con le persone, dolci e andargli incontro, umili. Per questo non guardano nemmeno gli occhi, che è una cosa sbagliata, che è un gesto di sfida, di chi aggredisce e vuole imporsi. Che loro non guardano negli occhi, e che in questo modo onorano chi gli sta di fronte, come per dirgli nella massima umiltà che sono lì per noi, per servire, che sei te il “padrone”, e che loro si offrono a te, basta che li chiami e vengono a darti una mano. E’ il loro modo per darti il benvenuto, per farti sentire bene e a casa, e per farsi sentire vicini, per metterti a tuo agio e dirti che di loro ti puoi fidare, che non ti faranno mai del male.

Beh, oggi davanti al supermercato ho salutato il ragazzo senegalese che sta alla porta, con le sue cinture e i suoi ombrelli. Gli ho dato la mano e lui mi ha fatto la mano moscia e non mi ha guardato negli occhi. Beh, mi sono sentito onorato, e gli ho sorriso con tutto il mio cuore.

Giacomo

Parole che non si dimenticano

Vi presento un racconto di una mia esperienza in Africa. E’ un po’ lungo ma contiene un passo che mi ha segnato la vita e soprattutto mi ha toccato il cuore.

Già dopo il confine sembrava di essere in un altro mondo.
Il Benin, stato confinante con il Togo, si svelava ai nostri occhi sotto un aspetto completamente diverso. La strada che avevamo percorso da Tabligbo ad Aneho, con tanta fatica causa i mille sussulti dovuti alle infinite buche, si era trasformata. Non era più di terra rossa, con le nuvole di polvere che si alzavano dopo il passaggio di ogni macchina, non sembrava più lasciata a se stessa, corrosa dalle intemperie, mangiucchiata dai pneumatici degli attempati camion che macinano quotidianamente chilometri di fatica trasportando i pesanti carichi di cemento prodotti dalla fabbrica di Tabligbo, non era più una strada ferita, dalla quale emergeva la sofferenza di un popolo, ma scorreva, sotto le ruote del nostro piccolo furgoncino, asfaltata e silenziosa come un grande fiume, come un mistico portatore di pace. Di colpo il rumore della carrozzeria che vibrava era cessato, il cervello si trovava finalmente fermo nella sua calotta cranica dopo un periodo in cui gli era sembrato di vivere dentro una stretta maracas, il motore cominciava a liberarsi dalla polvere e dalla frustrazione, dopo lunghissimi tragitti in cui era tenuto a freno, imbrigliato come un cavallo che da troppo tempo non si fa una bella galoppata.

Così Roman, incredulo di poter finalmente superare i 30 chilometri orari senza il rischio di distruggere le sospensioni, ha portato con un gran sorriso la fedele vettura fino a 80-90 km/orari. Il pullmino “Serena” 7 posti era stato donato alla missione dei comboniani da una coppia di Italiani che aveva affrontato un viaggio epopea, partiti dall’Italia avevano attraversato Francia Spagna e preso il traghetto sullo stretto di Gibilterra, poi Marocco Mauritania, Senegal e giù tutta la costa dell’Africa fino in Togo! Due temerari avventurieri! E grande macchina, dopo così tanta strada ancora in vita (segretamente io temevo ci abbandonasse da un momento all’altro)! Alcuni di noi però ci salivano mal volentieri, era stretta e scomoda, roba da claustrofobia. Inoltre si partiva sempre in 8, uno oltre il numero dei posti, facendosi stretti stretti, per stringersi sempre di più durante il tragitto, contro ogni aspettativa, nonostante l’incredulità, nonostante l’evidenza portasse a dire ad alta voce “Cazzo qui non ci sta davvero più nessuno!” saliva sempre qualcuno, e in qualche modo ci si arrangiava, ci si stava, scomodi ma ci si stava. D’altronde la comodità in Africa è qualcosa di relativo al contesto e fai anche in fretta ad abituarti a non averla più come aspettativa, o per lo meno, non come noi europei siamo abituati! Qui, la comodità, prende una piega un tantino più drastica :“Meglio 100 km su un pullmino che non a piedi sotto il sole!” ed in effetti, vista in quest’ottica, assicuro che si possono fare grossi grossi sacrifici. Comunque noi teneri bianchi snob preferivamo di gran lunga i viaggi sul cassone della Toyota, una grossa jeep, di duro acciaio (ok, forse non era acciaio ma ci sembrava comunque bella robusta), insomma, solida che quando prendi una buca la senti, oh se la senti, ma però hai l’aria nei capelli, il cielo sopra la testa, e sempre spazio per qualcuno che vuole salire così non devi boccheggiare due dita di finestrino per prendere aria ne sudarti la maglietta 5 volte in 2 ore.

Passati la frontiera, lungo la carreggiata sulla nostra sinistra (l’immagine è stata presa dal retro), svettava bellissima, come un miraggio, la linea della corrente elettrica! Era simbolo di una conquista, come una croce in cima ad una montagna che dice “Fin qui l’uomo è arrivato” (fate i bravi, passatemi la metafora) anche là quel filo sospeso tra tutti quei pali, impiantati insperabilmente così dritti, ci sussurrava:” Anche qui, è arrivata l’elettricità, il primo contatto con il mondo civilizzato”. I campi sembravano più belli, curati, le case erano per la maggior parte di mattoni, non intonacate, ma di mattoni! E c’erano pure le linee bianche disegnate per terra. Insomma, i nostri occhi avidi avevano dimenticato cosa voleva dire ammirare un po’ d’ordine e si stavano facendo una gran scorpacciata di dettagli. Cose che prima non notavi, che ti sembravano normali, ora splendevano come oro sotto il sole (come tutti quei pali della luce, così lustri, così dritti, così tutti uguali, così bellissimi).
Bene, in tarda mattinata eravamo già a Ouidah, p. Donato voleva far sosta per salutare il parroco di una chiesa importante e per incontrarsi con Ivette, dolce signorina che ci avrebbe accompagnato come guida e come amica nella nostra due giorni, un viaggio esplorativo, una toccata e fuga Togo-Benin-Togo per visitare il tempio del Pitone, la casa degli schiavi, la foresta sacra, il seminario e il mercato dell’artigianato di Cotonou e cogliere l’occasione per salutare qualche buon vecchio amico. Così succede che Ivette aveva chiesto ad un ragazzo, appartenente al clan del Pitone, di farci da guida, perché più competente, lungo il percorso che dalla casa degli schiavi (ex-casa ovviamente) portava all’oceano, rispolverando le memorie di un capitolo buio e triste della storia dell’Africa, quello della tratta degli schiavi.
Visto il tempio e la foresta sacra decidemmo di andare a mangiare un boccone prima di cominciare il pomeriggio. Così il gruppo si sedeva a tavola. Io, l’ingegnere dottorato informatico ex nazionale italiana di pallamano Nic, il futuro avvocato Ale, l’economa neo laureata Anna, la futura specialista degli infanti Sara, la quasi medico Ros, anche detta Rossella Rosaria o Rosalba, ma che si chiama in realtà Rosanna, e noi (io) per ridere la chiamavamo diversamente, padre “Mon Pére” Donato Benedetti missionario comboniano, grande persona grande cuore, conoscitore di 4 lingue e ¾ , Italiano (madre lingua, nato in quel di Segonzano, come diciamo da noi), Francese (Infanzia in Svizzera e tanti anni in Togo) Spagnolo (laurea in Antropologia all’università di Città del Messico), Tedesco (laurea in Teologia a Innsbruck) e ¾ di Evhè, lingua locale, che parla e capisce bene ma non si fida ancora ad usare sempre, specie durante le liturgie, poi c’è Roman, Togolese, autista della missione, felice padre di 5 figli, silenzioso e attento, gran cuore e sempre umile che ti imbarazza quasi o che lo abbracceresti sempre, Ivette, simpatica e sempre sorridente ragazza, e il ragazzo del clan del Pitone, con queste scarificazioni Voudou tipiche sul viso, magro e attento osservatore, composto commensale.

Così il pranzo si dilunga in chiacchiere e in ottimo cibo, che è strano perché capitare bene è veramente difficile, e alla fine ci portano il conto.
Offriamo noi.
39000 Franchi, che per noi son pochi pochi, tipo 4-5 euro a testa ma che per loro sono un’enormità, tipo come la paga di un mese intero! Paghiamo volentieri anche se ci dispiaceva un po’ di far la figura dei ricchi davanti a loro, soprattutto davanti a Roman. La figura dei ricchi che si permettono di spendere 39000 Franchi come ridere, di spendere quello che lui guadagnava in un mese così, a pranzo, con nonchalance. Va beh, poi la giornata è proseguita benissimo, abbiamo visto e ripercorso il cammino degli schiavi fino al mare, dalla ex-casa degli schiavi all’albero del ritorno delle anime, dalla fossa comune alla porta del non ritorno, che maestosa si erge alta e imponente come monumento al ricordo 20 metri prima del frangersi delle onde, sulla sabbia. Così apprendiamo che le antiche guerre tra tribù generavano tanti prigionieri che venivano convertiti in schiavi e venduti ai facinorosi Inglesi, Portoghesi, o Francesi che arrivavano sulle coste e che barattavano oggetti di tutti i tipi e armi in cambio di persone, futuri schiavi. Apprendiamo delle sofferenze che dovevano subire prima dell’arrivo delle navi, di come venivano stipati nelle cantine delle case, per giorni, uscendo solo di tanto in tanto, avendo solo lo spazio di stare rannicchiati e dormire accalcati, l’uno sull’altro, tra le loro feci, con mille malattie e condizioni di vita tragiche, peggio di molte torture. Apprendiamo delle fosse comuni dove venivano gettati i corpi di chi non ce la faceva, di chi si ammalava, di chi per denutrizione moriva, come un oggetto di poco valore. Apprendiamo dell’albero del ritorno delle anime, e degli schiavi che gli facevano il giro 9 volte garantendosi così che l’anima una volta morti, indipendentemente da dove si fossero trovati, sarebbe ritornata in Africa, a casa. Poi, al momento della dipartita, quando le navi arrivavano, passavano tutti attraverso la porta del non ritorno, che come una maledizione ti toglieva tutte le speranze di poter un giorno, libero dal destino di essere schiavo, ritornare alla madrepatria, dai tuoi cari, dalla tua famiglia.

Con queste sensazioni rivissute attraverso i racconti del ragazzo la nostra piccola coscienza si espandeva, un poco alla volta. Lungo l’oceano, a fine “tour”, ci siamo presi qualche momento di relax, se non per rinfrescarsi con l’acqua almeno per lasciar decantare gli orrori che ci erano stati raccontati, lasciare che le onde e il mare si riprendessero quel dolore, che la pace del grande blu potesse riappropriarsi delle nostre anime. Abbiamo salutato così il ragazzo del clan dei Pitoni e abbiamo completato la lunghissima giornata iniziata alle 4.30 di mattina, con un’oretta di macchina per raggiungere Cotonou alle 18.00, dove ci attendeva un traffico claustrofobico con annessa nube tossica simil nebbia-da-mattine-d’inverno-nella-campagna-di-Padova di smog, miliardi di moto davanti, dietro, a destra e a sinistra tipo “il raduno dei moto-raduni” e l’isola di silenzio e pace del seminario recintato da mura alte stile carceri, in mezzo a due milioni di abitanti della lagunare Cotonou, città caotica per persone traffico e zanzare.
La sera dopo cena avevo dei sensi di colpa, ancora per la questione soldi di pranzo.
Ne avevo parlato con gli altri e anche loro si sentivano come me, dispiaciuti per aver fatto un pranzo così ricco con persone concretamente più povere.
-Donato, Mon Père, Mon Père! Ho bisogno di parlarti, di un momento di riflessione assieme. Perché vorrei che mi spiegassi questi sensi di colpa, questo dolore che ho dentro – gli chiesi – che mi fa star male. Aiutami a capirmi, aiutaci a capirci perché ci stiamo chiedendo se è stata una buona idea il pranzo, in quel ristorante, spendendo così tanti soldi davanti a loro, davanti a Roman.-
-Certo che ti aiuto. Perché non vai a chiamare anche Roman? Visto che ti dispiace nei suoi confronti non sarebbe interessante sapere cosa ne pensa lui invece?-
Un tonfo al cuore. Desideravo un confronto di questo tipo, ma voleva dire anche sollevare con il diretto interessato un discorso pungente, doloroso, pericoloso. Gli volevo bene a Roman, e da una parta desideravo lasciarlo fuori dal discorso, per non ricalcare ancora, l’ennesima volta, la differenza di ricchezza che c’era tra noi e loro, tra noi e lui. Con quale diritto io, senza famiglia da mantenere, che avevo e ho tutto, potevo stare davanti a lui, che con famiglia guadagnava così poco? Uno stipendio medio in Africa è di 35-40 Euro. Lui ne prendeva 50. Un po’ di più della media, ma comunque pochi secondo i miei standard. E ci dovevano vivere in 5 con quei soldi! Io che prendo più di 20 volte il suo stipendio vivo da solo, in mille comodità e lussi diversi, se paragonati alla media del Togo. Case di argilla, tetti di paglia, senza corrente, senza acqua, una stuoia come letto per i bambini, un pozzo al centro del villaggio, un sistema sanitario a pagamento e in equilibrio su una gamba sola e azzoppata, un sistema scolastico che è come un cappio al collo per molti studenti, il paludismo che bussa alla porta di casa per vedere se lo fai entrare (la malaria), l’anemia, l’aids, le malattie gastro-enteriche, le amebe e le contaminazioni dell’acqua da parte di microorganismi dannosi e pericolosi…Io vivo nella fortuna. La mia casa, l’ambiente dove sono nato è la fortuna. Sarei potuto nascere io in Togo, e ritrovarmi ora nei panni di Roman! Facile andare in missione, andare a visitare l’Africa quando si può tornare indietro, tornare in Italia! Noi abbiamo le spalle coperte. Riccamente coperte.
Salii i gradini tre a tre, quasi correndo, per chiamare Roman.


Era sotto la doccia.
Mi dice che arriva, tra un attimo scenderà da noi.
Povero Roman, dopo una giornata lunghissima, dopo tutto il giorno che guidava, si ritrova pure a doverci ascoltare, dover sentire queste cazzate, sensi di colpa di quattro bianchi straviziati.
Arriva.
Ci si guarda un attimo negli occhi, due scambi veloci con Donato che gli spiega la situazione …momento discussione… i ragazzi hanno qualcosa da chiederti… avevano un dubbio… così ho pensato…
Non resisto più, incrocio il suo sguardo e gli faccio la mia domanda a bruciapelo, come un revolver che si scarica.
-Come fai a volerci bene, come fai a trattarci così dolcemente, ad amarci, noi che siamo così ricchi, così fortunati, che abbiamo speso davanti a te tutti questi soldi a pranzo, te che guadagni quella cifra in un mese, come fai a non odiarci, a sopportarci… – mi muore il resto della frase in gola.
Donato gli traduce la domanda mentre il mio cuore batte velocissimo.
Lui mi guarda due secondi negli occhi, in silenzio.
Qualcosa mi stava arrivando già da quello sguardo.
Una pace, profonda, silenziosa aveva cominciato a pervadermi il cuore, come se fossi stato proiettato nel cielo, buio, di notte, tra le stelle e il firmamento.
– Vedi – inizia – voi non siete come gli altri. Siete qui con padre Donato, mio amico, e siete venuti in missione, per imparare, per vedere. Per me siete come fratelli, quello che desidero infatti è che possiate tornare in Italia, sani, contenti, con un bel ricordo del Togo e della sua gente – il mio cuore cominciava a sgretolarsi, come un qualcosa di troppo secco che toccato comincia a crepare e si sfa – è per questo – continua Roman – che mi metto sempre in mezzo, che cerco di proteggervi. Che contratto per voi il prezzo di questo e di quello con i venditori ambulanti, alle bancarelle o al ristorante, affinché non vi chiedano un prezzo più alto solo perché siete bianchi. Per questo cerco di prendermi io i colpi, al posto vostro, così che possiate essere contenti. – Le parole erano troppo forti, facevano male, eppure così benedette, come la prima acqua dopo un lungo viaggio nel deserto, mi girai verso gli altri: avevamo tutti gli occhi umidi, Nic aveva due righe bagnate sulle guance, Sara gli occhi arrossati. Commossi profondamente ascoltavamo Roman.
– E per il pranzo – proseguì – abbiamo fatto felice una famiglia! Non vi siete accorti che tutto il locale era gestito da una famiglia! Chissà che fortuna sarà stata per loro, è stata una cosa molto buona. Inoltre noi siamo contenti di fare festa, abbiamo fatto festa, tutti assieme, e quando si fa festa è stare bene assieme che conta. Tutto qui. –
– Dovete sapere – aggiunge Donato – che la gente di qui sarà anche povera, ma non è pezzente. Quando fa festa, spende. E’ contenta di spendere e di fare una bella festa, si indebiterà per farlo, ma è giusto che sia così, perché è importante per loro sentirsi ricchi ogni tanto, per risollevarsi dal clima in cui sono, dall’ambiente. Come un povero è giusto che si senta ricco ogni tanto così è ancora più giusto che un ricco si senta povero. E poi non avete visto come erano contenti durante il pranzo? Pensate che vadano spesso al ristorante loro? E’ stata una cosa bellissima che abbiamo fatto, e che si ricorderanno chissà per quanto! E non vi accorgete di come siamo così focalizzati sui soldi, sempre, che ci perdiamo il senso di molte cose che viviamo? Di oggi io non mi ricordo il senso di colpa del pranzo, non l’ho avuto. Forse non sarò sensibile come voi, ma io non mi sono sentito in colpa. Di oggi mi ricordo i due gemelli che abbiamo visto in quella casa, Ivette e il suo sorriso, la storia degli schiavi, le persone che abbiamo incontrato…-


Roman si inserisce e aggiunge – e non vi siete accorti a pranzo, come era contento Nadim? Come sorrideva? Non vi siete accorti che ci ha seguito tutta la mattina senza chiedere nulla, che è venuto con noi quando abbiamo iniziato ad ascoltarlo solo nel pomeriggio? Non vi siete accorti di quanto ci ha dato? Quanta energia aveva mentre ci raccontava della storia degli schiavi? Avrebbe potuto farlo meno bene, eppure ha dato il massimo, oltre se stesso. E a fine giornata, quando mi sono avvicinato per dargli qualcosa, visto il tempo e quello che aveva fatto, ha insistito che non voleva nulla, che era stato bellissimo poter mangiare con noi e che quello gli bastava! Ho dovuto insistere e mettergli i soldi in tasca, se no non li avrebbe accettati .-
No.
Io non avevo notato tutte queste cose.
Come un cavallo con il paraocchi tutto questo mi era passato vicino, non mi ricordavo nemmeno il suo nome, non mi ricordavo che si chiamava Nadim, né gli avevo chiesto qualcosa durante la giornata. Non mi ero avvicinato a lui, eppure era stato vicino a noi tutto il giorno. Era stato come un’ombra per me, perché avevo la mente da un’altra parte, perché con la mia mentalità, con la mia pochezza, ho fatto il bianco, mi sono comportato da arrogante, e tanto, tutto mi è passato a fianco, come un treno che ora non ritorna.
Fisso sui soldi, su un senso di colpa forse inutile, sicuramente inutile, avevo vissuto la giornata come un cieco. Perché tanto attaccamento a quel senso di colpa? A quella sensazione di aver speso troppo davanti a loro? Forse perché quella sofferenza era un modo per farmi bello, sensibile, attento verso la loro situazione? Non stavo forse sbagliando a credermi più fortunato, più ricco di loro? Io ero e sono più povero di loro, perché i soldi non contano nulla e per di più diventano un problema, un’ossessione su cui ci si focalizza, una chiave di interpretazione della realtà sbagliata, distorta, ridotta, limitata e infantile. Soprattutto avevo capito che il mio cuore era piccolo e distratto, di quanto mancavo di sostanza, di umanità, di attenzione, di amore per la gente, per gli altri, per chi mi stava vicino. Sono rimasto in silenzio e ho ringraziato Roman, dal più profondo del mio cuore, per avermi svegliato da una stupidità talmente grande che oggi ancora provo vergogna a raccontare, per avermi scosso e toccato laggiù, dove il cuore è vivo, è di carne, e non si sgretola se ti avvicini e lo tocchi.


Lo abbracciai con forza e al contempo con dolcezza, come se con la prima avessi potuto trasformare la sofferenza che provavo in amore e quindi in pace, e come se con la seconda avessi potuto trasmettere quanto erano state importanti le sue parole, parole preziose che non dimenticherò mai, parole che hanno risvegliato qualcosa, parole di un uomo, parole di Dio.

Giacomo

Ricordi secchi portati dal vento

Camminavo da un po’ di tempo fuori dal sentiero che solitamente battevo.

Sotto i miei piedi foglie secche cadute copiose dal mio passato formavano un morbido tappeto colorato che ricopriva ogni cosa attorno a me. Mi sentivo perfettamente solo, nonostante la mia mano fosse tenuta stretta da un’altra.

In quel periodo la mia solitudine era rotta da frequenti apparizioni di pensieri che mi turbavano la mente, già avvolta da quella nebbiolina sottile che sale spesso dal fondo del bosco al mattino. Non comprendevo ancora che dovevo aprire un altro sentiero, anziché cercare di ritrovare quello ormai perso per sempre. E ciò mi turbava l’anima perché non avevo più alcun punto di riferimento.

Durante il breve sonno notturno mi aggiravo attraverso strani sogni che mi nascondevano qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Desideravo ardentemente che accadesse qualcosa, uno shock che mi scuotesse dal quel torpore.

Ma niente.

I giorni passavano e a me sembrava di continuare a girare attorno, senza giungere mai da nessuna parte.

E allora, in un preciso istante, decisi con volontà di fermarmi.

Stop.

Tutto sarebbe stato diverso da prima.

Cambiamento.
Nuovo.
Vita.

Demetrio

Viaggiare: grande possibilità e grande pericolo

Guardi dall’oblò la terra avvicinarsi, senti il carrello abbassarsi, poi il grande uccello di latta tocca l’asfalto e comincia a frenare. Ci siamo, ti dici.
Sono arrivato.
E qualcosa dentro di te già si agita, una strana trepidazione prende spazio e si insinua nel tuo inconscio.
Stai per cominciare un nuovo capitolo della tua storia.

Viaggiare offre una grande Possibilità e nasconde al contempo un grande pericolo.

Si dice che gli altri siano degli specchi che usiamo per vedere noi stessi. Utilizziamo il loro feedback come strumento di autovalutazione del nostro essere. Se le persone che ci stanno attorno ci guardano con interesse o fanno degli apprezzamenti sul nostro aspetto fisico otterremo delle conferme del fatto che siamo belli. Questo vale anche col nostro carattere: negli altri analizziamo in continuazione, in modo consapevole o inconsapevole, la risposta se siamo simpatici, divertenti, riflessivi, pensierosi, inopportuni, educati…
Per questo, nel momento in cui ci si trova in un ambiente completamente nuovo, ci viene offerta un’incredibile opportunità di crescita, perchè le persone nelle quali ci specchieremo non conoscendo noi e il nostro passato, ci daranno una risposta nuova, un’immagine di noi stessi diversa, ma che più corrisponderà al vero perchè più libera dalle catene del passato, dai nostri sbagli, dalle etichette che nel corso della nostra vita ci siamo attirati addosso.
Per questo viaggiare ci permette di scoprire lati di noi che non immaginavamo avere, ci conferma il nostro cambiamento, ci conferma che il passato rimane tale e che il futuro è tutto da scrivere. Ci fa sentire nuovi, rinnovati, liberi.
E se questo è il più grande dono del viaggiare è anche il suo più grande pericolo. Perchè se da una parte ti viene data la possibilità di vederti e specchiarti in un modo nuovo, scoprendo parti di te stesso che ancora non conoscevi, dall’altro ti viene data anche la possibità, o il sogno, di scappare dalla tua vecchia vita, cancellare gli errori, i problemi, le cose che non vanno. Ti si mostra l’allettante possibilità di non risolvere ciò che andava risolto, di non fare quella fatica, e di ricominciare semplicemente di nuovo tutto, da capo. Così viaggiare può diventare invece che crescita, involuzione. Un modo per vivere facile e non affrontare la vita, scappando dalle decisioni difficili e dalle scelte sofferte del nostro cammino.

Giacomo

lentischio

potrei per sempre
essere fiore in un vaso
ma sarei finto
o invecchierei secco

o tutto o niente
e questo mi distrugge
peggio della morte
l’addio per sempre

Giacomo

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translation

I could forever
be flower in a vase
but I would be fake
or I would age withered

all or none
and that destroys me
worse than death
a goodbye forever

I vecchi tempi…

Ricordo occhi vispi e risate trattenute là vicino all’altare, piccoli, vestiti di rosso e bianco con in mano una campanella ed un braccio irrequieto, da furbi tonti. Chierichetti. Bei tempi. Eran ancora gli anni dove la domenica aveva un valore profondo, dove si viveva la gente e gli amici della parrocchia. Erano quegli anni dove con il sorriso ci si ritrovava a far confusione sul tavolo da ping pong od ai calcetti all’oratorio, dopo la funzione, anni dove si correva tanto all’aperto e si giocava a pallone ovunque, senza tutti quei bigotti di adesso che appena fai un salto ti legano ad una sedia per paura che ti fai male, senza tutti quei genitori d’oggi che denunciano tutti se il figlio ritorna a casa con un ginocchio sbucciato, senza tutti quei nonni che oggi disturbano poliziotti vescovi e presidenti a telefonate per sapere dove sei che fai che è ora di ritornare a casa, allora non sapevano usare quel marchingegno, sbraitavano dalla finestra e noi, semplicemente, non li si ascoltava. Mi ricordo degli scherzi, di quando un nostro amico inciampò in mezzo alla chiesa con tutti i soldi delle offerte in mano, di quelle candele che solo a guardarle perdevano cera incandescente ovunque, anche sulle persone, di quelle risate che non si riuscivano a soffocare e che scoppiavano proprio nei momenti meno indicati, quelli più silenziosi, dove magari bisognava fingersi tristi o impegnati serissimi e silenziosi come una tomba, quei momenti in cui tutta la gente se ne accorge, specie se sei un chierichetto che smorzando una risata fa un verso sonoro animalesco ed imbarazzante.
Ho nostalgia di quelle domeniche, di quella gente che sembrava una grande famiglia. Mi divertivo e vivevo meglio un giorno in più a settimana. Quella semplicità era eccezionale.
Erano gli ultimi anni delle parrocchie, prima del declino. Oggi sarò io diverso, sicuramente, ma quei posti, mi sembra, han perso il loro fascino, la loro forza vitale, i sorrisi e la presenza della gente, la voglia di esserci, ed oggi sembra che siano posti vuoti a parte quelle poche figure dei conformati, di quelli ligi al dover essere l’esempio che non sono e di quelli attaccati alla tristezza di essere vecchi ed alla rabbia di non potersi più cambiare o tornare indietro.

Mi mancano quelle domeniche, mi mancano proprio.

Giacomo