Global warming explained

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Giacomo Cestari

Il tempio del silenzio

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Mi sono seduto ieri per terra, sul tappeto davanti alla finestra, spostando la tenda di lato, a guardare il cielo e quel bianco soffice che avvolgeva la notte nel suo silenzio.

Fuori dalla finestra, le raffiche di vento giocavano con la neve, come il tempo con le preoccupazioni. I fiocchi cadevano dapprima lenti, poi spazzati di lato, poi verso l’alto, a destra e a sinistra, poi ritornavano lenti come coriandoli o foglie secce, poi si mettevano a correre verso il basso come se il vento fosse una cascata di aria e neve che precipitava verso terra, poi di nuovo lenti, leggeri, come piume.

Così anche le mie preoccupazioni, i miei pensieri, a volte sono soffici, a volte vanno veloci, a volte cadono a volte vengono spinti a destra, a sinistra verso l’alto e verso il basso per un po’, prima che mi decida a lasciarli andare.

(Devo riparare la staccionata del mio poggiolo, piegata dal vento e dal peso della neve.)

Dopo, quando sono caduti, il cielo diventa subito pulito, e l’aria di cristallo. Ma prima, tutto quel che doveva cadere lo ha fatto.

Dopo, quando si sciolgono, rimane il terreno bagnato e freddo, il sole a riscaldarlo, la primavera ad aspettarlo, qualche mese più in là, oltre la porta di casa. Eppure il bianco di oggi mi riporta dentro me stesso, come se chiudendo gli occhi entrassi in una cattedrale immensa, ricoperta di neve e di silenzio, sulle coste della Bretagna.

Giacomo

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L’ospedale di Afagnan

L’OSPEDALE DI AFAGNAN
E IL VIAGGIO NEL VIAGGIO

Fuori dalla porta giungevano delle grida strazianti, come se a qualcuno stessero segando una gamba. Era l’urlo di un bambino. Il mio cuore fece un sussulto. Cosa avrei visto in quella stanza?
Visitare un ospedale è un’esperienza toccante, di grande impatto. Visitare un ospedale in Africa può essere davvero qualcosa di forte, che ti cambia la vita. Eravamo ad Afagnan, nel sud del Togo, e l’apprendista infermiere ci faceva da guida nei vari reparti, per mostrarci come lavorano, la bellezza dell’ospedale se confrontato con i vari dispensari presenti sul territorio, il sistema di lavoro, le malattie che si ritrovano a dover affrontare. Ospedale famoso che serve un raggio di duemila chilometri, quello di Afagnan riceve ammalati dal Ghana, dal Benin, dal Burkina Faso. Un caso più unico che raro, che riesce a sopravvivere in un clima di povertà estrema solo grazie agli aiuti dei donatori europei.
Durante il giro era previsto anche di visitare alcune stanze dei ricoverati. Qual era il senso di entrare dai malati? Perché entrare? Li stavamo forse considerando come bestie in uno zoo? La figura di padre Donato mi aveva superato ed entrava nella stanza. – Bon jour, ca va? – lo sentii dire, e poi continuare con un Francese che non capivo. Altre urla ancora più forti mi pietrificarono sullo stipite. Vidi un bambino, in un letto, dietro la zanzariera, in lacrime, con le mani protese verso di me. Entrai anch’io. Mi avvicinai. Avevo paura di guardare. In fondo alla stanza, Donato, era accucciato vicino ad un altro letto a salutare.
Prete e missionario comboniano, la sua presenza era un abbraccio per i malati, come una goccia d’amore che si dona, gratuito, per loro. Il suo calore umano diventava aria fresca in quelle stanze, che seppur arieggiate tutto il giorno albergavano l’aria più viziata che avessi mai sentito. La sua parola, dolce, avvolgente, la sua mano che prendeva quella del malato, diventava fonte di gioia e di speranza per i visi contratti dai brividi di un attacco di malaria. Perché ero entrato? Cosa avevo io da donare a loro? Un senso di impotenza cominciava a farsi spazio dentro di me e mi irrigidiva sempre più a due passi dall’ingresso. Avevo paura? Da cosa indietreggiavo? Da dove veniva questa voglia di scappare? Io potevo essere uno di loro. Al loro posto sarei stato contento di vedere qualcuno che non riusciva ad avvicinarsi a me? Sarei stato contento di capire che aveva paura di me e della mia malattia? D’altronde, cosa potevo fare io per questi malati? Non sono medico, infermiere e nemmeno un prete, aveva senso che entrassi per visitarli? Donato si voltò e mi guardò negli occhi.
Poi, sorrise.
Come un lampo a ciel sereno in quell’istante senza tempo compresi, mi vidi chiaramente come un bambino, dal cuore piccolo che non sa guardare più in là del proprio naso.
Capii.
Ero come loro. Io ero loro. E loro erano me. E il sorriso racchiudeva un valore immenso specialmente in un clima di tristezza, di dolore. Anch’io avevo un sorriso che potevo donare. Anch’io potevo donare un po’ di calore umano, un po’ di amore. Anche se non so guarire i malati, anche se non so alleviare le loro sofferenze, potevo comunque donare qualcosa. I miei dubbi erano d’un tratto scomparsi, e mi accorsi che al posto della paura il mio cuore traboccava di amore per quel bambino dolorante.
Mi avvicinai, e vidi che il suo braccio e la sua gamba sinistra si stavano spellando vistosamente a causa di un’ustione grave. Vidi la carne viva sotto la pelle che si alzava come fogli di carta velina. Volevo distogliere lo sguardo, guardare altrove, far finta di non aver visto. Mi forzai di osservare invece il suo viso, e lui ricambiò, mi guardava mentre piangeva, il suo dolore era inimmaginabile. Capita spesso qui in Africa che qualche ragazzo si ustioni gravemente. Tutti cucinano all’aria aperta sul fuoco, o sul carbone. E le pentole di acqua bollente vengono talvolta lasciate incustodite perché le mamme con 6-7 figli piccoli non riescono ad essere ovunque. E così succede che qualcuno si tiri addosso una pentola o cadi nel fuoco. Il dolore del bambino diventava dolore mio. Così provai a sorridere. Provai a dargli un po’ di dolcezza, uno sguardo per dargli conforto. Non ho mai fatto così fatica a fare una cosa tanto semplice. E in quell’istante un flusso di amore indicibile mi ha attraversato il petto, come un torrente che in piena trabocca e si riversa fuori nella campagna. Mi accorsi mentre uscivo dalla stanza che alcune lacrime mi stavano rigando le guance. Tanta paura ha l’uomo di emozionarsi, di piangere, che farebbe di tutto per scappare, tanta paura ha l’uomo della sofferenza che piuttosto di accettarne l’esistenza negherebbe la realtà e vivrebbe in un mondo illusorio.
Può capire di sentire l’espressione Viaggio nel viaggio.
Non è un’espressione poetica.
Direi piuttosto che è un modo di vivere, una predisposizione mentale, un sistema di approccio alla vita e a quello che ci circonda.
Quando il mio Maestro mi parlava del viaggio io non capivo a cosa si riferisse. Lentamente ho compreso che significa vivere la vita intensamente e con costante umiltà. E questa umiltà permette numerose e bellissime cose. Permette innanzitutto di accettarsi, con i propri difetti, i propri dubbi, con le proprie paure, i propri limiti. Ci dona un punto di osservazione di noi stessi che possa essere anche un punto di partenza sul quale lavorare. Vivere un Viaggio nel viaggio significa vivere un’esperienza, qualunque essa sia, con un’attenzione rivolta non solo all’esterno, a quanto ci circonda, ma anche all’interno, mantenendo la consapevolezza delle proprie emozioni, delle proprie paure, delle proprie reazioni istintive che abbiamo di fronte al dolore e alla sofferenza.
L’uomo ha sviluppato durante la sua crescita un sofisticato meccanismo inconscio di autodifesa per proteggersi dalla sofferenza e dal dolore. Spesso si manifesta con paura, voglia di scappare, voglia di rimanere inconsapevoli di fronte a fatti che ci destabilizzerebbero, voglia di far finta di non vedere, di cercare scuse per non affrontare la sofferenza e la realtà, di auto generarsi dei sensi di colpa, inutili e che non portano a nessun cambiamento…
Questi istinti sono sicuramente efficaci, ma tutti inutili nella loro sostanza perché non risolvono il problema della sofferenza, ma lo rimandano, non portano l’uomo a migliorarsi, a superare una difficoltà, bensì a fuggire da essa. Fare un Viaggio nel viaggio significa imparare su più livelli, contemporaneamente. Viaggiare nel mondo, vedere posti nuovi, conoscere persone, conoscere realtà, e al contempo viaggiare dentro se stessi, scoprendo i propri limiti, i propri punti deboli, le proprie paure. Conoscere e conoscersi al contempo stesso, osservando sia quello che ci accade “fuori” sia quello che ci accade “dentro”.

Il Viaggio nel viaggio è quindi un modo di vivere, un modo di essere, che riesce a donare moltissimo e a moltiplicare velocemente il bagaglio di esperienza che una persona può fare nel corso della propria vita. Ciò che questo insegnamento mi sta donando, ciò che mi ha donato in Africa e che continua a donarmi ogni giorno, è a dir poco fantastico. Non ringrazierò mai abbastanza il mio Maestro per questo frammento di saggezza che è stato capace di tramandarmi.

Apocalypse now


E cade la neve.

Stendendo silenzio al silenzio che già copre ogni cosa.

Un velo bianco ricopre macerie e corpi di uomini e donne.

Come pietà avvolge un’umanità ormai smarrita,

piegata dalla Natura che assassina non è.

Innumerevoli fiocchi bianchi si innalzano al Cielo,

simili a mantra recitati col cuore.

Tutt’attorno morte e dolore.

E cadeva la neve.



Demetrio

Sogno un ritorno a Pangea

La terra, il nostro pianeta, non ha limiti, non ha bandiere, non ha confini di stato.
La terra ci nutre, ci disseta.
La terra ci ospita, e non ci chiede alcun affitto.
La terra si dona, e non ha un libretto di istruzioni.
La terra è per noi, e non ci dice cosa possiamo fare e cosa no.
La terra si fida di noi…

…e noi?

Noi ci spartiamo i pezzi di terra versando sangue, facendo guerre, noi dichiariamo con non so quale diritto – questo è nostro, quello è vostro, e guai se ci metti piede se non ti ho dato il permesso, piuttosto stai nel tuo paese e muori di fame! –
I più forti riescono a stabilirsi su terre fertili, buone, redditizie. Gli altri…rimangono là come dei fessi. Degli altri non ci interessa, non siamo noi, sono altrove. Peggio per loro. Dimentichiamoli, se nessuno li considera non fanno nemmeno notizia. I nostri giornali non ne parlano, i telegiornali non ne parlano, quindi si dimenticano.
Abbiamo inventato la politica, con la quale decretiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato, manco fossimo degli dei. Qualcuno dirà che è necessario avere le leggi perchè l’uomo ha bisogno di essere guidato, perchè senza leggi andrebbe tutto a rotoli. Le leggi le abbiamo nel CUORE e da SEMPRE, e chi dice di non sentirle è un FALSO e mente a se stesso. Non serve scriverle per interpretarle male. Sarebbero troppe, e le parole non basterebbero per esprimere un sentimento di giustizia. Sarebbero sempre insufficienti. Creare le leggi è far sì quindi che esista l’ingiustizia.
I confini di stato sono recinti fasulli e inutili. Manco fossimo delle bestie che devono essere rinchiuse!
Grazie alla loro esistenza persone stanno male e altre stanno bene.
Grazie alla loro esistenza in una parte del pianeta si può inquinare, in un’altra no, dimenticando che l’aria è sempre la stessa e se ne infischia dei confini, lei va dove vuole, dove “tira il vento”.
Confini, limiti.
L’aria non ha limiti, se il mio vicino inquina io respiro la stessa aria.
L’acqua non ha limiti, se il mio vicino inquina un fiume, o un mare, io berrò la stessa acqua, la stessa acqua evaporerà e pioverà sulla mia terra, farà crescere le mie piante avvelenate, fonte del mio cibo.
Che senso ha avere gli stati? Avere politiche diverse?
Che senso ha avere confini di stato?
Che senso ha sentirsi proprietari di fare ciò che si vuole sul “proprio stato”?
L’Italia non è nostra, è del mondo.
L’Australia è anche nostra, come è nostra l’africa intera, con i suoi problemi e la sua fame.
Prendiamone atto, cominciamo a pensarla in grande, da Aironi.
Un unico stato, ritorniamo a Pangea.

Giacomo

Il massaggio SECONDA PARTE – fusione.

“…ero una cosa sola con il suo corpo…”

Ho estrapolato questa frase da un messaggio che mi ha inviato mia cugina dopo aver massaggiato il suo boy-friend.
Il mio cuore ha sorriso.
Dedicarsi con tutto se stessi al corpo che si sta massaggiando conduce, spesso, a ciò…
Un sentimento di fusione, e di amore insieme.
Il nostro corpo assomiglia ad una cipolla a più strati. Ma non è da sottovalutare la pellicola che lo avvolge più esternamente, la pelle… la quale a sua volta è fatta di diversi strati. In essa sono presenti dei “ricettori” molto potenti che mandano dei segnali dritti dritti al nostro cervello al minimo sfioramento. E’ una straordinaria interfaccia che ci permette di vivere molte intense sensazioni…
Ma c’è dell’altro.
La scienza vede la pelle come il “limite esterno” del nostro corpo, molte discipline orientali, invece, nonchè Maestri di tutti i tempi, insegnano che oltre al corpo fisico, visibile e denso, esistono altri corpi, più sottili… e che quindi la pelle non sia il nostro “confine ultimo”. Davvero interessante perché…
Attreverso il massaggio si ha, talvolta, la sensazione che quei corpi più sottili esistano e che si fondano con quelli degli altri, generando un profondo senso di compenetrazione.
“…ero una cosa sola con il suo corpo…”

Due respiri appartenenti ad un solo corpo.

Un profondo abbraccio… 

 

Raji

Il massaggio PRIMA PARTE – imbarazzo?

Ho sempre amato i massaggi.Ed ora frequento un corso che mi piace una cifra! ;o)Che cos’è il massaggio?In primis, è un dialogo.Un dialogo che non si serve di quei contenitori limitati quali sono le parole. Comunica attraverso le sensazioni, cioè un linguaggio ben più ricco di sfumature e più vicino al piacere.

Walter, il mio istruttore, ha esosrdito affermando che normalmente si hanno tre possibili tipi di risposte da parte di coloro che ricevono il massaggio: piacere, disagio o imbarazzo.Ho pensato:”capperi, 2 su 3 non hanno un connotato positivo”.E perchè mai? Perchè non è un fatto spontaneo e naturale quello di provare piacere?Forse perchè il massaggio è un linguaggio sincero che by-passa tutte le nostre convinzioni, opinioni, paure e arriva subito al sodo, generando subito un collegamento(..a mò di Avatar..)? Io credo di si. E’ talmente diretto…

Il massaggio ci tocca.. tocca proprio. Non è un caso che smuova e che sciolga molte tensioni, non solo fisiche, ma anche a livello mentale ed emotivo. E’ un linguaggio tollerante e libero, fatto solo per accarezzare, come fanno le onde del mare con la profondità sottostante…E cos’è dunque quell’imbarazzo che si genera.. da dove arriva?Sarà che non siamo abituati ad aprirci senza possibiltà di mentire?Il corpo non mente. Da un certo punto di vista è come una cartina geografica di quello che custodiamo all’interno. Provate a trastullare certe parti del corpo di un’altra persona… di sicuro avrete una risposta sincera di apprezzamento o altro, che non arriverà dalle parole…Pelle d’oca, arrossire, erezione, scioglimento, irrigidimento, sudore, abbandono…il corpo non mente. Dice e dice tanto in pochissimo tempo. Mille informazioni in un lampo. Il c.d. linguaggio non verbale, infinitamente più esteso di quelo verbale e più rapido.Disagio ed imbarazzo? Beh, direi che può essere…Ma la vera magia del massaggio… è che non appena lo si accetta… ci apre ad un altro mondo, un mondo più puro… più sensuale e profondo. Ci mescola… e cos’è che mescola? In essenza due energie che entrano in contatto e che si scambiano amore. E’ un’esperienza che si avvicina al mistico.

Raji

Danimarca

La terra
sottile
una striscia in punta
di piedi apre
il sipario.

Sul palco sta
il cielo.

E il vento cerca nuvole
le trova 
allacciate vicine
s’inseguono una danza poi
si lasciano.

A volte
non s’incontrano più. 

Arianna

I particolari di un puzzle

Quando fai un puzzle osservi, stai attento ai pezzi, studi ciò che ti sta di fronte in modo frammentato per poi ricomporre tutto. Ogni singolo pezzetto rimane nella tua memoria così che alla fine sai esattamente dove sono i pezzi che ti servono, quello l’ho già visto, dovrebbe essere qua, e sapere alla fine quante nuvole ci sono, in quello spicchio di cielo sullo sfondo, tra le casa e gli alberi che stanno invece in primo piano. Sai quante finestre, il colore delle imposte e dei fiori sui balconi, quali piante nel giardino, chi è presente nel paesaggio, cosa indossa, cosa fa. Cogli i particolari, con la stessa importanza, indipendentemente che siano dietro, davanti, sopra, sotto, destra o sinistra.

L’altro giorno ho alzato gli occhi e ho intravisto uno spicchio di  cielo tra due case, dove lavoro. Ho guardato quelle nuvole lontane, quel triangolo di cielo che non avevo mai notato sebbene l’abbia di fronte continuamente per 40 ore in settimana e mi son sentito felice di scoprire un particolare in più, qualcosa di nuovo nel quadro di ogni giorno, a frammentare il paesaggio che mi sta di fronte, come se fossi di nuovo davanti ai pezzi di un puzzle, a studiare le forme e i colori di ogni singolo pezzetto e tenerle a mente,  frammentare tutto e ridistribuire gli ordini di importanza e far così soffermare la vista, finalmente, dove non si era mai posata.

Giacomo

Puzzle-art by Kent Rogowsky


Eros

Si fa strada tra le dita
la carezza del bosco
Abbraccio di smeraldo
Penetra nell’intimo mio.
E mi tocca,
come amante perfetto.
Nè io, nè lui
Nè radice, nè albero, nè terra
Nè mani, nè corpo,
Nè tempo
Mi ospita nel suo respiro
e mi tiene nel suo ventre,
Profumando.
Lo tocco mentre mi tocca,
Ci tocchiamo lievemente,
Ci tocchiamo ancora.

Nell’ascolto, la comunione
Sacra e profonda,
Libera e sensuale
come timida goccia d’acqua
che riga il palmo,
Toccandomi fin dentro.

Senza difese,
Senza difese scorre l’eros
Tra noi,
dolce clorofilla,
mio stesso sangue.

Bisbiglia il filo d’erba,
sentendolo.
La sua vocina è forte.

Minuto,ma totale nel contatto

intuisce, la forma del mio cuore.

Raji