La notte buia del mondo – Prologo inquietante

Finalmente, dopo un ultimo saluto, la porta dell’appartamento si era chiusa. E dietro di essa erano finalmente scomparsi i genitori di Sofia. Finalmente se li era levati dalle palle. Almeno per una sera.

Quando ci si mettevano, i suoi, erano più pallosi di un disco di quei decrepiti zombies anni 60 delle trasmissioni TV tipo “La colonna sonora della nostra fanciullezza garibaldina”, pallose come i discorsi di quel bavoso di Mirco quando cercava di spiegarle l’importanza esiziale di vincere il derby nei confronti dell’economia dell’Universo. Perderlo avrebbe significato, forse, che la bilancia del bene e del male universale si sarebbe “sbilanciata” preoccupantemente verso il lato oscuro dell’essere.

E bastaaaaaaaaaaaa! … Gente strana i vecchi!

Si affacciò alla finestra che dava sul retro per accertarsi che i suoi stessero effettivamente levando le tende. Li vide dirigersi, piccole formichine, verso il vecchio SUV nero dai vetri oscurati, sbiadito simbolo di passate conquiste sociali. Dopo un istante vide un fascio di luce provenire dai fari, emergere dalla notte e illuminare un lato del muro in cui campeggiava una scritta artistica “Adelina, quando saremo grandi ci sposeremo. Ricordati di mandarmi le partecipazioni”. E sotto. “Nonno, passami la birra!

Il SUV si mosse adagio come uno scarafaggio fra le file delle altre macchinine sue simili cercando una via di uscita in quel labirinto di rottami. Una volta di fronte al cancello una luce lampeggiante gialla si mise in funzione e delle mani invisibili aprirono le ante in acciaio mostrando una piccola porzione della strada posteriore. Mentre Sofia tratteneva il fiato vide la vettura scura sparire confondendosi nel traffico della sera.

Una gioia incontenibile si riversò allora nell’anima di Sofia: anche se per una sola sera era padrona della sua vita!

Si sentiva come una lattina di Coca Cola alla quale, dopo essere stata appesa ad un martello pneumatico per tutta la sera, qualcuno avesse incautamente strappato la linguetta di latta. Dentro di se sentiva emergere prepotentemente una colonna sonora Heavy Metal a pompa mentre immagini d’incontenibile bellezza sparaflashavano nella sua mente:  Si vide mentre disintegrava il banco di scuola con i poteri del super-rutto e il banco andava in frantumi al rallentatore tipo una scena di Matrix; vide quella truzzona di Emy rotolarsi nel fango spinta dal potere deflagrante di una sua terribile battuta su quegli idioti “tatuaggi di merda”; si vide mentre passeggiava nel viale principale sputando contro i SUV parcheggiati ai lati della strada e con una forchetta in mano ne abbelliva le fiancate con arabeschi fantastici alla vista dei quali i proprietari sarebbero stati sicuramente annichiliti dalla bellezza degli stessi; si ammirò infine in piedi sulla cattedra mentre quella incartapecorita della prof era china ai suoi piedi implorante un cenno della sua misericordiosa pietà.

Si sentiva quasi crescere fisicamente di alcuni centimetri e, voltatasi, diede uno sguardo alla stanza come un signorotto si sarebbe affacciato da una feritoria del maniero di famiglia rimirando il suo feudo.

Il potere di cui era aureolata le dava quasi le vertigini. Nessuno, neanche Dio in persona o chi ne fa le veci, avrebbe potuto dirle, anche se per una sola sera, cosa avrebbe potuto fare e cosa no.

Il fantastico mondo delle possibilità si apriva di fronte a lei come un baratro insondabile e attraente.

Ed al tripudio di tale raggiunto libero arbitrio, insieme a lei, esultava anche il suo stomaco in fermento. Pregustava le “schifezze” che tra poco lo avrebbero ricolmato rendendolo simile ad un pallone aerostatico che si sarebbe librato alto nel cielo della terra promessa, spinto dalla forza propulsiva delle vivande proibite dalla Legge familiare. Salse inenarrabili e inebrianti ruscelli di cocacole, un profluvio babelico di fritti e una apocalisse di caloriche macdonalderie nei confronti delle quali sarebbero impallidite anche le fiabe delle Mille e una notte.

Il solo immaginare quel pasto omerico era sufficiente a giustificare tutta la storia trascorsa dell’umanità, tutte le guerre e le rivoluzioni umane, l’evoluzione della specie avrebbe trovato finalmente un apice nella propria curva ascendente. Un punto che giustificasse l’esistenza e tutti i suoi infiniti piani esistenziali a partire dall’ameba nuotante nel brodo primordiale fino ai successi dei Jalisse. Il Tutto cosmico era finalmente giustificato per il solo fatto di essere giunto a quel preciso momento in cui una ragazzina di 12 anni era finalmente giunta all’autocoscienza hegeliana delle proprie scelte (e ciò alla faccia di qualunque determinista del cazzo!) Non che Sofia sarebbe stata in grado di esprimerlo in questi precisi termini, però la sostanza era su per giù questa.

Il piano di battaglia era dunque pronto. Non restava che metterlo in atto.

I tabù in quella casa non mancavano certamente. Erano disseminati da per tutto. Per esempio la collezione di macchinine del padre, gelosamente custodita in una teca finto art noveau all’angolo del salotto.

Guai se mani empie avessero osato profanare il santuario della “sacra collezione”. L’ira del Signore si sarebbe riversata su di lui fino alla quarta generazione e la pena minima sarebbe stata la sua immediata espulsione dall’eden familiare, un muso allungato per giorni seguito (e sarebbe stata la pena peggiore di tutte) da una partenale scassaminkia di almeno mezzoretta in cui si sarebbero citati certamente i “sentimenti feriti”, la “praivasi” e “l’ingratitudine delle nuove generazioni verso quelle vecchie che pure avevano loro sacrificato la vita per crescerli”.

E Sofia si vedeva allora intirizzita e coperta di stracci sotto un ponte qualunque (purché ammuffito) a tendere la smunta manina verso gli obesi signoroni impellicciati che passeggiavano indifferenti per strada, offrendo loro scatole di fiammiferi, ricariche per gas da accendini e altri oggetti che la “Nostra ditta si pregia di confezionare nel più tradizionale ma anche signorile dei modi da ben 4 generazioni”.

Ferma di fronte alla teca delle sante reliquie automobilistiche, col capo reclino a giudicare della disposizione dei pezzi, Sofia decise che essa era priva di vita. Non era una collezione che riflettesse i mali del mondo. Vi era troppo ordine e troppa falsità. A correggere questo imperdonabile difetto corse al frigo prelevandone un tubetto di ketchup e qualche cappero sott’aceto da un barattolino, poi prese del sale, qualche foglia di sedano che dava segni di soffocamento vitale (che le sarebbe servita a simbolo della natura asfissiata dalle macchine) e trasformò quel piatto e grigio plotone di macchinette in una scena apocalittica simile ad un ingorgo nella salerno reggio calabria.

La scena  era di un realismo raccapricciante ma proprio per questo viva e attraente.

Muta figura, si ergeva entro il caos del groviglio di lamiere contorte, immobile angelo del Signore (sotto le spoglie di una pregevole rappresentazione a tutto tondo in plastica del XX secolo) l’inquietante Gandalf Il Bianco.

Alzava il bastone nodoso quale bazooka mistico contro le creature del male responsabili di quel caos, anche se più plausibile causa  si sarebbe detto il rovesciamento di un furgoncino Fiat “Lupetto” verde militare con la fuoriuscita del suo prezioso carico di emmemens riversatesi nella carreggiata fra il panico dei conducenti che erano fuggiti urlando nel circostante bosco di sedani malati lasciando aperte le portiere delle proprie vetture.

Nella scena del “massacro” il sale simulava perfettamente i parabrezza andati in frantumi e i capperi facevano la loro porca figura a riprodurre le teste mozzate del conducente del Leoncino e di alcuni componenti di una allegra famigliola la cui Panda 4×4 era ormai sepolta nel cumulo del tamponamento a catena.

Ad abbellire il tutto larghe chiazze di sangue sancivano la fine tremenda di uno o due corpi che apparivano completamente sommersi dall’orrendo liquido. In realtà trattavasi di semplici effetti speciali ottenuti con il ricoprimento di ketchup sopra qualche vittima impersonata da sorpresine kinder di scala adeguata.

Una ambulanza, con gli sportelli posteriori angosciosamente spalancati, attendeva il suo macabro carico. Recingevano la zona dell’incidente alcuni puffi, visibilmente scossi e un cordone umano di soldatini romani porta aquile a protezione di eventuali curiosi.

Sofia non credeva ai propri occhi. Non solo aveva avuto il coraggio di creare quel capolavoro, ma – cosa più agghiacciante – ne era anche decisamente soddisfatta.

Un barlume di coscienza si fece largo fra il suo entusiasmo creativo sotto forma di una stupida ma lancinante domanda:

“Cosa dirà adesso LUI?”

Ma per fortuna, in questo universo previdente, esistono anche gli angeli protettori delle bambine e in quel momento uno di essi doveva essersi poggiato sulla spalla di Sofia a suggerirle una semplice scappatoia sotto forma di una frase che sulle prime la sconcertò per la sua implacabile potenza: “Che si fotta. Chi se ne frega di cosa dirà? “

Si dice che le più grosse e sconcertanti teorie e con esse anche le più improvvise conversioni siano nate da cause accidentali spesso da avvenimenti apparentemente banali (alberi di mele, uova di Colombo, cadute da cavallo, etc). Se così è allora la teca delle automobiline rappresentava la caduta sulla personale via per Damasco della piccola Sofia.

La teoria babbocentrica del mondo era crollata come un mondo di carta velina e al suo posto compariva, fiero e giovane l’universo post-tolemaico e quantistico del fancazzismo più conseguente.

“Chi se ne frega cosa dirà? Tanto sta sempre a dire. Dice troppo. Dice SEMPRE. Dice, dice, come se dire risolvesse le cose, Che si fotta… a proposito, visto che ci sono, che si fotta anche la storia delle generazioni ingrate e crolli il mondo su di essa e su tutti i Leoncini della terra. Amen!”.

L’estate dei mughi marci – Salvataggio ed epilogo.

Ero li che guardavo nell’oscurità nella direzione del bosco da dove veniva la mulattiera ed il rumore si faceva via via più intenso e assumeva le caratteristiche di un rombo scoppiettante di un motore. Ed ecco due fari nella notte avvicinarsi alla buia radura. I due sciagurati attorno al fuoco spaventati mollarono li la truce carne di cui si cibavano e come terrorizzati corsero via dietro i larici. Tirai un sospiro di sollievo, ma cosa erano quelle due luci? Erano un side-car con a bordo una nera figura di donna coi capelli lunghi. Nel silenzio della notte quel motore rombante mi si avvicinò e in quella figura riconobbi la figura di Rosina. Si fermò un attimo a motore acceso, mi guardò fisso negli occhi, mi lanciò contro un’altra monetina e grattandosi le chiappe diede gas e sparì nel buio.

Dopo quella notte non rividi più Rosina. Alcuni in paese malignarono che si fosse imbarcata su di una nave per Singapore e che fosse diventata una donna di malaffare, ma io non prestai mai fede a queste voci: per me rimase sempre la donna angelica rombante sul sidecar. Questa visione mi rimase anche quando, diversi anni più tardi, si venne a scoprire che Rosina aveva derubato i bosniaci del denaro raccolto a fatica vendendo il carbone al loro paese e che quindi Bogdanov e Caiman Boris in fondo avevano le loro ragioni per essere alterati. Un’inchiesta del Corpo Forestale dello Stato svelò persino che era stata lei, Rosina, ad attaccare volontariamente la cianoscora ai mughi dell’altipiano, forse come estremo gesto di sfida nei confronti di una Natura che pure era stata tanto generosa nel donarle beltà e grazia. Da ultimo venni a sapere che le mie mucose soffrivano di un raro morbo benigno che distorce le sensazioni olfattive: in particolare tendo a confondere l’aroma del geranio con le esalazioni di benzina e l’odore della carne di cervo arrostita con quello della carne umana arrostita. Per la seconda volta Bogdanov e Caiman Boris si rivelarono ai miei occhi meno bestiali di quanto avevo creduto inizialmente, e questa considerazione mi conduce alla profonda conclusione morale di questo racconto estratto dai miei ricordi: le apparenze ingannano.

Asiago, 28 agosto 2012

(Scritto a quattro mani e mezzo cervello da Niccolò e Stefano)

L’estate dei mughi marci – Macabro banchetto.

Era scesa la notte e l’oscurità aveva preso possesso dell’altipiano, me ne stavo li con le ossa rotte dalle tante percosse subite dai due slavi. Si erano calmati e messi in disparte li su uno dei tanti sassi dell’Ortigara accanto a me e si stavano rollando del tabacco ungherese giunto di contrabbando. In cielo dominava nel cielo nero e fermo dell’estate il triangolo estivo attraversato dalla bianca scia della via Lattea. Il cielo dell’estate è ben diverso da quello scintillante e tremolante dell’inverno, anche le stelle nelle notti d’estate sembrano riposare. Avevo imparato a riconoscerle da mio nonno Bepi durante le lunghe estati all’alpeggio: per lui queste luci lassù erano come le parole e le virgole di un grande racconto universale. Mentre le stelle fuggivano ad occidente me ne stavo li dolorante ad interrogarmi sul senso della vita, sul perchè del dolore, sul fine e significato dell’amore girandomi tra le mani quella monetina bosniaca quando ad un tratto Bogdanov emise un sonoro rutto. Aprii un occhio e guardai in direzione di Ivan e lo vidi mentri ingurgitava con fare bestiale dei grossi pezzi di carne arrostita grondanti grasso.

Annusai il fumo che veniva verso di me e di colpo capii l’orribile verità: era carne umana! Riconobbi l’odore perchè già una volta all’osteria del paese me ne avevano servito spacciandola per medaglioni di cervo ma un’improvvisa incursione dei NAS aveva svelato la truffa prima che me ne cibassi. Avevo intuito che Bogdanov e Caiman Boris erano dei furfanti ma non mi aspettavo certo che fossero dei cannibali: dovevo liberarmi prima che mi mettessero ai ferri. Mi avevano pestato così duro che non sentivo ormai più dolore e questo poteva essere un grande vantaggio da sfruttare saggiamente. D’un tratto udimmo un rumore nella boscaglia e Bogdanov la bocca sollevò dal fiero pasto…

(continua)

Parole che non si dimenticano

Vi presento un racconto di una mia esperienza in Africa. E’ un po’ lungo ma contiene un passo che mi ha segnato la vita e soprattutto mi ha toccato il cuore.

Già dopo il confine sembrava di essere in un altro mondo.
Il Benin, stato confinante con il Togo, si svelava ai nostri occhi sotto un aspetto completamente diverso. La strada che avevamo percorso da Tabligbo ad Aneho, con tanta fatica causa i mille sussulti dovuti alle infinite buche, si era trasformata. Non era più di terra rossa, con le nuvole di polvere che si alzavano dopo il passaggio di ogni macchina, non sembrava più lasciata a se stessa, corrosa dalle intemperie, mangiucchiata dai pneumatici degli attempati camion che macinano quotidianamente chilometri di fatica trasportando i pesanti carichi di cemento prodotti dalla fabbrica di Tabligbo, non era più una strada ferita, dalla quale emergeva la sofferenza di un popolo, ma scorreva, sotto le ruote del nostro piccolo furgoncino, asfaltata e silenziosa come un grande fiume, come un mistico portatore di pace. Di colpo il rumore della carrozzeria che vibrava era cessato, il cervello si trovava finalmente fermo nella sua calotta cranica dopo un periodo in cui gli era sembrato di vivere dentro una stretta maracas, il motore cominciava a liberarsi dalla polvere e dalla frustrazione, dopo lunghissimi tragitti in cui era tenuto a freno, imbrigliato come un cavallo che da troppo tempo non si fa una bella galoppata.

Così Roman, incredulo di poter finalmente superare i 30 chilometri orari senza il rischio di distruggere le sospensioni, ha portato con un gran sorriso la fedele vettura fino a 80-90 km/orari. Il pullmino “Serena” 7 posti era stato donato alla missione dei comboniani da una coppia di Italiani che aveva affrontato un viaggio epopea, partiti dall’Italia avevano attraversato Francia Spagna e preso il traghetto sullo stretto di Gibilterra, poi Marocco Mauritania, Senegal e giù tutta la costa dell’Africa fino in Togo! Due temerari avventurieri! E grande macchina, dopo così tanta strada ancora in vita (segretamente io temevo ci abbandonasse da un momento all’altro)! Alcuni di noi però ci salivano mal volentieri, era stretta e scomoda, roba da claustrofobia. Inoltre si partiva sempre in 8, uno oltre il numero dei posti, facendosi stretti stretti, per stringersi sempre di più durante il tragitto, contro ogni aspettativa, nonostante l’incredulità, nonostante l’evidenza portasse a dire ad alta voce “Cazzo qui non ci sta davvero più nessuno!” saliva sempre qualcuno, e in qualche modo ci si arrangiava, ci si stava, scomodi ma ci si stava. D’altronde la comodità in Africa è qualcosa di relativo al contesto e fai anche in fretta ad abituarti a non averla più come aspettativa, o per lo meno, non come noi europei siamo abituati! Qui, la comodità, prende una piega un tantino più drastica :“Meglio 100 km su un pullmino che non a piedi sotto il sole!” ed in effetti, vista in quest’ottica, assicuro che si possono fare grossi grossi sacrifici. Comunque noi teneri bianchi snob preferivamo di gran lunga i viaggi sul cassone della Toyota, una grossa jeep, di duro acciaio (ok, forse non era acciaio ma ci sembrava comunque bella robusta), insomma, solida che quando prendi una buca la senti, oh se la senti, ma però hai l’aria nei capelli, il cielo sopra la testa, e sempre spazio per qualcuno che vuole salire così non devi boccheggiare due dita di finestrino per prendere aria ne sudarti la maglietta 5 volte in 2 ore.

Passati la frontiera, lungo la carreggiata sulla nostra sinistra (l’immagine è stata presa dal retro), svettava bellissima, come un miraggio, la linea della corrente elettrica! Era simbolo di una conquista, come una croce in cima ad una montagna che dice “Fin qui l’uomo è arrivato” (fate i bravi, passatemi la metafora) anche là quel filo sospeso tra tutti quei pali, impiantati insperabilmente così dritti, ci sussurrava:” Anche qui, è arrivata l’elettricità, il primo contatto con il mondo civilizzato”. I campi sembravano più belli, curati, le case erano per la maggior parte di mattoni, non intonacate, ma di mattoni! E c’erano pure le linee bianche disegnate per terra. Insomma, i nostri occhi avidi avevano dimenticato cosa voleva dire ammirare un po’ d’ordine e si stavano facendo una gran scorpacciata di dettagli. Cose che prima non notavi, che ti sembravano normali, ora splendevano come oro sotto il sole (come tutti quei pali della luce, così lustri, così dritti, così tutti uguali, così bellissimi).
Bene, in tarda mattinata eravamo già a Ouidah, p. Donato voleva far sosta per salutare il parroco di una chiesa importante e per incontrarsi con Ivette, dolce signorina che ci avrebbe accompagnato come guida e come amica nella nostra due giorni, un viaggio esplorativo, una toccata e fuga Togo-Benin-Togo per visitare il tempio del Pitone, la casa degli schiavi, la foresta sacra, il seminario e il mercato dell’artigianato di Cotonou e cogliere l’occasione per salutare qualche buon vecchio amico. Così succede che Ivette aveva chiesto ad un ragazzo, appartenente al clan del Pitone, di farci da guida, perché più competente, lungo il percorso che dalla casa degli schiavi (ex-casa ovviamente) portava all’oceano, rispolverando le memorie di un capitolo buio e triste della storia dell’Africa, quello della tratta degli schiavi.
Visto il tempio e la foresta sacra decidemmo di andare a mangiare un boccone prima di cominciare il pomeriggio. Così il gruppo si sedeva a tavola. Io, l’ingegnere dottorato informatico ex nazionale italiana di pallamano Nic, il futuro avvocato Ale, l’economa neo laureata Anna, la futura specialista degli infanti Sara, la quasi medico Ros, anche detta Rossella Rosaria o Rosalba, ma che si chiama in realtà Rosanna, e noi (io) per ridere la chiamavamo diversamente, padre “Mon Pére” Donato Benedetti missionario comboniano, grande persona grande cuore, conoscitore di 4 lingue e ¾ , Italiano (madre lingua, nato in quel di Segonzano, come diciamo da noi), Francese (Infanzia in Svizzera e tanti anni in Togo) Spagnolo (laurea in Antropologia all’università di Città del Messico), Tedesco (laurea in Teologia a Innsbruck) e ¾ di Evhè, lingua locale, che parla e capisce bene ma non si fida ancora ad usare sempre, specie durante le liturgie, poi c’è Roman, Togolese, autista della missione, felice padre di 5 figli, silenzioso e attento, gran cuore e sempre umile che ti imbarazza quasi o che lo abbracceresti sempre, Ivette, simpatica e sempre sorridente ragazza, e il ragazzo del clan del Pitone, con queste scarificazioni Voudou tipiche sul viso, magro e attento osservatore, composto commensale.

Così il pranzo si dilunga in chiacchiere e in ottimo cibo, che è strano perché capitare bene è veramente difficile, e alla fine ci portano il conto.
Offriamo noi.
39000 Franchi, che per noi son pochi pochi, tipo 4-5 euro a testa ma che per loro sono un’enormità, tipo come la paga di un mese intero! Paghiamo volentieri anche se ci dispiaceva un po’ di far la figura dei ricchi davanti a loro, soprattutto davanti a Roman. La figura dei ricchi che si permettono di spendere 39000 Franchi come ridere, di spendere quello che lui guadagnava in un mese così, a pranzo, con nonchalance. Va beh, poi la giornata è proseguita benissimo, abbiamo visto e ripercorso il cammino degli schiavi fino al mare, dalla ex-casa degli schiavi all’albero del ritorno delle anime, dalla fossa comune alla porta del non ritorno, che maestosa si erge alta e imponente come monumento al ricordo 20 metri prima del frangersi delle onde, sulla sabbia. Così apprendiamo che le antiche guerre tra tribù generavano tanti prigionieri che venivano convertiti in schiavi e venduti ai facinorosi Inglesi, Portoghesi, o Francesi che arrivavano sulle coste e che barattavano oggetti di tutti i tipi e armi in cambio di persone, futuri schiavi. Apprendiamo delle sofferenze che dovevano subire prima dell’arrivo delle navi, di come venivano stipati nelle cantine delle case, per giorni, uscendo solo di tanto in tanto, avendo solo lo spazio di stare rannicchiati e dormire accalcati, l’uno sull’altro, tra le loro feci, con mille malattie e condizioni di vita tragiche, peggio di molte torture. Apprendiamo delle fosse comuni dove venivano gettati i corpi di chi non ce la faceva, di chi si ammalava, di chi per denutrizione moriva, come un oggetto di poco valore. Apprendiamo dell’albero del ritorno delle anime, e degli schiavi che gli facevano il giro 9 volte garantendosi così che l’anima una volta morti, indipendentemente da dove si fossero trovati, sarebbe ritornata in Africa, a casa. Poi, al momento della dipartita, quando le navi arrivavano, passavano tutti attraverso la porta del non ritorno, che come una maledizione ti toglieva tutte le speranze di poter un giorno, libero dal destino di essere schiavo, ritornare alla madrepatria, dai tuoi cari, dalla tua famiglia.

Con queste sensazioni rivissute attraverso i racconti del ragazzo la nostra piccola coscienza si espandeva, un poco alla volta. Lungo l’oceano, a fine “tour”, ci siamo presi qualche momento di relax, se non per rinfrescarsi con l’acqua almeno per lasciar decantare gli orrori che ci erano stati raccontati, lasciare che le onde e il mare si riprendessero quel dolore, che la pace del grande blu potesse riappropriarsi delle nostre anime. Abbiamo salutato così il ragazzo del clan dei Pitoni e abbiamo completato la lunghissima giornata iniziata alle 4.30 di mattina, con un’oretta di macchina per raggiungere Cotonou alle 18.00, dove ci attendeva un traffico claustrofobico con annessa nube tossica simil nebbia-da-mattine-d’inverno-nella-campagna-di-Padova di smog, miliardi di moto davanti, dietro, a destra e a sinistra tipo “il raduno dei moto-raduni” e l’isola di silenzio e pace del seminario recintato da mura alte stile carceri, in mezzo a due milioni di abitanti della lagunare Cotonou, città caotica per persone traffico e zanzare.
La sera dopo cena avevo dei sensi di colpa, ancora per la questione soldi di pranzo.
Ne avevo parlato con gli altri e anche loro si sentivano come me, dispiaciuti per aver fatto un pranzo così ricco con persone concretamente più povere.
-Donato, Mon Père, Mon Père! Ho bisogno di parlarti, di un momento di riflessione assieme. Perché vorrei che mi spiegassi questi sensi di colpa, questo dolore che ho dentro – gli chiesi – che mi fa star male. Aiutami a capirmi, aiutaci a capirci perché ci stiamo chiedendo se è stata una buona idea il pranzo, in quel ristorante, spendendo così tanti soldi davanti a loro, davanti a Roman.-
-Certo che ti aiuto. Perché non vai a chiamare anche Roman? Visto che ti dispiace nei suoi confronti non sarebbe interessante sapere cosa ne pensa lui invece?-
Un tonfo al cuore. Desideravo un confronto di questo tipo, ma voleva dire anche sollevare con il diretto interessato un discorso pungente, doloroso, pericoloso. Gli volevo bene a Roman, e da una parta desideravo lasciarlo fuori dal discorso, per non ricalcare ancora, l’ennesima volta, la differenza di ricchezza che c’era tra noi e loro, tra noi e lui. Con quale diritto io, senza famiglia da mantenere, che avevo e ho tutto, potevo stare davanti a lui, che con famiglia guadagnava così poco? Uno stipendio medio in Africa è di 35-40 Euro. Lui ne prendeva 50. Un po’ di più della media, ma comunque pochi secondo i miei standard. E ci dovevano vivere in 5 con quei soldi! Io che prendo più di 20 volte il suo stipendio vivo da solo, in mille comodità e lussi diversi, se paragonati alla media del Togo. Case di argilla, tetti di paglia, senza corrente, senza acqua, una stuoia come letto per i bambini, un pozzo al centro del villaggio, un sistema sanitario a pagamento e in equilibrio su una gamba sola e azzoppata, un sistema scolastico che è come un cappio al collo per molti studenti, il paludismo che bussa alla porta di casa per vedere se lo fai entrare (la malaria), l’anemia, l’aids, le malattie gastro-enteriche, le amebe e le contaminazioni dell’acqua da parte di microorganismi dannosi e pericolosi…Io vivo nella fortuna. La mia casa, l’ambiente dove sono nato è la fortuna. Sarei potuto nascere io in Togo, e ritrovarmi ora nei panni di Roman! Facile andare in missione, andare a visitare l’Africa quando si può tornare indietro, tornare in Italia! Noi abbiamo le spalle coperte. Riccamente coperte.
Salii i gradini tre a tre, quasi correndo, per chiamare Roman.


Era sotto la doccia.
Mi dice che arriva, tra un attimo scenderà da noi.
Povero Roman, dopo una giornata lunghissima, dopo tutto il giorno che guidava, si ritrova pure a doverci ascoltare, dover sentire queste cazzate, sensi di colpa di quattro bianchi straviziati.
Arriva.
Ci si guarda un attimo negli occhi, due scambi veloci con Donato che gli spiega la situazione …momento discussione… i ragazzi hanno qualcosa da chiederti… avevano un dubbio… così ho pensato…
Non resisto più, incrocio il suo sguardo e gli faccio la mia domanda a bruciapelo, come un revolver che si scarica.
-Come fai a volerci bene, come fai a trattarci così dolcemente, ad amarci, noi che siamo così ricchi, così fortunati, che abbiamo speso davanti a te tutti questi soldi a pranzo, te che guadagni quella cifra in un mese, come fai a non odiarci, a sopportarci… – mi muore il resto della frase in gola.
Donato gli traduce la domanda mentre il mio cuore batte velocissimo.
Lui mi guarda due secondi negli occhi, in silenzio.
Qualcosa mi stava arrivando già da quello sguardo.
Una pace, profonda, silenziosa aveva cominciato a pervadermi il cuore, come se fossi stato proiettato nel cielo, buio, di notte, tra le stelle e il firmamento.
– Vedi – inizia – voi non siete come gli altri. Siete qui con padre Donato, mio amico, e siete venuti in missione, per imparare, per vedere. Per me siete come fratelli, quello che desidero infatti è che possiate tornare in Italia, sani, contenti, con un bel ricordo del Togo e della sua gente – il mio cuore cominciava a sgretolarsi, come un qualcosa di troppo secco che toccato comincia a crepare e si sfa – è per questo – continua Roman – che mi metto sempre in mezzo, che cerco di proteggervi. Che contratto per voi il prezzo di questo e di quello con i venditori ambulanti, alle bancarelle o al ristorante, affinché non vi chiedano un prezzo più alto solo perché siete bianchi. Per questo cerco di prendermi io i colpi, al posto vostro, così che possiate essere contenti. – Le parole erano troppo forti, facevano male, eppure così benedette, come la prima acqua dopo un lungo viaggio nel deserto, mi girai verso gli altri: avevamo tutti gli occhi umidi, Nic aveva due righe bagnate sulle guance, Sara gli occhi arrossati. Commossi profondamente ascoltavamo Roman.
– E per il pranzo – proseguì – abbiamo fatto felice una famiglia! Non vi siete accorti che tutto il locale era gestito da una famiglia! Chissà che fortuna sarà stata per loro, è stata una cosa molto buona. Inoltre noi siamo contenti di fare festa, abbiamo fatto festa, tutti assieme, e quando si fa festa è stare bene assieme che conta. Tutto qui. –
– Dovete sapere – aggiunge Donato – che la gente di qui sarà anche povera, ma non è pezzente. Quando fa festa, spende. E’ contenta di spendere e di fare una bella festa, si indebiterà per farlo, ma è giusto che sia così, perché è importante per loro sentirsi ricchi ogni tanto, per risollevarsi dal clima in cui sono, dall’ambiente. Come un povero è giusto che si senta ricco ogni tanto così è ancora più giusto che un ricco si senta povero. E poi non avete visto come erano contenti durante il pranzo? Pensate che vadano spesso al ristorante loro? E’ stata una cosa bellissima che abbiamo fatto, e che si ricorderanno chissà per quanto! E non vi accorgete di come siamo così focalizzati sui soldi, sempre, che ci perdiamo il senso di molte cose che viviamo? Di oggi io non mi ricordo il senso di colpa del pranzo, non l’ho avuto. Forse non sarò sensibile come voi, ma io non mi sono sentito in colpa. Di oggi mi ricordo i due gemelli che abbiamo visto in quella casa, Ivette e il suo sorriso, la storia degli schiavi, le persone che abbiamo incontrato…-


Roman si inserisce e aggiunge – e non vi siete accorti a pranzo, come era contento Nadim? Come sorrideva? Non vi siete accorti che ci ha seguito tutta la mattina senza chiedere nulla, che è venuto con noi quando abbiamo iniziato ad ascoltarlo solo nel pomeriggio? Non vi siete accorti di quanto ci ha dato? Quanta energia aveva mentre ci raccontava della storia degli schiavi? Avrebbe potuto farlo meno bene, eppure ha dato il massimo, oltre se stesso. E a fine giornata, quando mi sono avvicinato per dargli qualcosa, visto il tempo e quello che aveva fatto, ha insistito che non voleva nulla, che era stato bellissimo poter mangiare con noi e che quello gli bastava! Ho dovuto insistere e mettergli i soldi in tasca, se no non li avrebbe accettati .-
No.
Io non avevo notato tutte queste cose.
Come un cavallo con il paraocchi tutto questo mi era passato vicino, non mi ricordavo nemmeno il suo nome, non mi ricordavo che si chiamava Nadim, né gli avevo chiesto qualcosa durante la giornata. Non mi ero avvicinato a lui, eppure era stato vicino a noi tutto il giorno. Era stato come un’ombra per me, perché avevo la mente da un’altra parte, perché con la mia mentalità, con la mia pochezza, ho fatto il bianco, mi sono comportato da arrogante, e tanto, tutto mi è passato a fianco, come un treno che ora non ritorna.
Fisso sui soldi, su un senso di colpa forse inutile, sicuramente inutile, avevo vissuto la giornata come un cieco. Perché tanto attaccamento a quel senso di colpa? A quella sensazione di aver speso troppo davanti a loro? Forse perché quella sofferenza era un modo per farmi bello, sensibile, attento verso la loro situazione? Non stavo forse sbagliando a credermi più fortunato, più ricco di loro? Io ero e sono più povero di loro, perché i soldi non contano nulla e per di più diventano un problema, un’ossessione su cui ci si focalizza, una chiave di interpretazione della realtà sbagliata, distorta, ridotta, limitata e infantile. Soprattutto avevo capito che il mio cuore era piccolo e distratto, di quanto mancavo di sostanza, di umanità, di attenzione, di amore per la gente, per gli altri, per chi mi stava vicino. Sono rimasto in silenzio e ho ringraziato Roman, dal più profondo del mio cuore, per avermi svegliato da una stupidità talmente grande che oggi ancora provo vergogna a raccontare, per avermi scosso e toccato laggiù, dove il cuore è vivo, è di carne, e non si sgretola se ti avvicini e lo tocchi.


Lo abbracciai con forza e al contempo con dolcezza, come se con la prima avessi potuto trasformare la sofferenza che provavo in amore e quindi in pace, e come se con la seconda avessi potuto trasmettere quanto erano state importanti le sue parole, parole preziose che non dimenticherò mai, parole che hanno risvegliato qualcosa, parole di un uomo, parole di Dio.

Giacomo

L’estate dei mughi marci – Incontri maneschi.

Non avevo proprio voglia di preparare la cena solo per me, così mentre don Matteo si allontanava ripresi a camminare verso il bosco, girando fra le dita la monetina che mi aveva lasciato Rosina. Come era venuta, così se ne era andata e in mano mi era rimasto solo quel pezzo d’argento rovinato dal tempo e passato da più mani vissute. Raffigurava un governatore bosniaco del tardo ottocento con sotto ben stampato lo stemma dell’impero austroungarico. Mi ricordavo che qualche inverno fa era giunto in un villaggio ai margini orientali dell’altopiano un gruppo di bosniaci e li in quel punto nel mondo erano rimasti a fare carbone. Era gente forte e robusta che non temeva il lavoro e l’incedere del tempo. Immerso in questi pensieri ma ne stavo li così , solo su quel sasso sotto quel larice, mi accorgevo d’un tratto d’avere ricevuto un elemosina d’amore, un’umile offerta al mio cuore addormentato dai tanti inverni sotto la neve.

Ma non stetti a lungo a riflettere su questo piccolo miracolo, perché era destino che io venissi a scoprire ben presto come Rosina fosse venuta in possesso di quelle monete. Richiamati dai bagliori che emanavano gli spiccioli colpiti dal sole che tramontava, ecco avvicinarsi due energumeni che parlavano fra loro in una lingua che mi parve dell’est: erano Ivan Bogdanov, il feroce ultrà, e Boris Caiman Boris, il feroce gangster.

Estraendo un coltello a serramanico, quest’ultimo mi chiese dove avessi preso quei soldi. Il secondo si infilò ringhiando un tirapugni e non mi diede il tempo di rispondere. Quando, dopo diversi minuti, di me non rimaneva che un battuto di carne, sussurrai che sospettavo che quei soldi non fossero loro, dato che Bogdanov era serbo e non croato. La cosa parve colpirli a fondo, dato che non seppero rispondere se non riprendendo a pestarmi fino a tarda notte.

(continua)

L’estate dei mughi marci – Dilemmi etici.

Mentre giocherellavo con gli spiccioli lasciatimi da Rosina, vidi una figura rassicurante venire verso di me in bicicletta: era il parroco del paese, don Matteo, che aveva sempre parole di conforto per i poveri e gli esclusi, oltre che buoni indizi per il commissario di polizia.

Non è nella mia indole compatirmi e piangermi addosso, così anticipai le sue parole di pietà e commiserazione con un dilemma etico che mi tormentava negli ultimi tempi:  io che amavo la lettura ed ero un assiduo frequentatore della biblioteca del paese non ero forse un ostacolo alla diffusione della cultura? Ovvero non acquistando i libri che leggevo non ero paragonabile agli adolescenti che, nel totale spregio di chi aveva perso la vita nella campagna di Russia, scaricavano illegalmente film con i loro computer? E perchè nel Vangelo non veniva spesa una parola sulla proprietà intellettuale? Il padre mi aiutò a rialzarmi da terra e mi riaccompagnò a casa; risalendo il viale orlato di carpini discorremmo di questo e di altri temi che mi angustiavano al pari del problema delle biblioteche. Giunti che fummo davanti alla porta della mia casa io lo invitai a fermarsi a mangiare una fetta di polenta abbrustolita e formaggio, ma lui mi rispose con la sua consueta cortesia che si era veramente rotto le palle delle mie seghe mentali e che sarebbe stato davvero meglio che invitassi a cena Rosina invece che lui. Detto ciò balzò in sella e partì di gran carriera verso la canonica. Io rimasi solo mentre il sole calava rapidamente lasciando calare le tenebre sull’altipiano. Un dubbio mi rodeva: come sapeva di me e di Rosina?

(continua)

Valzer dell’omertà a puntate (6 di 6)

La furca è pri lu poviru, la giustizia pri lu fissa.
La forca è pel povero, la giustizia pei minchioni.

Epilogo. Dopo alcuni giorni incontro A. A ha delle medicazioni sommarie al braccio buono e alla gamba. Gli chiedo e lui mi dice, E’ successo di nuovo sai, ho fatto ancora un casino e mi hanno cacciato definitivamente da lì, Capisco A, capisco, ma i bendaggi, Ma quelli me li ha fatti F, sai lo stesso del braccio, con un coltello…me lo voleva mettere alla gola, ma nel difendermi mi sono tagliato la mano. Hai 19 anni, A, cerca di stare attento, alla tua vita, soprattutto.

Povero poviru, povero fissa.

Giulio

Valzer dell’omertà a puntate (5 di 6)

Carzari, malatii, e nicissità provanu lu cori di l’amici.
Carcere, malattie e disgrazie provano il cuore degli amici.

B incontra A dopo la dimissione dall’ospedale e con aria sorpresa fa: A! Ciao bello, ma che hai fatto? Che è quel gesso? A abbassa lo sguardo e si chiude nelle spalle, rispondendo, Mah sai, quel casino dell’altro giorno, non so come, mi sono ritrovato così in ospedale, con il braccio rotto. B non si scompone nemmeno di una virgola e dice, Davvero? Cristo A se mi dispiace, chissà com’è successo. Io che assisto, me ne vado disgustato.

Giulio

L’estate dei mughi marci – Rosina.

Mentre la camionetta dei militari si allontanava sgommando sulla strada sterrata e riempiendomi di polvere e ghiaino, ecco che all’orizzonte comparve Rosina, la più bella del paese, con quel vestito con le petunie rosa stampate da cui non si separava mai, nemmeno quando andava a fare il bagno al torrente. Dopo una giornata afosa e vuota, dopo l’umiliazione di essere bersagliato di insulti e di lattine di birra, infine nella luce evanescente della sera Rosina giungeva a portare ristoro al mio animo inaridito. Lei mi guardò con occhi compassionevoli e pii: era la Maddalena ed io ero il Cristo sulla croce della vita: incompreso nel mio messaggio d’amore e dileggiato dai superbi.

Rosina si scostò i biondi capelli dal viso e con grazia sputò a terra (il vizio di masticare tabacco era sempre stato fonte di grandi preoccupazioni per i genitori), quindi aperse la sua borsa di paglia intrecciata, ne estrasse il piccolo portamonete e lasciò qualche spicciolo su di una pietra poco lontano da me. Poi se ne andò senza proferire parola, scomparve dietro la curva in uno sventolio di petunie nella brezza della sera. Fu in quel momento che capii che era pazza di me.

(continua)

Valzer dell’omertà a puntate (4 di 6)

La tistimunianza è bona sinu a quannu nun fa mali a lu prossimu.
La testimonianza è buona finchè non fà male al prossimo.

C arriva la sera, zoppica visibilmente e ha un occhio nero pece. Ha quarant’anni circa, beve ma con moderazione. C, ciao, ma che succede che zoppichi (mentre si avvicina), ma cos’è quell’occhio nero, Non mi stringere la mano, ho il pollice gonfio e mi fa ancora male.

Ma che è successo?

Le ho prese, ecco cosa è successo, sai a mettersi in mezzo tra amici, ecco il risultato alla fine, ma con me quello lì ha chiuso, Ma da chi le hai prese, Da uno, Da uno, Sì da uno, insomma fatti miei, Va bene C smetto di chiederti se preferisci.

Giulio