I tacchi di Marta

Marta non amava i tacchi. Continuava a chiedersi perchè tutte le donne avessero quel tipo di scarpe. Chi aveva imposto a tutte di sembrare più alte? Chi aveva imposto a tutte di camminare in punta di piedi? Più guardava le riviste più le sembrava che le caviglie delle indossatrici fossero piegate in avanti in modo quasi anormale. Le faceva quasi impressione. – Dio ci aveva fatto il tallone per errore? – si chiedeva. Tempo prima aveva provato ad indossare i tacchi a spillo, e quell’esperienza fu talmente forte che ancora se la ricordava perfettamente, come una specie di incubo. Di fronte alla piazza centrale, tutta pavimentata in bolognini, si era trovata impotente, come un bimbo di fronte ad un fiume in piena, incapace di attraversarla. Aveva quindi cercato un’altra strada ma si era accorta che quel tipo di pavimentazione era molto frequente e che avrebbe dovuto camminare e camminare per trovare la strada adatta a lei,  l’unica possibile in quel gigantesco labirinto. Stremata, due ore dopo, si era messa a piangere, aveva chiamato un taxi ed era tornata a casa. – Basta, coi tacchi ho chiuso! – pensava dentro di sé – tacchi a spillo o quel che sia! Questa è la mia altezza, e la mia caviglia ricomincerà a piegarsi in modo normale! – e gettò le scarpe fuori dalla finestra.

Luca era seduto su una panchina, in via Pozzi, e si chiedeva quale donna, tra tutte quelle che vedeva passeggiare, potesse essere quella giusta per lui. La cercava, ma non sapeva chi fosse, dove fosse. Per questo si guardava intorno, osservava, valutava. Ad un certo punto  notò un particolare che lo fece ridere! Tutte le donne avevano la borsetta. Non è che fosse una novità per lui, ma constatare effettivamente che non c’era nemmeno una donna senza la borsetta era tutto un altro paio di maniche. – Se prendi una donna prendi anche una borsetta – pensava sorridendo – come se le borsette fossero una parte del loro corpo, una parte del loro modo d’essere, di vivere. E a pensarci  bene – si diceva – anche i tacchi sono molto frequenti, forse non come le borsette, ma davvero sono tante quelle che…

In quell’attimo una scarpa con un bel tacco spesso gli colpì la testa come una sassata. Il suo urlo attirò l’attenzione di tutta la gente nella piazza e una ragazza, con un fare molto timido, si affacciò alla finestra per vedere cos’aveva combinato.

Giacomo

Voyeur

Il cigolio costante del letto
le mutandine per terra,
l’amore di quel vaso di fiori
sul davanzale della finestra
curioso aspetta e ascolta.

Dai lineamenti di seta
sorride profumata
la sua camicia da notte
dolcemente appoggiata
su quella sedia del cazzo.

Giacomo

Saturi di chiappe

Un sabato pomeriggio stava girovagando per il web, come faceva troppo spesso, e leggiucchiando le notizie de L’Adige on-line gli cadde l’occhio sul riquadro laterale, quello in cui generalmente compaiono chiappe perchè l’occhio maschile, appunto, vi cada. La notizia riguardava il “licenziamento” di Belen da parte della Tim, dato che la campagna pubblicitaria di lei e Christian De Sica non aveva aumentato gli abbonamenti come ci si aspettava. Non cliccò sul link per una sorta di patto con se stesso a cui teneva fede da tempo, qualcosa tipo “se voglio vedere quattro chiappe non le vado a cercare su un quotidiano, per principio!”. Invece riflettè un istante su che cosa comportava quella notiziola. Le pubblicità degli inizi pubblicità magnificavano le proprietà quasi miracolose dei prodotti che presentavano: “questo detersivo scioglie tutte le macchie, anche le più difficili!”. Poi in qualche momento a qualcuno era venuto in mente di far dire a Maurizio Costanzo che le camicie Dino Erre Collofit erano proprio delle camicie coi baffi, delle camicie che si metteva Maurizio Costanzo, che era uno famoso e che quindi si metteva roba buona. Piano piano dalle millantate qualità della merce si era passati sempre più spesso a puntare sulla celebrità della persona che questa merce diceva di utilizzare. E poi in un attimo dalla celebrità si era passati alle chiappe. Non si soffermò a fare le solite noiose riflessioni sulla mercificazione del corpo femminile ma notò che era proprio assurdo che qualcuno scegliesse di abbonarsi a Tim solo perchè Tim gli regalava qualche attimo di erotismo in tv e nei cartelli pubblicitari. Eppure se per vendere qualunque cosa si facevano spogliare una o più donne, allora la tecnica evidentemente funzionava. Spesso in passato si era chiesto fino a che punto ci si sarebbe spinti… e spesso in passato aveva pensato che si sarebbe raggiunta una saturazione. Nessuna valutazione morale, nessuna noiosa e moralistica valutazione morale, per carità di Dio, solo una saturazione: a un certo punto non le puoi fare spogliare di più. Puoi giocare la carta dell’orgia lesbo, ma anche se qualche ardito avesse fatto il salto dal soft porno all’hard core, quanto sarebbe potuto durare? Dopo uno, due, tre anni di ansimanti ammucchiate per venderti il dentifricio non se ne sarebbe potuto più manco di quello.  Forse sempre più gente tornava a scegliere le compagnie telefoniche guardando le tariffe. Positivo. Il pensiero di questo ritorno a una più sana concretezza nelle scelte lo consolava dall’altro pensiero: che forse allora si sarebbero viste meno chiappe appese per le strade.

PS: se siete capitati qui in cerca di chiappe, la prossima volta cercatele su Google Immagini e non così in generale su Google!!

La Crisi in Casa

Ieri dopo cena avevo voglia di completare il pasto con qualcosa di dolce. Avete presente no? Quando alla fine del pasto siete soddisfatti, ma.. manca ancora qualcosa…Allora scendo in cucina e tosto due fette di pane, pronto a riempirle di marmellata agli agrumi… quando il padre della famiglia che mi ospita qua in Irlanda (pagati, s’intende) mi riprende dicendomi “guarda che siamo tenuti a darti solo colazione, pranzo e cena, niente extra”. Ammutolisco, non so se ridere o arrabbiarmi, rimango in una situazione di limbo: non è la prima volta che succede… qualche settimana fa avevo tostato 4 fette di pane per colazione invece delle solite 2 ed ero stato ripreso dalla madre “Ti spettano 2 fette, non di più, sennò non ce n’è per tutti”.  Perplesso, arrabbiato e confesso anche un po’ divertito, torno nella mia camera bunker e mi metto a ricostruire i pezzi del puzzle… L’Irlanda era fino a poco tempo fa uno dei paesi più ricchi d’Europa, nel periodo 1995-2007, veniva orgogliosamente chiamata “The Celtic Tiger” e con una popolazione di poco inferiore ai 5 milioni (escludendo l’Irlanda del Nord) il paese aveva saputo crescere rapidamente nel mercato europeo grazie ad una politica di libero mercato a 360°: privatizzazioni, prestiti facili, fiducia nella crescita, edilizia rampante, stipendi altissimi, tasse insignificanti per le imprese ed investimenti nel settore delle nuove tecnologie. Tutto ciò ha portato ad un’espansione del credito e ad una bolla immobiliare, insomma niente di nuovo rispetto a quello che si è già visto in USA o in Spagna…
Camminando per le periferie della città e anche nel mio quartiere si possono notare decide di scavi abbandonati, edifici incompiuti e attività commerciali mai aperte. Non c’è più fiducia, ora i soldi mancano, nessuno li presta più e fallimenti e licenziamenti si moltiplicano. Si sapeva? Si poteva evitare? Forse…dicono molti irlandesi… Durante la manifestazione per le strade di Dublino contro il governo a cui ho partecipato, un anziano signore mi dice che già nel Settembre 2008 il governo irlandese aveva annunciato un periodo di recessione (per la prima volta dopo gli anni 80)…”Si sapeva” mi ripete, “tutti lo sapevano!” Infatti in quel periodo, controllando le statistiche il tasso di disoccupazione iniziò a crescere e le richieste di assistenza sociale a salire. La cosa curiosa, per molti irlandesi intervistati nelle strade è che la crisi sia andata di pari passo con una serie di scandali bancari che hanno visto coinvolti i membri del partito Fianna Fail, attualmente al governo. Tutti oggi puntano il dito verso il Taoiseach (primo ministro) Brian Cowen, prima ministro delle finanze e poi premier… insomma il personaggio chiave della crisi irlandese e il maggior indiziato. Il 21 Novembre 2010 Brian Cowen ha chiesto un prestito di circa 100 miliardi all’Unione Europea, ottenendone (se non erro) circa 85… La gente è indignata e prevede che gli interessi su un debito così grande saranno destinati a sopprimere qualsiasi possibilità di crescita e annienteranno le possibilità di risparmio ed investimento, provocando una riduzione dei posti di lavoro, un aumento esponenziale delle tasse e una crescente disoccupazione giovanile.
Ma quali saranno i maggiori problemi della popolazione irlandese? Anche se il lavoro è diminuito drasticamente e il salario minimo è sceso a circa 8 euro l’ora, avere un lavoro in Irlanda è ancora più remunerativo rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Europa continentale. L’umiliazione che i cittadini non riescono ad accettare è il rinuncio allo spreco al quale erano orgogliosamente abituati. Dieci anni di crescita smisurata e di stipendi alle stelle hanno “americanizzato” anche gli abitanti della verde isola, che viaggiano su comodi/dispendiosi/inutili SUV e cambiano casa e macchina ogni 5 anni, acquistano cibi surgelati che costano 5 euro a porzione e si ubriacano nei pub a suon di 5 euro per ogni pinta di birra. Pensate, in questi giorni la temperatura non è salita sopra lo 0, un freddo inaspettato e oggi il governo ha razionato l’acqua: acqua a largo consumo solo dalle 6 del mattino alle 6 di sera. A questo punto vi starete chiedendo qual è la relazione tra gli ultimi due fatti… Beh, per evitare che si gelassero le tubature, a titolo precauzionale, molte famiglie hanno lasciato i rubinetti aperti per quasi una settimana (giorno e notte)…anche in tempi di crisi è difficile rinunciare alle piccole comodità. Credo che sarà questo il vero problema per la società irlandese: la rinuncia al lusso, all’innecessario.
Torno così, in chiusura dell’articolo, alla famiglia che mi ospita. Ieri il televisore della cucina si è rotto (preciso quello della cucina perché in media ci sono 4-5 tv in una casa irlandese) … ed oggi è entrato un gigantesco schermo al plasma nuovo di zecca. Pare che il vizio di “investire” nelle nuove tecnologie non sia ancora sparito… si va cauti sul pane, ma si crede ancora nella tecnologia? Sarà un segno di ripresa?

Roberto

Recitazionimia

Racconto presentato per la serata di Arte sotto il Tetto.

 

Si ringraziano tutti i presenti, Daniel che ha organizzato,
Giulio, gli altri Aironi e tutti quelli che hanno collaborato.

 

Mi hanno chiesto se ero un attore. Ero vestito in nero, con i piedi scalzi, su un palcoscenico. La domanda aveva perso da tempo la sua risposta, così sono stato in silenzio e ho guardato da un’altra parte, continuando ad inseguire i personaggi della commedia, per farmi ridare ciò che mi avevano rubato.

Questa è la mia storia.
Recitare.
Cosa sarà mai?
Tutti se ne stanno seduti, a guardare l’attore, e quello è là davanti a tutti.
Spesso si pensa che sia difficile che serva una qualche abilità, speciale.
L’abilità speciale, ho scoperto invece, serve per NON recitare, per fare esattamente l’opposto. Perché fare teatro ci viene abbastanza naturale.

Cosa vuol dire recitare innanzitutto? Interpretare, fare la parte di, fingere, impersonare.. ma dal dizionario si legge il vero significato: “Avere i coglioni di rifare in pubblico, ciò che si fa tutti i giorni inconsapevolmente”.

Ho cominciato a recitare quando ero un ragazzo, così, per divertimento. Quello che mi riusciva più difficile era proprio, calarmi nella parte. Interpretare un personaggio vuol dire cominciare a pensare con la sua testa, ridere quando riderebbe lui, piangere quando piangerebbe lui. Bisogna indossarlo un personaggio, fino in fondo, e dimenticare per quel tempo se stessi, i propri pensieri, le proprie emozioni.

Devo uscire dal mio corpo ed entrare in un altro senza portarmi dietro la mia personalità.
Questo bisogna fare.
Saper vestire e svestire un personaggio quando vogliamo.

Delle due l’entrare nella parte non è un problema. E’ piuttosto l’uscire la cosa difficile. I medici degli attori la chiamano “personaggite inversa acuta”, perché si manifesta di rado ma quando accade si fa sentire, come l’influenza. Non riesci più ad uscire dal tuo personaggio, sei bloccato là.

Come la scena del papà che al lavoro fa la parte del cattivo, per far funzionare l’azienda, mentre a casa è dolce e affettuoso finchè…

-Insomma, muoviti, ti pago per produrre, produrre! Tu, cosa fai là, fila in magazzino, c’è un camion da scaricare! Dove sono gli altri fornitori! Dove sono? Ma dov’è la mia segretaria, mai che ci sia quando serve! Tu, vieni con me che andiamo a ordinare le nuove macchine per la tintura. Cosa? Perché la catena è ferma? Non deve mai restare ferma, ogni volta che è ferma perdo soldi, guadagno! DRINN DRINN Scusate un attimo.
-Oooh! Ciao amore, come stai? Io bene, benissimo! Sì, qui al lavoro tutto bene, come sempre. La piccola come sta? Bene. Ok. D’accordo. Un bacio grande, a dopo.
-Eccomi. Stavamo dicendo? Ah sì, LA CATENA DI MONTAGGIO NON DEVE ESSERE MAI FERMATA SE NON IN CASI GRAVISSIMI!! E’ CHIARO?

E via così tutto il giorno. Poi torna a casa la sera, la piccola gli corre incontro:

-Ciao papà! Com’è andata al lavoro?
-BENE! COSA CI FAI ANCORA ALZATA A QUEST’ORA? FILA A LETTO, SUBITO!

-Ma papà sono le sette…
-FILA HO DETTO!QUI COMANDO IO!

La bimba avrà attacchi di panico per 3 mesi, il papà invece andrà a sentire il parere di un medico che gli dirà che è un evidente problema di stress e che sta per venirgli un esaurimento nervoso, gli consiglierà una pausa di assoluto riposo, non risolvendo però il problema alla radice. Se solo sapessero che esiste la personaggite inversa forse potrebbero curarla! Basterebbe che si insegnasse a uscire dalla parte, prima di tornare a casa. A non identificarsi nei propri personaggi! E invece…

Così imparavo i trucchi del mestiere e mi ci appassionavo. Il teatro mi piaceva molto! Mi allenavo, a casa, sul lavoro, in palestra, da solo o con gli amici, nella vita di tutti i giorni, facendo svariati personaggi. Recitavo il brillante, il timido, l’incerto il sapiente, il gioioso-travolgente e il leader incazzato, il sottomesso, l’oppresso, lo stupido. E recitavo, e vestivo svestivo abiti diversi più volte al giorno. Continuavo a cambiare la parte! E mi divertivo tantissimo.

Poi…
Accadde.
Lentamente, giorno dopo giorno. Quando me ne resi conto era ormai tardi. Mi sono ammalato di una delle più gravi e diffuse malattie di questo secolo: la recitazionimia cronica.
“Che roba è?”, vi chiederete.
Che, semplicemente, non si smette più di recitare, non si riesce più a farne a meno. Non esiste più il confine tra recita e vita, tra personaggio e noi stessi. Tutto si mescola e si confonde. Dopo aver indossato un abito non c’è silenzio, ho tolto i vestiti ma non rimango più nudo, nemmeno per qualche secondo, e ne indosso subito di nuovi. Comincio così una nuova parte, senza pause, e i personaggi si susseguono l’uno all’altro, ininterrottamente, come le gocce di pioggia sul marciapiede, durante il temporale. Non c’è più un contatto, un ritorno a chi sono io veramente.

Ho fatto questo per troppo tempo, troppo.
E… così ho dimenticato chi io sia.
Ho dimenticato quali sono i miei pensieri, le mie emozioni.
Ho dimenticato quello che io voglio dalla vita.
Perché la vita è mia e non dei miei personaggi.
Sono io che dovrei decidere di vestire i miei personaggi, non loro che si alternano nell’usare il mio corpo, senza ritegno!
I miei personaggi mi hanno rubato il “me stesso”, ognuno ne ha strappato un pezzo e se l’è tenuto.
Oggi non rimane più nulla. Rimane soltanto una manciata di personaggi che seppur falsi contengono: un, solo, piccolo, frammento, di verità.

Questo facevo quel giorno, cercavo i frammenti di me stesso, sul palco, nei miei personaggi. Per questo oggi vi avverto, affinché non vi accada ciò che è successo a me:” Se recitate, siatene sempre consapevoli, se no perderete voi stessi”.

Giacomo

Il giramondo nordico: Roma

Abbiamo ricevuto molte lettere di abbonati che seguono con interesse la nostra rubrica di viaggi, siamo lieti che abbiate apprezzato il reportage in tre puntate sulla zona industriale di Rovigo e la guida ai bar sport di Brescia, uscita durante tutto l’arco dello scorso anno. Senza negare il fascino che emanano i luoghi di cui ci siamo sempre occupati, diversi lettori ci chiedono di spingerci più in là, buttarci nei misteri dell’esotico e dell’oriente. Abbiamo deciso quindi di lanciarci in un viaggio all’estremo confine del conosciuto e siamo andati… a Roma!

Vogliamo anzitutto sfatare un falso mito assai diffuso: per chi si appresta a visitare Roma non ci sono vaccinazioni obbligatorie, anche se le profilassi contro epatite e malaria sono sempre consigliate quando ci si sposta verso sud, oltre i confini del mantovano.

Un aspetto estremamente rassicurante per il viaggiatore è che le prese della corrente sono uguali alle nostre e non servono adattatori, sempre scomodi e fragili da portare con sé in viaggio. Inoltre, la maggior parte degli abitanti di Roma parla italiano o comunque lo capisce molto bene: potrete ordinare pastasciutta e filetto nei ristoranti senza alcuna difficoltà. Gli irriducibili vanno avvisati che non è facile trovare polenta e musso o canederli in brodo con speck, ovviamente si richiede una certa qual flessibilità culinaria al viaggiatore zaino in spalla che si reca in luoghi esotici. Diversamente da altre zone del medio oriente, comunque, il cibo non è particolarmente speziato e non risulta più difficile da digerire rispetto a certi bolliti a cui siamo abituati.

Un altro particolare che colpisce di Roma è la presenza di una nutrita comunità cristiana, che pare risiedervi da molto tempo, forse addirittura più di cento anni. Stupisce che nel cuore del regno dell’Islam vengano tollerate tante chiese. A parziale spiegazione di ciò contribuisce l’erronea ma diffusa convinzione che Tripoli si trovi a meno di 30 km da Firenze, convinzione che va decisamente corretta.

Senza alcuna pretesa di esaustività, pensiamo di aver tracciato un bozzetto a forti tinte di una città che a tutt’oggi mantiene attorno a sé un pesante alone di mistero, che tuttavia può essere visitata non solo dagli avventurieri ma anche dai più curiosi fra i nostri lettori.

Nella prossima puntata: oltre l’Equatore, viaggio alla fine del mondo a Cosenza, enclave di bianchi nel cuore dell’Africa Nera.

Il vento del Nord

settimanale di informazione settentrionale

Niccolò

Sogliole di sopportazione

L’esperienza del dolore è di difficile descrizione narrativa.
Diciamo che ho mal di schiena. Precisando, qualcosa che si avvicina allo slittamento o fuoriuscita della materia che separa gli elementi di una struttura portante.
Qualcosa su cui è troppo facile fare poesia.

* * *

Dov’ero finito? A Ferrara: un workshop di rigenerazione urbana attraverso installazioni nello spazio urbano. In mezzo agli architetti, c’ero io. La creatività è possibile. Si può fare.
Scopro anche che la creazione è un processo istantaneo supportato da un sottoprocesso costante. Qualunque cosa tutto questo significhi per voi.

* * *

Valorizzare l’esperienza del passaggio.

* * *

“Sei innamorato?”
“Ogni giorno”.

Gianmarco

Su, fino ai vertici delle Nazioni Unite

Se uno come me desidera davvero giungere ai vertici delle Nazioni Unite, io credo che deve farsi il culo. Qui a Milano, uno ce la può anche fare, se magari inizia con uno stage di sei mesi. Così penso che uno stage va anche bene, per me che voglio andare in alto. All’ultimo piano? In alto, questo è sicuro. Allora sai che faccio? Mi imparo le lingue. Mi studio il cinese, che è il futuro, l’inglese che è la lingua di adesso, che si usa insomma, e poi il francese per le cose internazionali delle ambasciate, quelle lì insomma. So le lingue e sono pronto per lo stage di sei mesi. Adesso sì che sono un tirocinante, sto nel mio ufficio, alle nazioni unite ed ho ben due schermi per il mio computer unito. Inizio a diventare importante, se mi rinnovano è fatta, sono dentro e mi pagano pure. So le lingue io e inizio pure a vestirmi bene, mi metto la giacca e anche la cravatta, che alle Nazioni Unite fa bene. Bella, la cravatta, alle Nazioni Unite. Belle unite, davvero. Insomma nel giro di cinque anni salgo i piani, scalo le classifiche, divento su, bravo, che ci penso alle cose che dico e che faccio e guadagno i migliaia di euro, io. Mica come quando ero stagista che ne prendevo sì e no zero, adesso ne prendo anche cinquemila, di verdoni. Però mi sa che ho già quarant’anni, ho fatto le conferenze, sì, detto cose anche, ma principalmente sono stato al computer che ho, il mio. Bello qui, al computer delle nazioni unite. Ci ho la moglie? Sì, ma mi vuol bene? Boh, a lei gli piacciono le Nazioni Unite. Però tra cinque anni ancora divento assistant director ed allora eccolo lì! Il salto di qualità, macchinone e tutto il resto, molte giacche, moltissime cravattissime, sì per me che sono importante ormai. Mi sa che mi danno la mercedes, su cui andare. Bello sto schermo, intanto, mi piace la mia sedia e il vetro da cui guardo il mondo. Ora mi sa che sono anche stanco ed anche vecchio, che c’ho sett’antanni ma è sicuro, che io alle Nazioni Unite ci rimango, ormai sono director e non mi ci smuove più nessuno. Ah gli agi della vita, i sorrisi dei subordinati, la mercedes e tutto il resto…

…e riapro gli occhi. Ancora qui, con i miei trent’anni o poco più, mentre dall’altra parte del vetro gli uomini importanti delle Nazioni Unite mangiano alla loro mensa, con le loro giacche, le loro cravatte ed i loro sorrisi. Io sono fuori, sono escluso, sono emarginato. Lì è pulito, qui sporco. Qui piove, lì c’è la luce soffusa. E mi chiedo se per caso la mia carriera non debba esser diversa, che magari devo diventare importante partendo da una prospettiva diversa. Magari conquistando prima la mensa e dopo pranzo salire direttamente nell’ufficio del director e sedermi sulla seggiola sua. Mi daranno la mercedes? Non lo so, ma a settembre inizia a far freddo ed io non ho che stracci. Intanto entro alla mensa, delle Nazioni Unite, se mi sorrideranno, si vedrà.

Oggi ho visto un clochard fare carriera, in quella mensa tutti i grandi professori e statisti lo salutavano, con riverenza, togliendosi il cappello. Entrandoci, era subito diventato il più grande, il più lungimirante di tutti loro. Era il re del palazzo di vetro. Tutti gli chiedevano consiglio ma lui, ancora vestito da barbone, diceva “Per dio, è la pausa pranzo questa, prendete un appuntamento con la mia segretaria!”.

Giulio

Esclusiva intervista di Oriana Fallaci a Karl Marx

Proponiamo in esclusiva un documento inedito che avrebbe dovuto costituire l’ultimo capitolo del famoso “Intervista con la Storia” di Oriana Fallaci: trattasi dell’intervista a Karl Marx in merito al blog di culto “Aironi di Carta”. Alcuni detrattori avanzano dubbi sulla sua autenticità sostenendo che all’epoca della morte di Marx la Fallaci non era ancora nata e, allo stesso modo, all’epoca della morte della Fallaci il blog non era ancora stato pubblicato. Nello stile liberale che da sempre contraddistingue questa testata, consegnamo al pubblico l’intervista di modo che siano i lettori stessi a farsi un’idea. Questo perchè crediamo nella democrazia e nel diritto d’opinione di ciascuno e anche perchè il nostro editore partecipa ad una campagna di discredito nei confronti del blog “Aironi di Carta”.
Clicca
qui per scaricare l’intervista.
Nel caso il link non funzionasse segue sintesi del testo.

Nell’intervista la nota giornalista incalza il filosofo di Treviri a proposito delle più volte millantate potenzialità rivoluzionarie del blog “Aironi di Carta”. Dalle risposte di Marx sembra che il bolscevismo, la rivoluzione cubana e l’invasione del Tibet siano tutte scaturite da poesie e racconti intimistici pubblicati sul sito. La Fallaci nota una vena di sarcasmo nelle affermazioni del padre del socialismo e gli chiede di spiegare meglio che cosa cela dietro le sue parole. Le viene risposto che voler leggere fra le righe è un’abitudine femminile disastrosa se applicata ad una conversazione con un uomo, in quanto quest’ultimo fra le righe non mette proprio niente e quindi si finisce col leggerci ciò che si vuole, generalmente negativo. A questo punto l’intervista si interrompe, siamo in possesso tuttavia di un video (presto on-line) ripreso dalla telecamera di sicurezza dell’ufficio del filosofo in cui si vede la discussione degenerare in un crescendo di insulti che vanno da “maschilista” a “gallina”. L’alterco viene bloccato da Engels, che accorre allarmato dal rumore di vetri infranti e legni spezzati.
Il documento, vero o falso che sia poco importa, dimostra molte cose: che Marx conosceva il blog in questione ma che non lo riteneva uno strumento utile alla Rivoluzione, che Oriana Fallaci leggeva fra le righe, che l’ufficio di Marx aveva una telecamera di sicurezza. Tutte queste cose gettano più di un’ombra sulla reputazione dell’amato blog “Aironi di carta”. La redazione è conscia che domani potrebbe saltar fuori che tutto ciò è falso, ma in tal caso noi non pubblicheremo questa notizia né alcun tipo di contradditorio.
La voce del padrone.
Periodico liberale liberista libertino.
Niccolò

Jogging

Jogging.
E’ febbre.
Lui esce di casa, corre in ciclabile abbastanza veloce per 60 minuti, si ferma a metà per un po’ di stretching sotto il ponte. Calzoni firmati tecnici, maglietta tecnica, scarpette ultraleggere. E’ serio, il viso è abbastanza contratto. Calzini bianchi. Un orecchino, anello, all’orecchio destro, d’oro.

Lei esce di casa, corre lungo il fiume per 45 minuti. Corre tenendo le ginocchia incollate assieme, come se le avesse legate un attimo prima di uscire l’una all’altra all’altezza del ginocchio. Le cosce grandi, rotonde e sproporzionate,  rimangono per tutto il tempo adese l’una all’altra. Per correre muove solo la parte finale della gamba disegnando con i piedi semicerchi orizzontali per terra. E’ molto goffa e respira affannosamente. Il viso è contratto. Si muove come se fosse molto pesante. Non scambia mai occhiate con nessuno, se la guardi negli occhi lei abbassa lo sguardo per terra.

Questo qui invece fa 50 minuti. Calzoni cortissimi, gambe molto muscolose, da culturista e abbronzate e  senza un pelo. Da lontano sembra che corra con le mutande. Fa una corsetta leggera continuando a guardarsi intorno. Se non si guarda intorno guarda in basso, verso i suoi piedi, verso le sue gambe. Avrà 50 anni, bel fisico, ben tenuto. Quando incontra le altre persone che corrono li fissa negli occhi, poi, quando sono passate oltre, ritorna con il suo sguardo in basso, sulle sue gambe depilate.

Loro corrono sempre insieme. Se una manca l’altra non esce. Camminano sempre un po’, poi fanno una corsetta leggera, poi camminano nuovamente. Non hanno un tempo preciso, tuttavia non gironzolano mai per più di un ora. Hanno visi puliti, abbronzati, lisci, cremosi, patinati quasi. Sono truccate evidentemente anche sugli occhi. Le sopracciglia di entrambe sono una linea perfetta. Non vediamo mai chiazze di sudore su di loro, come invece notiamo sulle altre persone. Lasciano dietro una scia di profumo, come quello da mettere sotto le ascelle, talmente forte da dare fastidio. Ridono rumorosamente di frequente.

Lui è sulla sessantina, capelli bianchi. Passo molto lento, pantaloni lunghi della tuta anche se l’aria è 28 gradi. Non sembra sudare molto. Ha sempre gli occhiali da sole, la barba è incolta. Corre per 30 minuti poi sparisce. Nessuno sembra notarlo, rimane in disparte sul marciapiede, poi talvolta, se c’è molta gente che corre sul marciapiede, scende e corre, sempre col suo passo molto lento, sulla carreggiata, dove passano le automobili.

Lei è sulla cinquantina, calzoni attillati, maglia attillata. Passo lento ma costante, anche lei non muove le anche. Meno di quell’altra però. Ci chiediamo se il ginocchio delle donne pesi molto. Respira affannosamente, il viso è sereno. Quando ci passa vicino ci guarda negli occhi, alza un po’ il mento, accelera leggermente il passo e poi ritorna con lo sguardo in avanti, sulla strada.

Lui è molto giovane, veste largo. Corre con un buon passo per un tempo indefinito ogni volta perchè sparisce e non si capisce dove vada. L’altro giorno l’abbiamo visto finire a correre nel parco, l’altro ancora sulla strada, l’altro ancora vicino ai campi da calcio. Ha i capelli lunghi e ricci e il viso pallido. Non sorride mai. Spesso lascia dietro di sé un cattivissimo odore di sudore. Non si guarda mai in giro. Non scambia mai un’occhiata con nessuno. Non risponde se lo saluti.  Non ti guarda nemmeno. Non sembra che gli altri esistano per lui, sebbene rallenti o si fermi quando non riesce a passare e il marciapiede è pieno di gente.

Lei veste un paio di pantaloni firmati tecnici, maglietta tecnica, polsini, ipod fermato al bicipite, fascetta per il sudore, orecchini, occhiali da sole, coda legata biondo tinto che le saltella sulla schiena. Le scarpe hanno dei brillantini appiccicati e sembra molto seria. Anche lei non parla, non scambia occhiate con nessuno, fa finta che tutti non esistano. La musica che ascolta negli auricolari è molto alta, la sentiamo ogni volta che completa il giro e ci passa di fronte sebbene non riusciamo a riconoscere alcun cantante conosciuto.
Quando abbiamo finito di fare stretching cominciamo a correre anche noi.

Giacomo A. Kristof