volodja, così dicono

Dicono che fosse figlio di un colonnello dell’armata rossa e di una interprete russa. Dicono che avesse iniziato facendo teatro. Dicono che, poi, iniziò a suonare la chitarra ed a cantare canzoni su diseredati, galeotti e malavitosi, perdenti sconfitti ed idealisti. Raccontano, in questo, somigliasse a De André.

Dicono che inziarono a circolare le sue prime registrazioni artigianali su musicassetta, benché sia rimasto per lungo tempo sconosciuto ai più. E che venne assunto al teatro Taganka più per le sue abilità di cantante che per le, forse improbabili, doti di attore. Vociferano che interpretò Majakovskij, e che grattasse quella chitarra a sette corde come solo lui.
Dicono che però non piacesse, a quelli del Cremlino, che fosse “non sufficientemente ligio” alle direttive governative. Dicono che venne boicottato, non ammesso all’Unione degli scrittori, che fecero di tutto per fargli saltare concerti e dischi. Ma raccontano che, i concerti, lui li fece lo stesso, che fosse capace di farne quattro in un giorno solo pur di eludere le proibizioni di solerti funzionari statali.
Spiegano che se ne sarebbe potuto andare, in Francia, perché era sposato con una straniera, ma che preferì restare, braccato come quei lupi che raccontò: Ochota na volkov, così li raccontò.
E poi, parlano dell’alcol, e della morfina, e di un destino segnato.
Dicono che Volodja se ne andò il 25 luglio, ma forse era il 24; e che quando se ne andò, ai tempi di Breznev, ai tempi delle olimpiadi, proprio lì, a Mosca, la stampa tacque. Raccontano che, nonostante il silenzio, la voce corse nelle metropolitana e per le strade di Mosca. Raccontano che, a salutarlo, ci fu più di un milione di persone.
Dicono che per anni ancora non si sentirono le sue canzoni, perché le parole di un poeta facevano più paura di mille armi nucleari.

Dicono che quell’autunno, quello del sessantanove, cambiò il mondo. Dicono, la poesia è nelle strade.

Sono passati vent’anni esatti da quando, al premio Tenco, venne presentato “Il volo di Volodja”.
La raccolta diventò un album triste e melanconico, ma solare e vulcanico al tempo stesso.
Consigli per gli ascolti estivi: andatelo a ricercare.
Ché quei canti di libertà sono senza tempo.

Immagini del mio autunno.

Circa tre settimane di minuscole riprese con il cellulare di momenti della mia vita di tutti i giorni: la mia città, il mio lavoro, la mia casa.

La stampa internazionale si è divertita a commentare in tutti i modi quest’opera: dalla “suprema lode al quieto lirismo del quotidiano” del Journal Of Poetical Arts fino al “vomitevole melenso esempio di attaccamento borghese ai piccoli e meschini piaceri della vita” del Kill Capitalism Now.

Lo dedico a chi ama le piante, i biscotti e la musica acustica.

-Niccolò

Pontelandolfo la campana suona per te

Una canzone che avevo sentito per una sola volta diversi anni fa, in un live su un vhs, ritrovata per caso su YouTube. Una di quelle canzoni che si infilano fra le maglie della mia razionalità e arrivano a toccare il nocciolo più emotivo. Non so perchè una serie di note e le parole sopra riescano a scatenare improvvisamente delle emozioni così intense. Credo che mi sia capitato la prima volta con “Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d’estate…” di Francesco Guccini, mi si inumidiscono gli occhi ogni volta che sento l’attacco di quella strofa. Ma le dolorose storie passate sono patrimonio della vita di tutti, è facile pensare che non sia la canzone in sè ma il ricordo personale che ci si abbina a muovere i sentimenti. Però poi qualche anno fa mi ritrovavo a lacrimare ascoltando “Il Carmelo di Echt” di Battiato e riflettendoci non era la storia in sè, comunque tragica, a commuovermi così impetuosamente ma proprio la musica. E infine stamattina vengo sollevato da “Pontelandolfo la campana suona per te, per tutta la tua gente, per i vivi e gli ammazzati, per le donne ed i soldati, per l’Italia e per il re” e qualcosa nella mia pancia viene sballottato come i bauli che si trasportavano nelle navi durante una tempesta. Non mi sono mai interessato del Risorgimento, parliamo di brigantaggio, di un massacro di soldati piemontesi e una successiva rappresaglia brutale come ce ne sono state tante nel corso della storia… questa non è una commozione di tipo razionale, non è un ragionamento, è qualcosa di incomprensibile legato a quel crescere della musica, a quei colpi di campana che mi esplodono in testa sempre più forti ogni volta che la ascolto. Il perchè questo succeda è per me un mistero.

Niccolò