LA GRANDE BELLEZZA

LA GRANDE BELLEZZA

Si guardò allo specchio un’ultima volta prima di uscire quella sera. Il suo sorriso era smagliante, un rossetto tenue le metteva in risalto le labbra mentre i capelli ricci castano chiaro le lambivano il collo. Il suo sguardo era profondo come il mare, e mentre si guardava compiaciuta negli occhi, con la sensazione chiara e netta di conoscere finalmente se stessa, di aver fatto pace con i suoi pensieri, persino quelli più brutti e negativi, le tornarono in mente dei ricordi di qualche anno prima, ma che le sembravano così lontani da non sembrare nemmeno di quella stessa vita. Era cambiata, e molto anche.

Uscì di casa con un passo deciso ma estremamente femminile, un’andatura elegante che lasciava dietro di se un profumo del tutto particolare, una fragranza che non era solo quella del profumo con cui si era bagnata collo e polsi poco prima, ma che era evidenziata dalla sua sicurezza e stabilità interiore, uno stato di benessere che aveva raggiunto dopo anni di duro lavoro su se stessa. Aveva dovuto accettare tutte le sue paure, sentirsi piccola e indifesa, e ricominciare da lì, ma soprattutto aveva dovuto tornare ad amarsi, per quello che era, per come era, nonostante tutto.

Era sicuramente in sovrappeso, ma riscuoteva un certo fascino sul mondo maschile al di là dei chili di troppo. Il modo con cui si muoveva era estremamente femminile, le sembrava di essere una pantera che avrebbe potuto mangiarsi chiunque. Le piaceva il suo corpo, e si sentiva bella, come non si era sentita mai prima di allora. Molti erano gli uomini che l’avevano corteggiata negli ultimi due anni e che l’avevano invitata a cena, ma lei aveva dato solo a Robert Harrison questo onore, arrossendo sull’ascensore mentre rispondeva di sì, tutta emozionata, alla sua proposta. Le piaceva da morire. Amava come la guardava, il suo modo di fare, a volte un po’ goffo ma che lasciava trasparire una dolcezza e una spontaneità talmente rare da sembrare quasi un retaggio di altri tempi, di meravigliose epoche passate dove l’uomo non doveva rincorrere l’idea di bellezza odierna, composta da muscoli e arroganza, pelle abbronzata e tatuaggi. Tutto era successo di colpo, quando meno se l’aspettava. Sull’ascensore, mentre saliva al terzo piano dove si trovava il suo ufficio, lui, che lavorava al piano di sopra, l’aveva fermata e le aveva chiesto se il solito caffè non poteva trasformarsi in una cena, senza impegno. Poteva scegliere lei il giorno che preferiva, sarebbe andato a prenderla sotto casa all’ora prestabilita. E così la sera dell’appuntamento era arrivata e lei stava finalmente andando da lui, che l’aspettava con dieci minuti d’anticipo proprio fuori dalla porta di casa con un mazzo di fiori in mano. Aveva sbirciato dalla finestra per controllare se era veramente Robert perché ancora non ci credeva, non capiva come era possibile che la sua vita fosse cambiata così tanto in così poco tempo.

Mentre faceva colazione la mattina dopo, ancora sorrideva al ricordo della piacevole serata, terminata con un romantico bacio sotto casa, un bacio rubato come se fossero ancora studenti delle superiori, con lei che doveva rincasare prima di mezzanotte, altrimenti avrebbe dovuto subire le ire di suo padre. Si erano salutati timidamente mentre lui tornava alla sua macchina, tutto contento. Certo era solo l’inizio, erano usciti solo una volta, ma il futuro radioso che le si dischiudeva innanzi era un regalo che non si aspettava. Le sembrava di vivere un sogno che finalmente era diventato realtà. E mentre era persa a fantasticare su cosa avrebbe detto quando si fossero rivisti, riapparvero nuovamente quei vecchi ricordi, e tra tutti il giorno in cui la sua vita cambiò per il meglio.

Stava facendo colazione una mattina prima di andare al lavoro, con il suo solito umore nero. Non le piaceva affatto il suo lavoro, non le piacevano i colleghi, non le piaceva il suo capo. Odiava i suoi vestiti e la sua immagine allo specchio. I suoi vecchi compagni di scuola l’avevano presa in giro talmente tanto dicendo che era brutta e grassa che aveva perso la voglia di curarsi e tenersi. Si sentiva come imprigionata nel suo corpo, una prigione inverosimile di carne e ossa che non riconosceva e da cui non poteva sfuggire. Poi, mentre affogava la sua depressione in una colazione ipercalorica maledicendo la giornata che le aspettava, una voce alla radio calamitò la sua attenzione. Era un programma di interviste in cui le persone potevano chiamare lo studio e raccontare le loro esperienze di vita, solitamente terribili. Le tirava un po’ su il morale sentire che c’erano altre persone come lei, e che non era l’unica a vivere una vita così triste, anche se, nel suo subconscio, era sicura di essere la più sfortunata di tutte. La radio gracchiò prima di lasciar comparire, come se provenisse da un altro mondo, la voce dell’ennesima intervistata. Ciò che attirò subito la sua attenzione era il tono di voce, che al contrario di tutte le altre trasmesse quella mattina questa esprimeva calma, calore e sicurezza. “La mia vita è cambiata da quando ho capito che l’idea di bellezza che questo sistema ci ha insegnato non corrisponde alla realtà. Questa società ci ha fatto il lavaggio del cervello. Fin da bambini siamo stati sottoposti a numerosi messaggi pubblicitari che ritraggono donne perfette, con gambe lunghe, magre e seno abbondante, e con un sorriso stampato sul viso come volesse dire – solo se diventate belle come me sarete felici – e tutte noi per anni e anni ci siamo torturate per potervi assomigliare, per poter assomigliare alle modelle delle riviste. Ciò che ti ammala l’anima non è una frase di una sera, ma è un continuo martellamento, giorno dopo giorno, di un messaggio che anche se falso ti entra dentro come un virus e si impossessa del tuo cervello. La vera domanda che dobbiamo farci allora è – quello che pensiamo viene veramente da noi? o la maggior parte dei nostri pensieri sono il frutto dei mille condizionamenti ricevuti da quando siamo nati? – La bellezza, la vera bellezza, ne sono convinta, viene da dentro di noi, non da fuori. Quando una persona è felice, sta bene con se stessa, è contenta del proprio corpo, qualunque esso sia, non può che esercitare un effetto magnetico verso le altre persone. La gente è attratta dalla bellezza interiore, dall’energia positiva e magnetica generata dalla felicità, dai sorrisi, dalla semplicità di mostrarsi per come si è realmente, senza maschere. La realtà è che siamo tutti insicuri di noi stessi, e che per ottenere un po’ di autostima e riconoscimento desideriamo ardentemente piacere agli altri, è una nostra necessità. E per fare questo indossiamo delle maschere, recitiamo i personaggi che non siamo. Vogliamo piacere, essere desiderati, in modo da sentirci accettati e amati. Facciamo così perché sostanzialmente siamo noi i primi che non ci amiamo, che non ci accettiamo e che non ci desideriamo. Di conseguenza si crea un vuoto dentro che vogliamo colmare assolutamente. L’avere tante amicizie, l’essere cercati, il ricevere messaggi sul cellulare, l’essere invitati alle feste… diventa un modo in cui misuriamo nevroticamente il nostro successo. E per chi non è dotato di un corpo bello e sano da madre natura rimane solo l’oblio? Ci sono donne che si sentono talmente a disagio con loro stesse che smettono anche solo di sperare di poter essere attraenti. Ci sono donne che smettono di uscire di casa, di avere contatti con gli altri, perché temono di ricevere l’ennesimo rifiuto, l’ennesima conferma che sono brutte. Tutti noi, uomini e donne, cerchiamo disperatamente di piacere agli altri. E nel fare questo siamo estremamente goffi. Tutti, ognuno a modo suo. Ci sono donne fragili come un cristallo, che pur avendo un bel corpo passano ore davanti allo specchio per capire se lo sono abbastanza, e talvolta ricorrono alla chirurgia plastica, per rifarsi il seno, il naso o le labbra. Altre alle quali basta un rifiuto per cadere in profondi stati depressivi dal quali riemergere solo con l’ausilio di psicofarmaci. Tutto ciò è estremamente triste, perché non abbiamo capito che la vera bellezza è da conquistare dentro noi stessi. La vera bellezza nasce da dentro, quando finalmente abbiamo fatto pace con noi, ci accettiamo per quello che siamo, e smettiamo di ostentare la sicurezza che in fondo non abbiamo e che probabilmente non avremo mai. La bellezza del fiore sta nella sua fragilità e nel suo modo di mostrarsi per quello che è, noncurante delle tempeste e della grandine, delle stagioni, del freddo e delle arsure estive. Il fiore si dona al mondo, fragile e bello, senza la paura del futuro e del suo destino, senza paura di farsi male. Così noi donne dovremmo essere! Davvero dovremmo accettarci di più, sorridere nell’anima e vivere la vita con quello che abbiamo. Il nostro corpo è il tempio della nostra anima. Se curiamo l’anima e ne abbiamo assoluto rispetto, ci verrà spontaneo curare anche il corpo. Per questo credo fermamente nella frase che dice che il corpo tende ad essere specchio dei nostri pensieri, preoccupazioni ed emozioni, tende ad essere specchio del nostro mondo interiore. Chi è sempre imbronciato e negativo non solo emanerà un’aura pesante attorno a lui ma tenderà anche a trasformare il suo corpo in qualcosa di simile, semplicemente perché smetterà di averne cura. Come la casa, che quando si smette di sistemare e curare si impolvera e si accumula di oggetti, diventa disordinata e sporca, così anche il corpo quale tempio della nostra anima se non lo curiamo si imbruttisce e si deteriora. Per diventare belli dobbiamo ritornare dentro di noi e urlare al mondo che anche noi abbiamo voglia e abbiamo il diritto di sentirci belli. Ma non belli per finta, non belli ma di cristallo che basta un niente e ci cade il mondo di nuovo addosso, ma belli per davvero, noi vogliamo e abbiamo il diritto di sentirci belli in profondità, fin dentro ogni nostra cellula, stamparlo nel nostro DNA! Possiamo sentirci così nonostante il parere degli altri e tutti i messaggi della pubblicità. Solo allora il nostro stare bene interno innescherà un circolo virtuoso che si autoalimenterà. Cominceremo a curare la nostra anima, che essendo bella avendo il diritto di sentirsi bella, in quanto venendo da Dio non può che essere meravigliosa, si libererà lentamente dai pensieri negativi, dalle ansie e dalle preoccupazioni. Poi cominceremo a curare il nostro corpo che dovrà essere sempre pulito e profumato, lo vestiremo anche con vestiti puliti e profumati e faremo dell’attività fisica per rafforzarlo, così che diventerà più bello e più sano. Le emozioni lentamente cambieranno, e non saranno più negative, ma cominceranno ad essere positive, lentamente un poco alla volta, ma le cose cambieranno, e più le emozioni saranno positive più saremo felici e più saremo felici più ci sentiremo sani e forti, e più ci sentiremo sani e forti più ci sentiremo belli e la nostra anima sarà ancora più felice. Dobbiamo stare attenti ad innescare questo circolo virtuoso e non il suo opposto che conduce all’avvizzimento dello spirito e del corpo. Infatti, se ci lasciamo sopraffare dalle emozioni negative, se ci sentiamo di non valere nulla e crediamo a questi pensieri, e li seguiamo, tenderemo a lasciarci andare, così il corpo non curato si indebolirà, tenderà ad ammalarsi e saremo ancora più depressi. Più saremo depressi più non cureremo il nostro corpo, fino a fargli mancare le cose base, come la pulizia e la dignità di essere vestito bene, con abiti puliti e profumati. Costa fatica essere sempre puliti, profumati e in forma, ma sono tre cose fondamentali che possiamo e dobbiamo fare per il tempio della nostra anima, che è la cosa più preziosa che abbiamo.”

Quelle parole le entrarono dentro come un fulmine a ciel sereno. Qualcosa si squarciò dentro di lei mentre si sentiva così perfettamente descritta da quel discorso che illuminata decise che era ora di fare un cambiamento. Un grande cambiamento. Non andò al lavoro quella mattina, si diede per malata. Andò invece, rischiando la visita del medico del lavoro, a comperarsi degli abiti nuovi. Poi, tornata a casa si cambiò, andò a fare una corsa, si fece una doccia e tornò in cucina. Aprì il frigorifero e gettò via tutto il cibo insalubre a cui era avvezza, via tutti i formaggi e le cose grasse e pesanti che faceva fatica a digerire, e lo riempì di frutta e verdura. Così fece anche nella dispensa che riempì di cereali integrali e legumi gettando le merendine confezionate ipercaloriche e rivestite di cioccolata. Poi si dedicò a pulire la casa. Aveva lavorato tutto il giorno ma in un solo giorno era riuscita a dare una svolta netta nella sua vita. Ora le aspettava solo la sfida più grande, quella della costanza e di non ricadere più nella pigrizia e nelle cattive abitudini di prima. Così decise di iscriversi in palestra ad un corso di ginnastica, in modo da essere più incentivata a fare dell’attività fisica, e ogni giorno dedicava 15 minuti al mattino appena sveglia, sedendosi a gambe incrociate, a ringraziare il mondo di essere viva e di poter godere del miracolo della vita anche quel giorno. Ricordava quindi a se stessa la sua determinazione di cambiare stile di vita. Cascasse il mondo, lei si alzava ogni mattino 15 minuti prima per fare questo esercizio, e mano a mano che lo faceva la sua volontà si rafforzava e le dava la forza e l’energia di perpetuare questo cambiamento.

Fu così che cominciò a riacquistare il piacere di vivere, di stare con gli altri, di andare al lavoro, di parlare con i colleghi. Cominciò a sentirsi bella, ad accettare la sua femminilità e viverla con tutto il suo corpo. Cominciò a sentirsi attraente, a curarsi sempre di più, a truccarsi delicatamente con gusto e mai con eccesso. L’attività fisica cominciava a farla dimagrire, sebbene per ritornare in perfetta forma ci sarebbe voluto ancora del tempo cominciava però a sentirsi decisamente tonica il che le dava un piacevolissimo senso di benessere. Cominciò a sorridere. Sempre di più. E le persone si avvicinavano a lei, cominciavano a cercarla, ad invitarla fuori, ad uscire. E oggi aveva un mazzo di fiori sul tavolo, un messaggio sul telefono del buongiorno da Robert e una gran voglia di vivere un’altra splendida giornata che chissà quali magie le avrebbe portato. Era felice.

Giacomo Cestari

La fiera percezione di Augusto

Roccalumera (Messina), 14 agosto 2016

 

roccalumera2016

Acqua sporca di Ferragosto.
Leggo in spiaggia, circondato da giovani virgulti catanesi fidanzati.
(Probabilmente con quelle che tra qualche anno dovranno sposare).
Belli come il bello siciliano.
Attendati per la notte, non vedono l’ora di tuffarsi a mezzanotte.
Credono in un rito propiziatorio che mascherano da bravata, per non suonare superstiziosi.

 

 

Intermezzo parte III

Inès e Arturo riuscivano, talvolta, a rincorrere le loro passioni individuali anche quando insieme nello stesso spazio. Allora, da dietro una porta, les valses del violino, le ripetizioni infinite fino a soddisfare l’ambizione della musicista, riempivano il tempo. Eppure quando Inès emergeva da quel suo mondo sonoro e un po’ sognante abbandonava la sua stanza, la sua finestra e il suo strumento, trovava spesso Arturo assorto in cucina a non far nulla, ad ascoltare, diceva. Vedi perché non puoi stare sempre qui… e, con dolcezza, le sorrideva.

Delle liti e delle incomprensioni, della sacra rabbia, oggi Arturo non ricordava che qualche porta sbattutta e, forse, lo sguardo triste e vago che per qualche giorno rabbuiava l’espressione di Inès. Degli anni successivi più quieti, della quotidianità fatta anche di noia e fughe, degli amici a cena, delle domeniche a spasso, non aveva che un gusto in bocca: il sapore familiare e intimo della propria scelta, l’odore della pelle di Inès. Ma quella sera di temporale, erano i giorni, le settimane, i mesi iniziali e infiniti della scoperta a riempire come fumo tutta la sua fantasia.

Non c’era spazio per il resto, né per i rimproveri, né per i giorni lenti d’estate, né per il rumore improvviso, per lo schianto prima del treno poi delle parole nella sua testa. Solo la risata di Inès restava.

calvin climb

la mattina è un bel momento per per far filosofia. lasciavo per dimenticanza la finestra non chiusa, che è diverso dal dire aperta, per le condizioni particolari per cui le infrastrutture spaziali si intersecano con il tempo mellifluo del post colazione. così uscivo di casa e mi davo conto del danno a viaggio intrapreso, maledicendo il me stesso dell’istante e condannando il me stesso del futuro a pagare le conseguenze – morali, sempre – delle azioni di cui uno è responsabile, secondo la vigente normativa. le medesime condizioni spazio-temporal-infrastrutturali mi porgevano il primo cilicio in metropolitana, allorquando due zotici lecchesi approdavano in convoglio continuando a ripetersi le indicazioni dell’amico per arrivare chissà dove e pronunciavano rovereto come loreto e aspirigrasso per abbiategrasso. a chi li guardava con curiosità dicevano sa noi siamo di lecco. avvolti da un odore non gradevole di campagna e ferro di treno, filosofeggiavano sulla validità del biglietto che per loro sicuro va bene anche per il ritorno e sulla comodità dell’interscambio sempre che aprano le porte. avanzavano una mezza critica e mezza che sul biglietto quando lo timbri non c’è scritto poi dove dove uno ha preso la metropolitana (questione annosa dell’azienda dei trasporti almeno fino all’introduzione della banda magnetica ormai son anni, il che palesa l’arretratezza della condizione infraspaziostrutturtemporale della loro condizione, n.d.R.)

chissà

Ieri, spinto dalla curiosità di leggere il libro oggetto di questo post, sono entrato in una nota libreria del centro città, primo e principale riferimento per i milanesi per la rivendita – e conseguentemente la ricerca – di libri usati. Ho trovato il libro di seconda mano al primo colpo: discrete condizioni, non impeccabili ma più che dignitose, e in tempi di vacche magre vale comunque il prezzo dimezzato. Discorso economico a parte, penso esista in realtà una certa magia nell’avere fra le mani un libro “usato”, pur con tutte le assurde sfumature che il termine “usato” porta con sè, assimilando al concetto di “consumo” occhi che scorrono frasi e mani che sfogliano; forse, preferirei che i libri di seconda mano venissero definiti “letti” o “vissuti”, piuttosto che “usati”, il che renderebbe forse maggiore giustizia alla loro essenza.

Insomma, fatto sta che ogni volta che mi imbatto in un libro di seconda mano, “vissuto”, e sono in procinto di entrarne in possesso, un breve interrogativo su chi ne sia stato possessore mi si affaccia sempre alla mente, e questa occasione non è stata da meno. Anzi, questa volta la domanda proprio non sarebbe potuta rimanere silente: sulla prima pagina ci sono una dedica, “A Antonia / a tante serate / come questa / Cla“, ed una data dell’autunno di due anni fa.

dedica.libro

Chissà come sarà stata, quella serata. Chissà se quella dedica racconta storie di amici che non si vedevano da tempo; o di sconosciuti incontratisi per caso in un caffè letterario, e quelle parole raccontano di un saluto un po’ bohémien, un po’ retrò, a fine serata; chissà se racconta di fidanzati, o di amanti, o di amiche; chissà in quale città si scambiarono quel libro, chissà se in un angolo di un centro sociale durante un concerto ska, o in un salotto letterario dopo aver ascoltato musica jazz, o seduti sul divano di casa di amici; chissà se quella serata autunnale fu piovosa o stellata, chissà. Chissà se Cla e Antonia si saranno rivisti. Chissà, chissà cosa penserebbe Cla, a sapere che dalle mani di Antonia il suo libro è scivolato tra gli scaffali dei libri di seconda mano di una nota catena di librerie milanesi.

tutto quel girato

E’ stato pubblicato da Barabba edizioni sul proprio blog – che non a caso si chiama lennesimoblogdellafantascienza – il post “Tutto quel girato”, estratto da “L’ennesimo libro della fantascienza”. “Tutto quel girato” è un’idea di scrittura collettiva. Quello che segue ne è il risultato.

L'ennesimo blog della fantascienza

di vari bellissimi Autori coordinati da Simone Magnani “purtroppo”

Prologo

Nel quartiere se ne parlava già da un po’. Ma si sa come vanno queste cose: a ogni festa estiva dove si può anche mangiare e si può anche ballare, alla fine si finisce che si può anche bere. E si beve.
I racconti del giorno dopo, vengono sempre accolti con qualcosa di ancora diverso dallo scetticismo. È più disinteresse. Disinteresse misto a una certa dose di fastidio. Come verso i racconti delle vacanze di un vicino di casa.
Ma tra i molti abitanti del quartiere Torreverde , ormai era l’argomento del giorno. E nessuna pigra indifferenza estiva, riusciva a smorzare la forza contagiosa di quelle voci.
Sembrava infatti, che dopo l’una di notte, una strana luce girasse sopra quel piazzale. Volteggiando ripetutamente centinaia di metri oltre le file di lampadine appese sulle piste. Descrivendo rotte che no, non potevano…

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Scontro di culture: Africa – Europa. Due modi opposti di salutare.

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Che si sa, quando c’è da salutare qualcuno, che gli dai la mano, c’è un sistema per farlo, un modo giusto, che si è imparato nel tempo, che bisogna fare così per diversi motivi, e quindi té gliela stringi la sua mano per dire che sì, tu hai spina dorsale, che sei un tipo deciso e che ci sei, presente, con tutta la tua energia davanti a lui, e perché la mano floscia mezza moscia è un insulto,  che sembra che gli dici che hai schifo di dargliela la tua mano, e quindi non si fa, la mano moscia noi tutti la evitiamo in principio. Poi gli occhi, importantissimi gli occhi! Lo guardi nelle palle dei suoi, per fargli capire che mentre lo senti fisicamente nella mano lo guardi anche negli occhi, che c’è un contatto di anime, che gli vedi dentro e ti fai vedere dentro, senza paura perché non hai nulla da nascondere, e gli dici in questo modo nuovamente che sei presente, davanti a lui, che non sei uno che sta con la testa tra le nuvole e non sa da che parte è girato o che saluta mentre pensa a qualcos’altro.

Beh, in Africa mi è successa una cosa strana. Tutte le persone a cui stringevo la mano non mi guardavano negli occhi e mi facevano la mano moscia. All’inizio mi sembrava un caso, poi vedendo che non era così ho chiesto a uno di loro e così mi ha risposto, che loro non la stringono la mano perché chi la stringe è uno aggressivo, e che è male essere aggressivi, perché vuol dire che si prevaricano le persone e questo non va bene. Bisogna essere dolci con le persone, dolci e andargli incontro, umili. Per questo non guardano nemmeno gli occhi, che è una cosa sbagliata, che è un gesto di sfida, di chi aggredisce e vuole imporsi. Che loro non guardano negli occhi, e che in questo modo onorano chi gli sta di fronte, come per dirgli nella massima umiltà che sono lì per noi, per servire, che sei te il “padrone”, e che loro si offrono a te, basta che li chiami e vengono a darti una mano. E’ il loro modo per darti il benvenuto, per farti sentire bene e a casa, e per farsi sentire vicini, per metterti a tuo agio e dirti che di loro ti puoi fidare, che non ti faranno mai del male.

Beh, oggi davanti al supermercato ho salutato il ragazzo senegalese che sta alla porta, con le sue cinture e i suoi ombrelli. Gli ho dato la mano e lui mi ha fatto la mano moscia e non mi ha guardato negli occhi. Beh, mi sono sentito onorato, e gli ho sorriso con tutto il mio cuore.

Giacomo

Gneo


Gneo, pur essendo un gatto, era propenso al Cinismo,. Era l’unica cosa che invidiava ai cani: che quella splendida concezione filosofica greca avesse preso nome da loro – ma si vedeva che Diogene non aveva conosciuto quell’idiota di Ralf e inoltre non doveva aver mai pensato seriamente ai gatti. Per il resto il suo sovrano disprezzo verso quegli stupidi esseri inferiori guaiolanti e scassaminkia rasentava la certezza assoluta.

Se c’è un neo nel creato, quel neo – secondo lui – era rappresentato dalla razza canina.
Esseri la cui proverbiale imbecillità era superata soltanto dalla presunzione di avere un compito nella società. Avessero potuto, non avrebbero voluto che neppure il volo di una mosca oltrepassasse il recinto che era loro affidato.
Spesso trascorreva interi pomeriggi pigramente accovacciato al davanzale della finestra o sul balconcino del piano di sopra, a guardare Ralf, il terrier del vicino di casa di Adele, che si disperava come un ossesso a ogni minimo rumore proveniente dalla strada e minacciava, dall’alto dei suoi trenta centimetri di pelo, eventuali intrusi avvertendoli di allontanarsi immediatamente dalla SUA proprietà, pena l’azzannamento a morte.
“Ma dimmi tu, pensava Gneo in quegli istanti, se un essere animale deve ridursi a scene di simile patetica idiozia. Manco l’avesse fatto lui il mutuo della casa, manco avesse dissotterrato tutte le ossa nascoste in giardino per fornirle quali garanzie bancarie. Dio, dammi la forza di sopportare questo spettacolo”.
Prostrato da tale angoscioso stato d’animo, finalmente spiccava un balzo sulla pianta di lillà i cui rami si estendevano a pochi metri dal balcone e, con due agili salti, era sulla cima del muretto di cinta a scrutare Ralf dall’empireo irraggiungibile di quel metro e mezzo di blocchetti.
Ralf a quella vista dava di matto. Sembrava un camionista bulgaro a cui avessero appena minacciato il sequestro del tir carico di droga. Sembrava uno di quei politici, quando grida al complotto ordito nei suoi confronti da una stampa prezzolata, e sbraita che certamente venderà cara la pelle.
Gneo lo guardava impassibile, così come si guardano le onde del mare frangersi contro una barriera di cemento armato precompresso. “A questo essere manca, a mio avviso, la coscienza delle proporzioni. Oltre, ovviamente, che il senso della realtà. Ma cosa vogliamo pretendere, del resto, da una forma di vita tanto inferiore?” E, con in mente tale quesito di natura biologico-esistenziale, noncurante sfilava lentamente lungo tutto il muretto, in sfregio alle vane minacce di Ralf là sotto.
“Una pulce mi darebbe più preoccupazioni di costui. Nnamo a farci due passi altrove. Magari oggi capace che combino qualcosa con quella smorfiosetta di Gigia… Gigia… Certo che gli umani sono dei portenti a scegliere i nomi, eh?”

 

Un calcare prezioso e piscio d’oro

Abumar è incastonato sulla panchina, come un calcare, prezioso per i cercatori d’oro che in piazza cercano eroina. Oppure è una ruggine che nemmeno la polizia ripulisce, per l’età e per l’infamia e quindi resta incrostato lì tra la panchina e la palazzina liberty, estate e inverno. Infame è chi fa un giro in pantera e mentre gira canta, canta i nomi degli altri, degli spacciatori clandestini e innocenti che finiranno in carcere e sui giornali.

Intorno a lui rampolli tunisini, ragazzi adusi allo spaccio che si scambiano palline nascoste in bocca o nel culo dei cani. Normali cani da passeggio con l’eroina nel culo. Quando arriva la pantera, evaporano di rugiada sorpresa nel mezzogiorno. Veloci come chi ha del fumo in tasca o una busta malcelata tra le pieghe del corpo, con la plastica bagnata dal sudore, con la pastica che strozza i pori.

Abumar è clandestino ed è da quindici anni il mio vicino di strada – di casa sarebbe un dire inopportuno – attende il suo documento che arriverà da Baghdad. Sputa e dice “fenculo Baghdad” e da come lo dice si vede che la conosce, si vede che è la sua casa.

Quando la gente passa di lì, di lui sente l’acre odore minerale del piscio. La gente pensa che schifo e quando dice che schifo non sa che quello è piscio iracheno, cristallino oro liquido di un uomo che ha perso tutto. Che schifo. Non sa, la gente, dei suoi figli in Canada, e di sua moglie che lo aspetta. E che lo aspetterà.

Giulio