crittografica

 

Era il giorno prima della festa, andavano i passi soli, sull’asfalto
caldo della sera accesa, da lontano gli sguardi incrociavamo,
quanti sguardi e fra tutti noi, gli sguardi nostri ancora incontro.
Ed erano negli occhi già persi gli anni silenziosi, nelle braccia
cinte il sorriso arreso. Agli anni non contati, alle parole
risparmiate, arreso alla comoda pigrizia dei giorni.
Ci allontana un abbraccio, sotto il ferro del silenzio le grinze
di un tempo accartocciato, il nostro tempo in un angolo,
rappreso.
E uno sfondo senza lettere, sorvolano le dita senza impronta,
segni che da tempo non leggiamo, muti come ombre di cartone
nel libro della nostra negazione, in un saluto che promette
la distanza, la mancanza conferma, il destino rimanda ancora
nell’assenza.

underground rhapsody

Correre, correre! Correte! La violenza
del tempo, di chi ha creato un giorno
troppo breve, maledicono le porte
di ogni treno, ogni porta chiusa troppo
presto, prima del preteso resto del tempo
sprecato da chi ne abusa.

Correre, correre! Correte! La scala
discesa, calpestati i passi come falsi
pretesti da ogni porta, ogni treno
partito troppo presto, nella fretta
di un complesso trascorso finito battito

di tempo.

 

Niente, ancora

Niente, ancora
giocano i bambini, loro
è la piazza e non ci sono
calde giornate a fermare
il pallone ovale, a noi
il torpore sudato, il futuro
degli anni passati, già
la nostalgica pigrizia
dei ricordi, della vita
che non abbiamo saputo
scegliere, che vogliamo
sciogliere in un calcio
bambino

Tuo.

Forte rombo-cascata
tra i polmoni al centro;
fitta d’amore del brivido
di un salto nel vuoto.

il dubbio scomparso
come nebbia al sole
caldo d’estate, abissi
di luce, il buio un ricordo.

Giacomo

Io piango l’umiltà

Profumo d’Africa
che mi entri,
fiume, sull’anima.
Nodo che tocchi
e che sciogli
io piango l’umiltà
lacrime sulla polvere.
Semplice sorriso
che mi spurga fuori
l’odio verso me stesso,
sensi di colpa
di un uomo bianco.
Rompi la mia gabbia
occhi di stella
e pelle d’ebano.

Giacomo

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I primi passi a Tabligbò

Cammino sulle strade rosse
tra la polvere e la gente,
mi sento osservato
come qualcosa che stona,
una nota sbagliata
in una canzone nota,
qualcosa che non dovrebbe
esistere, trovarsi lì.
Perché sono qui?
Troppo imbarazzato mi dimentico
della risposta,
o quella che avevo mi sembra
così sciocca, che non oso ripeterla.
Muovo i miei passi,
un ingenuo bambino bianco,
con gli occhi avidi di sapere
la mente paralizzata
e il cuore che piange.
Ora ho bisogno di domande
prima di cercare le risposte.

Giacomo

translation:

On the red road
between the powder and the people,
I feel observed
like something out of place,
a wrong note
in a beautiful song,
something that should not
exist there, or be there.
Why am I here?
Too embarrassed I forget
the answer,
or the one I had was too
foolish, that I dare not repeat it.
So I came to move my feet,
an innocent white child,
with eager eyes to know
the mind paralyzed
and my heart crying.
Now I do need questions
before seeking the answers.

tradution:

Sur le rouge route
entre la poudre et le peuple,
Je me sens observée
comme quelque chose hors de propos,
une fausse note
dans une chanson connue,
quelque chose qui ne devrait
pas exister, ou être là.
Pourquoi suis-je ici?
Trop gêné j’ai oublié la réponse,
ou que j’avais
Je me sens si stupide,
que je n’ose pas le répéter.
Je bouge mes pieds,
un enfant superficiel blanc,
avec des yeux avides de savoir
l’esprit paralysé
et le cœur pleure.
Maintenant, j’ai besoin des questions
avant de chercher les réponses.

Le tempeste

Grigio d’autunno
un fiore spento,
luce d’invasi,
travasi d’anime.

Che fai? Che faresti?
Ho paura.
Cammino sul ciglio
di un baratro.

A volte, vertigini
nello stomaco.
A volte, voglia
di fare un salto.

La barca a riposo,
l’ancora gettata,
lascia che dondoli
che passi la tempesta.

Giacomo

L’uomo armadio

Come un totem
gigante
pieno di cassetti
su tutti i lati,
inclinato.

Così sto:
con tutto che mi si apre
che ne chiudo uno
che l’altro mi si spalanca.

Che forse non è rincorrere
i cassetti qua e là che devo,
che forse occorre rimettere
in equilibrio proprio il totem,
scavare una buca più profonda,
renderlo più stabile alla base.

Giacomo

Museo

Guardo.

Guato.

Loro guardano opere d’arte,
io li guardo guardare opere d’arte.
Seduto con la mia seggiola nera
ad un angolo del salone.

Il primo giorno sedevo
davanti ad un Matisse,
anch’io,
come loro,
ero concentrato,
attento,
anche se non ho studiato.

Niente.

Io le tele non le capisco.

Ma poi osservo le persone, i loro volti
che si colorano, illividiscono, si fanno cupi,
come invecchiano, avvampano,
tutto d’un colpo ridono.
Allora tutto si fa più chiaro,
e forse capisco.