La fiera percezione di Augusto

Roccalumera (Messina), 14 agosto 2016

 

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Acqua sporca di Ferragosto.
Leggo in spiaggia, circondato da giovani virgulti catanesi fidanzati.
(Probabilmente con quelle che tra qualche anno dovranno sposare).
Belli come il bello siciliano.
Attendati per la notte, non vedono l’ora di tuffarsi a mezzanotte.
Credono in un rito propiziatorio che mascherano da bravata, per non suonare superstiziosi.

 

 

inerziale

Se un punto si sposta mantenendosi alla stessa distanza da un altro, non è più un punto, ma una circonferenza. Allora il tempo passa e non te ne accorgi e gli anni hanno corso sulla curva. 

La circonferenza racchiude una porzione di tempo e spazio, il tempo impiegato a riempire lo spazio dei giorni.  

Saper conoscere il centro dal quale ci si allontana senza distanza, questo è il problema. 

Con la coda dell’occhio sembra un moto armonico, lento agli estremi: solo sfiorando il limite inizia il pensiero, la riflessione; lento nel mezzo del percorso, a dubitare di una direzione comunque nota.

Così ci spostiamo, senza allontanarci mai, sotto l’effetto di forze apparenti che non lasciamo agire.

 

Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

Lettera ai miei amici, razzisti.

Alcuni miei amici sono razzisti. E’duro ammettere che il razzismo strisciante se ne sta anche nelle cerchie affettive più strette e che durante un discorso qualsiasi è possibile che qualcuno faccia un commento razzista. Sommessamente, razzista, come può essere razzista un trentenne con laurea magistrale. E’ ancora più duro ammettere che quando sento un commento razzista uscire dalla bocca delle persone a cui voglio bene è ancora più difficile reagire, perché, dare del razzista a qualcuno, significa metterlo in una situazione di disagio e lì, nel bel mezzo di una cena o di un aperitivo, nel più e nel meno, è più difficile prendere il discorso e scaraventarlo nei meandri della pochezza umana. Così scrivo alcune parole qui, nella speranza che magari, qualche amico razzista, legga e prima di aprir bocca rifletta un poco (o semplicemente di più).

Caro amico razzista,
è bello incontrarti, star con te, far quattro chiacchiere, condividere una cena, un abbraccio, parlar di come stai e di quel che ci succede. Vorrei solo chiederti un’attenzione, più del solito. Sforzati di non cedere al razzismo. Il razzismo ti striscia dentro, come quella volta che hai detto “con dei vicini così, non è zona per crescere i miei figli”, oppure quella volta che hai detto “gli albanesi sono così, maleducati”, oppure ancora quando mi racconti di come quel signore che sul bus parlava in arabo ad alta voce e… “non si vergognava, dopo quello che è successo.” Io lo so, che è dura in questo mondo, non cadere nel razzismo. Soprattutto se ti bevi la tv e i giornali a colazione, ma proprio devi far qualcosa. Prima di aprir la bocca, prima di tagliare un bel giudizio condito con generalizzazione, chiediti: “non sarò razzista?”. Perché si, lo sei. Sei razzista quando fai di una religione un difetto, di un popolo un atteggiamento, quando riduci, semplifichi, quando ti vuoi allontanare dal diverso solo perché distante da te. La signora con il velo che ti ha rubato il posto, è semplicemente una signora maleducata. Il marocchino che spaccia è semplicemente uno spacciatore. L’albanese che svaligia le case è un ladro. Il negro che ti ruba il lavoro è semplicemente un signore che il datore di lavoro ritiene possa fare meglio di te (è così ad ogni colloquio, in qualsiasi settore). L’arabo è una lingua, semplicemente una lingua (sembra incredibile dover affermare questo, eppure oggi è necessario).
Il razzismo tuo è quello di tutte le epoche, proprio uguale a quello di tutte le guerre, proprio quello che il futuro studierà con compassione, quando difficilmente si riusciranno a distinguere le genti e quando apparterremo tutti allo stesso nucleo di valori, umani, universali.

Ti sono vicino, anche se una parte di me vorrebbe cancellarti dalla rubrica. Ma tu, in fretta, datti un occhio, fatti una revisione e frena, frena le parole. Dei tuoi albanesi, dei tuoi cinesi, dei tuoi musulmani, dei tuoi marocchini, dei tuoi zingari, io ho in mente i volti. E i volti, ahimè per te, non corrispondono.

Giulio

Diversamente diversi

Da una settimana sono afona, conseguenza di una laringite.
Niente di grave, ovviamente, c’è di peggio.
Ho fatto però l’esperienza di essere “diversa”.

La diversità è sempre reciproca (sono diversa dagli altri, ma anche gli altri sono diversi da me) e, paradossalmente, uguale per tutti, poiché ogni essere umano è diverso, in quanto unico. Eppure, c’è qualcuno che è più diverso degli altri, perché la sua condizione si associa alla solitudine: è “l’unico” a vivere una data esperienza, non condivisa da e difficilmente condivisibile con la maggior parte delle persone che lo circondano.
Pensieri in ordine sparso, sull’esperienza di questo secondo tipo di diversità:

1) Sono andata al lavoro, anche se ho diritto alla malattia. Ne ho diritto, in teoria, ma in pratica siamo talmente pochi e sovraccarichi che se uno sta a casa, è un vero casino. Però, forse, sono andata al lavoro anche per sentirmi meno diversa: non volevo essere malata.

2) Dopo i primi giorni di quasi-divertimento in cui tutti cercavano di capire il labiale e i miei gesti, diverse persone si sono stufate.
“Eh ma non è che lo fai apposta?”IMG_4225
“Ma come fai a non avere più voce per niente… dai, non è possibile!”
“Secondo me ci prendi in giro…”
“Oh, io mi sono rotto di questo mutismo! E parla, dai, non ci credo che non puoi dire nemmeno una parola!”
(tra parentesi: una parola la posso pure dire, però se sforzo la voce è peggio).

3) Pochissimi hanno espresso empatia nei miei confronti (la “diversa”), quasi tutti la esprimevano nei confronti di chi subiva le conseguenze più fastidiose dell’afonia, vale a dire i miei colleghi diretti, che dovevano fare anche le telefonate che avrei dovuto fare io. Interessante: non ero io ad aver diritto di lamentarmi, bensì i colleghi (e appena mi torna la voce: doppia razione di telefonate!).

4) Se una cosa capita alla maggioranza, è normale; se capita a pochi, è sfortuna; se capita a pochissimi, ci dev’essere qualcosa di sbagliato in questi, ché la sfiga che ci vede benissimo non esiste:
“Ma sai che sei la prima che conosco a cui succede una roba così? Ma com’è che capita solo a te??”
“Beh magari non ti sei curata bene… avresti dovuto andare dal medico prima!”
“Oh, te la sei presa proprio brutta, eh!” (sguardo diffidente-indagatore).

5) Noto sempre più spesso che l’atteggiamento del blame the victim si declina negli ambienti della sinistra-fricchettona nell’equivalenza sano = bravo = stile di vita “naturale” = se lo merita; equivalenza che ne implica un’altra, a mio avviso pericolosa, e cioè malato = cattivo = stile di vita non sano = se l’è cercata.
Ecco, vorrei ricordare a bassa voce (anche perché di più non ne esce) che non prendere farmaci è anzitutto una fortuna, non un merito. Poi va bene non abusarne, fare attenzione a cosa si mangia e a come si vive ecc. ecc… però, insomma, anch’io mi sono un po’ rotta, se devo dirla tutta (e non potendo dirlo, lo scrivo).

Foto: Lanzarote 2015

Senza dimenticare i penultimi

Qualche tempo fa, un certo signor Andrea di Genova (dalla voce si direbbe un anziano) ha telefonato a Radio Tre, nel corso della trasmissione “Prima Pagina”. Ha dichiarato, tra le altre cose, di vivere in un quartiere in cui ci sono tanti “immigrati” e ha anche aggiunto che non è contento di vivere lì: è sporco, brutto e (a suo dire) pericoloso. Ha inoltre espresso invidia nei confronti di una certa signora maliana che – sostiene il signor Andrea –  torna in Mali tutte le estati, mentre il signor Andrea non ha nemmeno i soldi per andare a Milano (eppure avrebbe bisogno di andarci).
Il giornalista che conduceva la trasmissione ha risposto al signor Andrea che il suo disagio era comprensibile, però sbagliava ad arrabbiarsi con la signora maliana: non era con lei che se la sarebbe dovuta prendere, bensì col sindaco, che evidentemente non stava facendo bene il suo lavoro.
Poi c’è stata un’altra telefonata, di un signore di Torino che ha affermato di vergognarsi del signor Andrea, ha detto proprio “mi vergogno” e ha espresso solidarietà ai migranti. Ha detto che a Torino c’è stato un tempo in cui non si affittavano le case ai meridionali, e ora si fa la stessa cosa, con gli africani.

Io ho provato tristezza, ma anche rabbia. Avrei voluto dire al signor Andrea che mi dispiaceva che lui non avesse i soldi per andare a Milano e mi dispiaceva anche che vivesse in un quartiere brutto, sporco e in cui non si sentiva sicuro. Certo: non avrebbe dovuto dirigere la sua rabbia contro la signora maliana, ma la rabbia, in sé, la si poteva capire.
Avrei poi voluto dire al signore di Torino che non mi è chiaro il motivo per cui la solidarietà la si debba solo agli ultimi, dimenticando i penultimi. Il signor Andrea sbaglia, d’accordo, ma vive pur sempre una situazione di disagio: perché essere così duri?
Secondo me, la paura e la rabbia devono poter essere dette, non agite, ma dette, sì. E che si cominci a lavorare da lì, dalla paura dei penultimi: sarebbe bello essere tutti aperti e accoglienti e bene informati e con spirito critico… ma non è così.

Siamo qui, non lì.

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Foto: Atene 2015, quartiere di Exarchia

Prove dell’esistenza dei poveri

“Da noi i poveri non esistono”
“Come, scusa, non esistono?”
“Non esistono, non ce n’è”
“Non ci sono poveri?”
“No. Perché comunque la casa ce l’hanno dai tempi in cui la dava a tutti lo Stato, la disoccupazione è bassissima… ah beh, poi certo, se ti ammali e non hai una famiglia… i disabili, i mutilati… quelli sono tutti per strada”.
I poveri non esistono, quindi, perché non consideriamo degni di nota alcuni tra gli esistenti.
E allora la semplice esistenza è in certi casi una protesta, in quanto confutazione della non esistenza.
Una prova dell’esistenza non solo dei poveri, ma anche della povertà, non solo dei miseri, ma anche della miseria.

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Milano è deserta – si dice . A Milano son tutti in vacanza: i negozi e i bar chiusi, le email “out of office”, i telefoni degli uffici che squillano a vuoto. Eppure il tram in direzione periferia è pieno, di gente che in vacanza, evidentemente, non ci va. Alle sei e mezza due uomini dall’accento straniero, uno giovane e uno vecchio, si urlano contro. Perché stai in mezzo, non fai passare la gente. Ma che cazzo dici, non sono mica in mezzo. E scommetto che non hai nemmeno il biglietto, non fanno passare gli italiani (proprio così, ha detto “gli italiani”) e non hanno il biglietto in tasca. E a te che cazzo te ne frega. Dov’è lo Stato, dov’è il governo, qui ognuno fa quello che gli pare, non rispettano i vecchi, e non hanno il biglietto, e nessuno che apra bocca.
Anch’io sono stata zitta.
Ma agli increduli posso dire: “I poveri esistono. Ho le prove”.

Arianna

Foto: Atene, quartiere di Exarchia, murales dedicato ai poveri e ai senzatetto

Perché sono tornata

Per caso, e per amore, è capitato, qui gli affetti, gli amici più cari.
Per rabbia, nei confronti dell’Italia che va come sappiamo, e io lontana, non ci provavo nemmeno, a cambiare le cose (qualcosa), provavo solo a scappare, solo per me.
DSC_0058_2Per rabbia nei confronti degli italiani che vanno all’estero e poi si vantano di com’è tutto più bello, più facile, più meglio, e disprezzano chi resta, perché evidentemente meno brillante, intelligente, capace, perché – dicono – “se vuoi, puoi, partire, invece che stare, a lamentarti”.
Per rabbia nei confronti degli italiani che vogliono star bene, e se ne fregano di chi rimane, di chi – magari nel piccolo, magari a fatica – ci prova, anche per gli altri.
Per rabbia nei confronti degli italiani che si vergognano di fronte agli svizzeri, ai francesi, ai tedeschi, e quando ti presentano pare quasi una scusa: “Sì, beh… è italiana anche lei”.

A volte me lo chiedo, se ho fatto bene.
Certo sarebbe meno dura, se anche chi va, e non torna, chiedesse: “Cosa posso fare?”.
Perché qualcosa, anche da lontano, volendo, si può.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase