calvin climb

la mattina è un bel momento per per far filosofia. lasciavo per dimenticanza la finestra non chiusa, che è diverso dal dire aperta, per le condizioni particolari per cui le infrastrutture spaziali si intersecano con il tempo mellifluo del post colazione. così uscivo di casa e mi davo conto del danno a viaggio intrapreso, maledicendo il me stesso dell’istante e condannando il me stesso del futuro a pagare le conseguenze – morali, sempre – delle azioni di cui uno è responsabile, secondo la vigente normativa. le medesime condizioni spazio-temporal-infrastrutturali mi porgevano il primo cilicio in metropolitana, allorquando due zotici lecchesi approdavano in convoglio continuando a ripetersi le indicazioni dell’amico per arrivare chissà dove e pronunciavano rovereto come loreto e aspirigrasso per abbiategrasso. a chi li guardava con curiosità dicevano sa noi siamo di lecco. avvolti da un odore non gradevole di campagna e ferro di treno, filosofeggiavano sulla validità del biglietto che per loro sicuro va bene anche per il ritorno e sulla comodità dell’interscambio sempre che aprano le porte. avanzavano una mezza critica e mezza che sul biglietto quando lo timbri non c’è scritto poi dove dove uno ha preso la metropolitana (questione annosa dell’azienda dei trasporti almeno fino all’introduzione della banda magnetica ormai son anni, il che palesa l’arretratezza della condizione infraspaziostrutturtemporale della loro condizione, n.d.R.)

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L’unica rete possibile

Me la ricordo, la rete. Quando ero all’inizio, pensavo che la rete fosse un bell’esperimento di libertà, perfino di sovversione. La rete mi sembrava, almeno al tempo, libera, grazie ad un insieme di meccanismi che permettevano a chiunque di stare in rete con un nickname, proteggendo la propria identità reale, scorporandola da quella web. Un esperimento di condivisione di conoscenza, di ogni tipo, al di là della legge, della morale, delle culture.

Constato oggi con tristezza di come ci sia stata, negli ultimi quindici anni (almeno così mi pare) una totale presa di potere sulla rete dei poteri classici. Ora, in rete, le multinazionali la fanno da padrone. Sono i poteri di sempre, in versione 2.0, che affollano il nostro schermo, ci dicono cosa guardare, ci dicono come pensare, ci propongono pubblicità, inserzioni, tutta roba personalizzata ritagliata sul nostro io virtuale, che è sempre meno virtuale e sempre più mescolato con quello reale. Così tutte le mail si sono trasformate in nome.cognome@multinazionale.com il nostro account fb è Nome e Cognome e li stanno le nostre foto, i nostri film, il nostro lavoro, la nostra musica. Intanto Google, Fb e Twitter, nelle persone dei loro fondatori, vanno alle feste alla Casa Bianca.

Sempre più siti vengono oscurati. Kickass cambia indirizzo ogni sei mesi, i poteri continuano ad oscurarcelo. Mi ricordo Napster: quando ha chiuso Napster non mi sono preoccupato, c’era Emule già attivo. E poi i torrent e la rete ci prova, ci riprova a muoversi oltre i poteri e ancora nuovi ostacoli, nuove leggi, nuove sanzioni.

Facebook sta diventando peggio della televisione, forse la rete stessa sta diventando più lobotomizzante della televisione e chi, come me, si vantava “di guardare quello che gli interessa in internet” si troverà presto con dei figli che gli dicono “papà ma come fai a sprecare tutto quel tempo su Facebook”.

Mi deprime pensare che Assange sia rinchiuso nell’ambasciata ecuadoregna a Londra.

Forse, questa rete in cui mettiamo il nostro, avrebbe bisogno di un restyling, forse perfino di una “rete alternativa alla rete”, con un’etica diversa. Forse il nostro limite è pensare che la “rete” sia l’unica rete possibile. Perché la rete di oggi, pare sempre più un’inferriata.

Giulio

Il volto di Shiva

La città fortificata ha mura alte e poche porte da cui entrare, come i confini di stato e le dogane. Ha guardie alle porte che controllano il flusso di gente, chi entra e chi esce, guardie che decidono chi lasciar entrare e chi lasciar uscire, come le nostre leggi sull’immigrazione. La città fortificata ha mura perché deve difendersi da chi sta fuori, ossia deve difendersi da chi non vive in città, praticamente da tutti gli altri, come l’europa o gli altri stati ricchi che devono difendere la loro ricchezza da tutto il resto del mondo. La città fortificata detiene il potere, ha gente che ha possedimenti fuori dalle mura, ha gente che lavora i campi per lei e che le vende per pochi denari il cibo di cui nutrirsi, come le grandi aziende che hanno le loro produzioni all’estero, o come il mercato delle materie prime che è spesso a senso unico verso le grandi nazioni industrializzate. La grande città fortificata non detiene un solo tipo di potere, detiene tutto il potere: politico, economico, religioso, militare…Nella grande città il sistema sanitario funziona, al contrario del resto del mondo. Nella grande città il sistema scolastico è efficiente, non come nel resto del mondo. Nella grande città le strade sono asfaltate, ben gestite, curate, al contrario del resto del mondo. E’ sempre la grande città che decide chi fuori dalla città può costruire questo o quello, chi può avere questo o quello, chi può vedere questo o quello o chi può fare questo o quello. Praticamente è il dominio della città grande che si estende fuori dai confini della città, e lo fa in modo totalizzante. La città fortificata cerca di mantenere il suo potere sui territori circostanti che sono la fonte di benessere della città stessa. Quando i contadini che abitano fuori dalla città si uniscono e vorrebbero insorgere, o protestare, ci sono i militari della città, che come spie sventano ogni minaccia e uccidono spietatamente, nell’ombra, ogni piccola insurrezione contro il suo potere. La grande città è come un grande fratello e controlla tutto, con la sua tecnologia. La grande città ha cittadini al suo interno che trascorrono le loro vite ignari della condizione di molti altri che vivono fuori dalle mura. All’interno della città fortificata tanta gente nasce, cresce, va a scuola, trova un lavoro, si sposa, vive gioie e tristezze senza mai mettere piede fuori dalle mura stesse della città. E questo è un bene. I pochi che mettono piede fuori dalle mura, anche se capiscono la disparità, la differenza, l’ingiustizia, sono troppo pochi e comunque non così ostinatamente stupidi da insorgere e opporsi al governo della grande città, non sono così motivati da smantellare la città da dentro, e comunque si dubita che ne sarebbero davvero capaci. La città fortificata è un piccolo nido, e tutto il resto del mondo vive fuori dalle mura, tenuto a bada, controllato e sfruttato. La città fortificata non permette a chiunque di entrare, e controlla bene l’ingresso degli estranei. Fa in modo che se vogliono entrare siano essi ricchi, oppure che se ne vadano in fretta. La grande città è invincibile ma io spero, nel profondo del mio cuore, di poter un giorno trovare un modo per distruggerla. Io odio la grande città. Onestamente vorrei vedere il collasso della grande città, vorrei vederla implodere, vorrei vedere i confini degli stati sgretolarsi, vorrei vedere il resto del mondo dire la sua liberamente, vorrei vedere eguaglianza tra tutti, senza mura, senza eserciti. Vorrei vivere sapendo che il mio benessere non causa, nemmeno indirettamente, la morte di nessun bambino. Così, su due piedi, mi verrebbe da pensare che per fare questo sarei disposto a sacrificare molte vite. Sarei disposto a vedere distruzione e caos. Vedere i grattacieli delle banche in macerie, la mia casa trasformarsi in mura di terra e tetto di paglia. Sarei disposto a sopportare, per un nuovo ordine mondiale più giusto e etico, dolore e sofferenza. Cos’è il dolore di un’esistenza se comparato alla gioia di migliaia di altre esistenze? Posso rinunciare alla mia esistenza per altre esistenze? Ogni giorno una parte di me desidera, di nascosto, che questa grande città possa andare in rovina, essere distrutta, smembrata, e ricostruita, senza mura, con leggi diverse, con una mentalità nuova. La parte di me stesso che piange e soffre per l’ingiustizia in cui versa il mondo desidera ardentemente la distruzione per poter ricostruire, tutto, di nuovo. Vorrebbe vedere il volto di Shiva. A volte, ho paura di questa parte di me stesso, sebbene la rispetti per la sua incorruttibile integrità. Mi chiedo cosa accadrebbe se questa parte rivoluzionaria prendesse il sopravvento sulla totalità del mio essere, cosa accadrebbe se il mio Essere decidesse, illuminato, di seguire e perseguire questo desiderio, con tutto se stesso.

Giacomo

Parole che non si dimenticano

Vi presento un racconto di una mia esperienza in Africa. E’ un po’ lungo ma contiene un passo che mi ha segnato la vita e soprattutto mi ha toccato il cuore.

Già dopo il confine sembrava di essere in un altro mondo.
Il Benin, stato confinante con il Togo, si svelava ai nostri occhi sotto un aspetto completamente diverso. La strada che avevamo percorso da Tabligbo ad Aneho, con tanta fatica causa i mille sussulti dovuti alle infinite buche, si era trasformata. Non era più di terra rossa, con le nuvole di polvere che si alzavano dopo il passaggio di ogni macchina, non sembrava più lasciata a se stessa, corrosa dalle intemperie, mangiucchiata dai pneumatici degli attempati camion che macinano quotidianamente chilometri di fatica trasportando i pesanti carichi di cemento prodotti dalla fabbrica di Tabligbo, non era più una strada ferita, dalla quale emergeva la sofferenza di un popolo, ma scorreva, sotto le ruote del nostro piccolo furgoncino, asfaltata e silenziosa come un grande fiume, come un mistico portatore di pace. Di colpo il rumore della carrozzeria che vibrava era cessato, il cervello si trovava finalmente fermo nella sua calotta cranica dopo un periodo in cui gli era sembrato di vivere dentro una stretta maracas, il motore cominciava a liberarsi dalla polvere e dalla frustrazione, dopo lunghissimi tragitti in cui era tenuto a freno, imbrigliato come un cavallo che da troppo tempo non si fa una bella galoppata.

Così Roman, incredulo di poter finalmente superare i 30 chilometri orari senza il rischio di distruggere le sospensioni, ha portato con un gran sorriso la fedele vettura fino a 80-90 km/orari. Il pullmino “Serena” 7 posti era stato donato alla missione dei comboniani da una coppia di Italiani che aveva affrontato un viaggio epopea, partiti dall’Italia avevano attraversato Francia Spagna e preso il traghetto sullo stretto di Gibilterra, poi Marocco Mauritania, Senegal e giù tutta la costa dell’Africa fino in Togo! Due temerari avventurieri! E grande macchina, dopo così tanta strada ancora in vita (segretamente io temevo ci abbandonasse da un momento all’altro)! Alcuni di noi però ci salivano mal volentieri, era stretta e scomoda, roba da claustrofobia. Inoltre si partiva sempre in 8, uno oltre il numero dei posti, facendosi stretti stretti, per stringersi sempre di più durante il tragitto, contro ogni aspettativa, nonostante l’incredulità, nonostante l’evidenza portasse a dire ad alta voce “Cazzo qui non ci sta davvero più nessuno!” saliva sempre qualcuno, e in qualche modo ci si arrangiava, ci si stava, scomodi ma ci si stava. D’altronde la comodità in Africa è qualcosa di relativo al contesto e fai anche in fretta ad abituarti a non averla più come aspettativa, o per lo meno, non come noi europei siamo abituati! Qui, la comodità, prende una piega un tantino più drastica :“Meglio 100 km su un pullmino che non a piedi sotto il sole!” ed in effetti, vista in quest’ottica, assicuro che si possono fare grossi grossi sacrifici. Comunque noi teneri bianchi snob preferivamo di gran lunga i viaggi sul cassone della Toyota, una grossa jeep, di duro acciaio (ok, forse non era acciaio ma ci sembrava comunque bella robusta), insomma, solida che quando prendi una buca la senti, oh se la senti, ma però hai l’aria nei capelli, il cielo sopra la testa, e sempre spazio per qualcuno che vuole salire così non devi boccheggiare due dita di finestrino per prendere aria ne sudarti la maglietta 5 volte in 2 ore.

Passati la frontiera, lungo la carreggiata sulla nostra sinistra (l’immagine è stata presa dal retro), svettava bellissima, come un miraggio, la linea della corrente elettrica! Era simbolo di una conquista, come una croce in cima ad una montagna che dice “Fin qui l’uomo è arrivato” (fate i bravi, passatemi la metafora) anche là quel filo sospeso tra tutti quei pali, impiantati insperabilmente così dritti, ci sussurrava:” Anche qui, è arrivata l’elettricità, il primo contatto con il mondo civilizzato”. I campi sembravano più belli, curati, le case erano per la maggior parte di mattoni, non intonacate, ma di mattoni! E c’erano pure le linee bianche disegnate per terra. Insomma, i nostri occhi avidi avevano dimenticato cosa voleva dire ammirare un po’ d’ordine e si stavano facendo una gran scorpacciata di dettagli. Cose che prima non notavi, che ti sembravano normali, ora splendevano come oro sotto il sole (come tutti quei pali della luce, così lustri, così dritti, così tutti uguali, così bellissimi).
Bene, in tarda mattinata eravamo già a Ouidah, p. Donato voleva far sosta per salutare il parroco di una chiesa importante e per incontrarsi con Ivette, dolce signorina che ci avrebbe accompagnato come guida e come amica nella nostra due giorni, un viaggio esplorativo, una toccata e fuga Togo-Benin-Togo per visitare il tempio del Pitone, la casa degli schiavi, la foresta sacra, il seminario e il mercato dell’artigianato di Cotonou e cogliere l’occasione per salutare qualche buon vecchio amico. Così succede che Ivette aveva chiesto ad un ragazzo, appartenente al clan del Pitone, di farci da guida, perché più competente, lungo il percorso che dalla casa degli schiavi (ex-casa ovviamente) portava all’oceano, rispolverando le memorie di un capitolo buio e triste della storia dell’Africa, quello della tratta degli schiavi.
Visto il tempio e la foresta sacra decidemmo di andare a mangiare un boccone prima di cominciare il pomeriggio. Così il gruppo si sedeva a tavola. Io, l’ingegnere dottorato informatico ex nazionale italiana di pallamano Nic, il futuro avvocato Ale, l’economa neo laureata Anna, la futura specialista degli infanti Sara, la quasi medico Ros, anche detta Rossella Rosaria o Rosalba, ma che si chiama in realtà Rosanna, e noi (io) per ridere la chiamavamo diversamente, padre “Mon Pére” Donato Benedetti missionario comboniano, grande persona grande cuore, conoscitore di 4 lingue e ¾ , Italiano (madre lingua, nato in quel di Segonzano, come diciamo da noi), Francese (Infanzia in Svizzera e tanti anni in Togo) Spagnolo (laurea in Antropologia all’università di Città del Messico), Tedesco (laurea in Teologia a Innsbruck) e ¾ di Evhè, lingua locale, che parla e capisce bene ma non si fida ancora ad usare sempre, specie durante le liturgie, poi c’è Roman, Togolese, autista della missione, felice padre di 5 figli, silenzioso e attento, gran cuore e sempre umile che ti imbarazza quasi o che lo abbracceresti sempre, Ivette, simpatica e sempre sorridente ragazza, e il ragazzo del clan del Pitone, con queste scarificazioni Voudou tipiche sul viso, magro e attento osservatore, composto commensale.

Così il pranzo si dilunga in chiacchiere e in ottimo cibo, che è strano perché capitare bene è veramente difficile, e alla fine ci portano il conto.
Offriamo noi.
39000 Franchi, che per noi son pochi pochi, tipo 4-5 euro a testa ma che per loro sono un’enormità, tipo come la paga di un mese intero! Paghiamo volentieri anche se ci dispiaceva un po’ di far la figura dei ricchi davanti a loro, soprattutto davanti a Roman. La figura dei ricchi che si permettono di spendere 39000 Franchi come ridere, di spendere quello che lui guadagnava in un mese così, a pranzo, con nonchalance. Va beh, poi la giornata è proseguita benissimo, abbiamo visto e ripercorso il cammino degli schiavi fino al mare, dalla ex-casa degli schiavi all’albero del ritorno delle anime, dalla fossa comune alla porta del non ritorno, che maestosa si erge alta e imponente come monumento al ricordo 20 metri prima del frangersi delle onde, sulla sabbia. Così apprendiamo che le antiche guerre tra tribù generavano tanti prigionieri che venivano convertiti in schiavi e venduti ai facinorosi Inglesi, Portoghesi, o Francesi che arrivavano sulle coste e che barattavano oggetti di tutti i tipi e armi in cambio di persone, futuri schiavi. Apprendiamo delle sofferenze che dovevano subire prima dell’arrivo delle navi, di come venivano stipati nelle cantine delle case, per giorni, uscendo solo di tanto in tanto, avendo solo lo spazio di stare rannicchiati e dormire accalcati, l’uno sull’altro, tra le loro feci, con mille malattie e condizioni di vita tragiche, peggio di molte torture. Apprendiamo delle fosse comuni dove venivano gettati i corpi di chi non ce la faceva, di chi si ammalava, di chi per denutrizione moriva, come un oggetto di poco valore. Apprendiamo dell’albero del ritorno delle anime, e degli schiavi che gli facevano il giro 9 volte garantendosi così che l’anima una volta morti, indipendentemente da dove si fossero trovati, sarebbe ritornata in Africa, a casa. Poi, al momento della dipartita, quando le navi arrivavano, passavano tutti attraverso la porta del non ritorno, che come una maledizione ti toglieva tutte le speranze di poter un giorno, libero dal destino di essere schiavo, ritornare alla madrepatria, dai tuoi cari, dalla tua famiglia.

Con queste sensazioni rivissute attraverso i racconti del ragazzo la nostra piccola coscienza si espandeva, un poco alla volta. Lungo l’oceano, a fine “tour”, ci siamo presi qualche momento di relax, se non per rinfrescarsi con l’acqua almeno per lasciar decantare gli orrori che ci erano stati raccontati, lasciare che le onde e il mare si riprendessero quel dolore, che la pace del grande blu potesse riappropriarsi delle nostre anime. Abbiamo salutato così il ragazzo del clan dei Pitoni e abbiamo completato la lunghissima giornata iniziata alle 4.30 di mattina, con un’oretta di macchina per raggiungere Cotonou alle 18.00, dove ci attendeva un traffico claustrofobico con annessa nube tossica simil nebbia-da-mattine-d’inverno-nella-campagna-di-Padova di smog, miliardi di moto davanti, dietro, a destra e a sinistra tipo “il raduno dei moto-raduni” e l’isola di silenzio e pace del seminario recintato da mura alte stile carceri, in mezzo a due milioni di abitanti della lagunare Cotonou, città caotica per persone traffico e zanzare.
La sera dopo cena avevo dei sensi di colpa, ancora per la questione soldi di pranzo.
Ne avevo parlato con gli altri e anche loro si sentivano come me, dispiaciuti per aver fatto un pranzo così ricco con persone concretamente più povere.
-Donato, Mon Père, Mon Père! Ho bisogno di parlarti, di un momento di riflessione assieme. Perché vorrei che mi spiegassi questi sensi di colpa, questo dolore che ho dentro – gli chiesi – che mi fa star male. Aiutami a capirmi, aiutaci a capirci perché ci stiamo chiedendo se è stata una buona idea il pranzo, in quel ristorante, spendendo così tanti soldi davanti a loro, davanti a Roman.-
-Certo che ti aiuto. Perché non vai a chiamare anche Roman? Visto che ti dispiace nei suoi confronti non sarebbe interessante sapere cosa ne pensa lui invece?-
Un tonfo al cuore. Desideravo un confronto di questo tipo, ma voleva dire anche sollevare con il diretto interessato un discorso pungente, doloroso, pericoloso. Gli volevo bene a Roman, e da una parta desideravo lasciarlo fuori dal discorso, per non ricalcare ancora, l’ennesima volta, la differenza di ricchezza che c’era tra noi e loro, tra noi e lui. Con quale diritto io, senza famiglia da mantenere, che avevo e ho tutto, potevo stare davanti a lui, che con famiglia guadagnava così poco? Uno stipendio medio in Africa è di 35-40 Euro. Lui ne prendeva 50. Un po’ di più della media, ma comunque pochi secondo i miei standard. E ci dovevano vivere in 5 con quei soldi! Io che prendo più di 20 volte il suo stipendio vivo da solo, in mille comodità e lussi diversi, se paragonati alla media del Togo. Case di argilla, tetti di paglia, senza corrente, senza acqua, una stuoia come letto per i bambini, un pozzo al centro del villaggio, un sistema sanitario a pagamento e in equilibrio su una gamba sola e azzoppata, un sistema scolastico che è come un cappio al collo per molti studenti, il paludismo che bussa alla porta di casa per vedere se lo fai entrare (la malaria), l’anemia, l’aids, le malattie gastro-enteriche, le amebe e le contaminazioni dell’acqua da parte di microorganismi dannosi e pericolosi…Io vivo nella fortuna. La mia casa, l’ambiente dove sono nato è la fortuna. Sarei potuto nascere io in Togo, e ritrovarmi ora nei panni di Roman! Facile andare in missione, andare a visitare l’Africa quando si può tornare indietro, tornare in Italia! Noi abbiamo le spalle coperte. Riccamente coperte.
Salii i gradini tre a tre, quasi correndo, per chiamare Roman.


Era sotto la doccia.
Mi dice che arriva, tra un attimo scenderà da noi.
Povero Roman, dopo una giornata lunghissima, dopo tutto il giorno che guidava, si ritrova pure a doverci ascoltare, dover sentire queste cazzate, sensi di colpa di quattro bianchi straviziati.
Arriva.
Ci si guarda un attimo negli occhi, due scambi veloci con Donato che gli spiega la situazione …momento discussione… i ragazzi hanno qualcosa da chiederti… avevano un dubbio… così ho pensato…
Non resisto più, incrocio il suo sguardo e gli faccio la mia domanda a bruciapelo, come un revolver che si scarica.
-Come fai a volerci bene, come fai a trattarci così dolcemente, ad amarci, noi che siamo così ricchi, così fortunati, che abbiamo speso davanti a te tutti questi soldi a pranzo, te che guadagni quella cifra in un mese, come fai a non odiarci, a sopportarci… – mi muore il resto della frase in gola.
Donato gli traduce la domanda mentre il mio cuore batte velocissimo.
Lui mi guarda due secondi negli occhi, in silenzio.
Qualcosa mi stava arrivando già da quello sguardo.
Una pace, profonda, silenziosa aveva cominciato a pervadermi il cuore, come se fossi stato proiettato nel cielo, buio, di notte, tra le stelle e il firmamento.
– Vedi – inizia – voi non siete come gli altri. Siete qui con padre Donato, mio amico, e siete venuti in missione, per imparare, per vedere. Per me siete come fratelli, quello che desidero infatti è che possiate tornare in Italia, sani, contenti, con un bel ricordo del Togo e della sua gente – il mio cuore cominciava a sgretolarsi, come un qualcosa di troppo secco che toccato comincia a crepare e si sfa – è per questo – continua Roman – che mi metto sempre in mezzo, che cerco di proteggervi. Che contratto per voi il prezzo di questo e di quello con i venditori ambulanti, alle bancarelle o al ristorante, affinché non vi chiedano un prezzo più alto solo perché siete bianchi. Per questo cerco di prendermi io i colpi, al posto vostro, così che possiate essere contenti. – Le parole erano troppo forti, facevano male, eppure così benedette, come la prima acqua dopo un lungo viaggio nel deserto, mi girai verso gli altri: avevamo tutti gli occhi umidi, Nic aveva due righe bagnate sulle guance, Sara gli occhi arrossati. Commossi profondamente ascoltavamo Roman.
– E per il pranzo – proseguì – abbiamo fatto felice una famiglia! Non vi siete accorti che tutto il locale era gestito da una famiglia! Chissà che fortuna sarà stata per loro, è stata una cosa molto buona. Inoltre noi siamo contenti di fare festa, abbiamo fatto festa, tutti assieme, e quando si fa festa è stare bene assieme che conta. Tutto qui. –
– Dovete sapere – aggiunge Donato – che la gente di qui sarà anche povera, ma non è pezzente. Quando fa festa, spende. E’ contenta di spendere e di fare una bella festa, si indebiterà per farlo, ma è giusto che sia così, perché è importante per loro sentirsi ricchi ogni tanto, per risollevarsi dal clima in cui sono, dall’ambiente. Come un povero è giusto che si senta ricco ogni tanto così è ancora più giusto che un ricco si senta povero. E poi non avete visto come erano contenti durante il pranzo? Pensate che vadano spesso al ristorante loro? E’ stata una cosa bellissima che abbiamo fatto, e che si ricorderanno chissà per quanto! E non vi accorgete di come siamo così focalizzati sui soldi, sempre, che ci perdiamo il senso di molte cose che viviamo? Di oggi io non mi ricordo il senso di colpa del pranzo, non l’ho avuto. Forse non sarò sensibile come voi, ma io non mi sono sentito in colpa. Di oggi mi ricordo i due gemelli che abbiamo visto in quella casa, Ivette e il suo sorriso, la storia degli schiavi, le persone che abbiamo incontrato…-


Roman si inserisce e aggiunge – e non vi siete accorti a pranzo, come era contento Nadim? Come sorrideva? Non vi siete accorti che ci ha seguito tutta la mattina senza chiedere nulla, che è venuto con noi quando abbiamo iniziato ad ascoltarlo solo nel pomeriggio? Non vi siete accorti di quanto ci ha dato? Quanta energia aveva mentre ci raccontava della storia degli schiavi? Avrebbe potuto farlo meno bene, eppure ha dato il massimo, oltre se stesso. E a fine giornata, quando mi sono avvicinato per dargli qualcosa, visto il tempo e quello che aveva fatto, ha insistito che non voleva nulla, che era stato bellissimo poter mangiare con noi e che quello gli bastava! Ho dovuto insistere e mettergli i soldi in tasca, se no non li avrebbe accettati .-
No.
Io non avevo notato tutte queste cose.
Come un cavallo con il paraocchi tutto questo mi era passato vicino, non mi ricordavo nemmeno il suo nome, non mi ricordavo che si chiamava Nadim, né gli avevo chiesto qualcosa durante la giornata. Non mi ero avvicinato a lui, eppure era stato vicino a noi tutto il giorno. Era stato come un’ombra per me, perché avevo la mente da un’altra parte, perché con la mia mentalità, con la mia pochezza, ho fatto il bianco, mi sono comportato da arrogante, e tanto, tutto mi è passato a fianco, come un treno che ora non ritorna.
Fisso sui soldi, su un senso di colpa forse inutile, sicuramente inutile, avevo vissuto la giornata come un cieco. Perché tanto attaccamento a quel senso di colpa? A quella sensazione di aver speso troppo davanti a loro? Forse perché quella sofferenza era un modo per farmi bello, sensibile, attento verso la loro situazione? Non stavo forse sbagliando a credermi più fortunato, più ricco di loro? Io ero e sono più povero di loro, perché i soldi non contano nulla e per di più diventano un problema, un’ossessione su cui ci si focalizza, una chiave di interpretazione della realtà sbagliata, distorta, ridotta, limitata e infantile. Soprattutto avevo capito che il mio cuore era piccolo e distratto, di quanto mancavo di sostanza, di umanità, di attenzione, di amore per la gente, per gli altri, per chi mi stava vicino. Sono rimasto in silenzio e ho ringraziato Roman, dal più profondo del mio cuore, per avermi svegliato da una stupidità talmente grande che oggi ancora provo vergogna a raccontare, per avermi scosso e toccato laggiù, dove il cuore è vivo, è di carne, e non si sgretola se ti avvicini e lo tocchi.


Lo abbracciai con forza e al contempo con dolcezza, come se con la prima avessi potuto trasformare la sofferenza che provavo in amore e quindi in pace, e come se con la seconda avessi potuto trasmettere quanto erano state importanti le sue parole, parole preziose che non dimenticherò mai, parole che hanno risvegliato qualcosa, parole di un uomo, parole di Dio.

Giacomo

L’ospedale di Afagnan

L’OSPEDALE DI AFAGNAN
E IL VIAGGIO NEL VIAGGIO

Fuori dalla porta giungevano delle grida strazianti, come se a qualcuno stessero segando una gamba. Era l’urlo di un bambino. Il mio cuore fece un sussulto. Cosa avrei visto in quella stanza?
Visitare un ospedale è un’esperienza toccante, di grande impatto. Visitare un ospedale in Africa può essere davvero qualcosa di forte, che ti cambia la vita. Eravamo ad Afagnan, nel sud del Togo, e l’apprendista infermiere ci faceva da guida nei vari reparti, per mostrarci come lavorano, la bellezza dell’ospedale se confrontato con i vari dispensari presenti sul territorio, il sistema di lavoro, le malattie che si ritrovano a dover affrontare. Ospedale famoso che serve un raggio di duemila chilometri, quello di Afagnan riceve ammalati dal Ghana, dal Benin, dal Burkina Faso. Un caso più unico che raro, che riesce a sopravvivere in un clima di povertà estrema solo grazie agli aiuti dei donatori europei.
Durante il giro era previsto anche di visitare alcune stanze dei ricoverati. Qual era il senso di entrare dai malati? Perché entrare? Li stavamo forse considerando come bestie in uno zoo? La figura di padre Donato mi aveva superato ed entrava nella stanza. – Bon jour, ca va? – lo sentii dire, e poi continuare con un Francese che non capivo. Altre urla ancora più forti mi pietrificarono sullo stipite. Vidi un bambino, in un letto, dietro la zanzariera, in lacrime, con le mani protese verso di me. Entrai anch’io. Mi avvicinai. Avevo paura di guardare. In fondo alla stanza, Donato, era accucciato vicino ad un altro letto a salutare.
Prete e missionario comboniano, la sua presenza era un abbraccio per i malati, come una goccia d’amore che si dona, gratuito, per loro. Il suo calore umano diventava aria fresca in quelle stanze, che seppur arieggiate tutto il giorno albergavano l’aria più viziata che avessi mai sentito. La sua parola, dolce, avvolgente, la sua mano che prendeva quella del malato, diventava fonte di gioia e di speranza per i visi contratti dai brividi di un attacco di malaria. Perché ero entrato? Cosa avevo io da donare a loro? Un senso di impotenza cominciava a farsi spazio dentro di me e mi irrigidiva sempre più a due passi dall’ingresso. Avevo paura? Da cosa indietreggiavo? Da dove veniva questa voglia di scappare? Io potevo essere uno di loro. Al loro posto sarei stato contento di vedere qualcuno che non riusciva ad avvicinarsi a me? Sarei stato contento di capire che aveva paura di me e della mia malattia? D’altronde, cosa potevo fare io per questi malati? Non sono medico, infermiere e nemmeno un prete, aveva senso che entrassi per visitarli? Donato si voltò e mi guardò negli occhi.
Poi, sorrise.
Come un lampo a ciel sereno in quell’istante senza tempo compresi, mi vidi chiaramente come un bambino, dal cuore piccolo che non sa guardare più in là del proprio naso.
Capii.
Ero come loro. Io ero loro. E loro erano me. E il sorriso racchiudeva un valore immenso specialmente in un clima di tristezza, di dolore. Anch’io avevo un sorriso che potevo donare. Anch’io potevo donare un po’ di calore umano, un po’ di amore. Anche se non so guarire i malati, anche se non so alleviare le loro sofferenze, potevo comunque donare qualcosa. I miei dubbi erano d’un tratto scomparsi, e mi accorsi che al posto della paura il mio cuore traboccava di amore per quel bambino dolorante.
Mi avvicinai, e vidi che il suo braccio e la sua gamba sinistra si stavano spellando vistosamente a causa di un’ustione grave. Vidi la carne viva sotto la pelle che si alzava come fogli di carta velina. Volevo distogliere lo sguardo, guardare altrove, far finta di non aver visto. Mi forzai di osservare invece il suo viso, e lui ricambiò, mi guardava mentre piangeva, il suo dolore era inimmaginabile. Capita spesso qui in Africa che qualche ragazzo si ustioni gravemente. Tutti cucinano all’aria aperta sul fuoco, o sul carbone. E le pentole di acqua bollente vengono talvolta lasciate incustodite perché le mamme con 6-7 figli piccoli non riescono ad essere ovunque. E così succede che qualcuno si tiri addosso una pentola o cadi nel fuoco. Il dolore del bambino diventava dolore mio. Così provai a sorridere. Provai a dargli un po’ di dolcezza, uno sguardo per dargli conforto. Non ho mai fatto così fatica a fare una cosa tanto semplice. E in quell’istante un flusso di amore indicibile mi ha attraversato il petto, come un torrente che in piena trabocca e si riversa fuori nella campagna. Mi accorsi mentre uscivo dalla stanza che alcune lacrime mi stavano rigando le guance. Tanta paura ha l’uomo di emozionarsi, di piangere, che farebbe di tutto per scappare, tanta paura ha l’uomo della sofferenza che piuttosto di accettarne l’esistenza negherebbe la realtà e vivrebbe in un mondo illusorio.
Può capire di sentire l’espressione Viaggio nel viaggio.
Non è un’espressione poetica.
Direi piuttosto che è un modo di vivere, una predisposizione mentale, un sistema di approccio alla vita e a quello che ci circonda.
Quando il mio Maestro mi parlava del viaggio io non capivo a cosa si riferisse. Lentamente ho compreso che significa vivere la vita intensamente e con costante umiltà. E questa umiltà permette numerose e bellissime cose. Permette innanzitutto di accettarsi, con i propri difetti, i propri dubbi, con le proprie paure, i propri limiti. Ci dona un punto di osservazione di noi stessi che possa essere anche un punto di partenza sul quale lavorare. Vivere un Viaggio nel viaggio significa vivere un’esperienza, qualunque essa sia, con un’attenzione rivolta non solo all’esterno, a quanto ci circonda, ma anche all’interno, mantenendo la consapevolezza delle proprie emozioni, delle proprie paure, delle proprie reazioni istintive che abbiamo di fronte al dolore e alla sofferenza.
L’uomo ha sviluppato durante la sua crescita un sofisticato meccanismo inconscio di autodifesa per proteggersi dalla sofferenza e dal dolore. Spesso si manifesta con paura, voglia di scappare, voglia di rimanere inconsapevoli di fronte a fatti che ci destabilizzerebbero, voglia di far finta di non vedere, di cercare scuse per non affrontare la sofferenza e la realtà, di auto generarsi dei sensi di colpa, inutili e che non portano a nessun cambiamento…
Questi istinti sono sicuramente efficaci, ma tutti inutili nella loro sostanza perché non risolvono il problema della sofferenza, ma lo rimandano, non portano l’uomo a migliorarsi, a superare una difficoltà, bensì a fuggire da essa. Fare un Viaggio nel viaggio significa imparare su più livelli, contemporaneamente. Viaggiare nel mondo, vedere posti nuovi, conoscere persone, conoscere realtà, e al contempo viaggiare dentro se stessi, scoprendo i propri limiti, i propri punti deboli, le proprie paure. Conoscere e conoscersi al contempo stesso, osservando sia quello che ci accade “fuori” sia quello che ci accade “dentro”.

Il Viaggio nel viaggio è quindi un modo di vivere, un modo di essere, che riesce a donare moltissimo e a moltiplicare velocemente il bagaglio di esperienza che una persona può fare nel corso della propria vita. Ciò che questo insegnamento mi sta donando, ciò che mi ha donato in Africa e che continua a donarmi ogni giorno, è a dir poco fantastico. Non ringrazierò mai abbastanza il mio Maestro per questo frammento di saggezza che è stato capace di tramandarmi.

Cominciamo ad essere coerenti?

I tempi sono cambiati in modo repentino.
Vent’anni fa la gente si sposava finite le superiori, a ventiquattro anni avevano già un figlio, qualcuno due o tre. Il lavoro era solitamente a contratto indeterminato, si potevano fare mutui e comprare casa, fare progetti a lungo termine, fondi pensione, assicurazioni. Era difficile rimanere senza lavoro, l’economia era in espansione, e c’era fiducia nei mercati. Così si investiva, e l’economia girava.
Per contro i ragazzi studiavano poco e viaggiavano ancora meno, poche erano le strade che ognuno poteva scegliere per la propria vita, e nessuno, o quasi, si sognava di andare all’estero, casomai si programmava di spostarsi dalle valli alla città, o al massimo da una città ad un’altra.
Vent’anni appena sono passati e già tutto è cambiato.
L’economia è in contrazione, in pochi investono, nessuno più pensa a progetti a lungo termine, pochissimi fanno dei mutui e chi ne ha uno spesso non riesce a pagarlo, le banche pignorano beni, i contratti di lavoro sono tutti a tempo determinato, o Co.Co.Pro.
Succede però che i giovani negli ultimi anni hanno aperto la testa, hanno studiato e hanno visto una fetta di mondo, al giorno d’oggi sono tanti quelli che contano esperienze lavorative all’estero o che sanno due lingue. Eppure sono tutti senza lavoro, o con contratti da fame. Siamo al tracollo.
Fare una famiglia diventa difficile, perché spesso prima di avventurarsi in progetti così grandi si cercano qualche certezza in più, una casa, un lavoro, cose così, ma questo periodo storico non è un periodo di certezze, quelle non te le lascia avere.
Questa è l’era dell’incertezza.
Fare progetti a lungo termine?
E per quale motivo?
Domani è domani, e in questa economia il domani forse non sarà come ce lo si aspetta! Probabilmente non ci sarà neppure l’euro, o l’Italia come la conosciamo oggi. Figurarsi quale sicurezza posso avere nel mio lavoro se il mio stato in primis rischia il tracollo assieme a tutta l’europa.
Il lavoro?
Oggi ce l’ho, domani chissà.
Per quanto ne so potrei trovarmi da qui a un anno a lavorare in Tasmania.
Aprire un mutuo?
Non ci penso nemmeno.
Pensare alla pensione?
Ma ci credete ancora a queste favole?
Noi abbiamo smesso da un pezzo.
E sapete qual è la cosa più incredibile?
E’ l’incongruenza di questa situazione che diventa quasi paradossale.
Quest’estate sarò un mese disoccupato perché mi scade il contratto (sempre se poi a settembre vengo rinnovato.) Mi hanno detto di chiedere la disoccupazione.
Io però potrei anche sbrigarmi e trovare lavoro per quel mese.
Spiegatemi perché lo stato rende più conveniente stare a casa a poltrire invece che darsi una mossa e trovare un lavoro. Spiegatemi perché. Mi hanno detto: ma è importante per avere la continuità dei contributi inps!
Avevo già le carte in mano, e mi son sentito una contrazione allo stomaco strana.

Che cavolo sto facendo, mi son chiesto? Io non ho bisogno di questi soldi, io non chiederò la disoccupazione, chi se ne frega della continuità inps! lavorerò un mese in più quando sarà l’ora se dovrò! Se accettassi questi soldi mi sentirei un perdente meschino, corrotto e corruttibile, come tutti quelli che tanto disprezzo e critico.
Che vadano questi soldi a chi ne ha bisogno, ai terremotati, alle piccole imprese.
Qualcuno potrebbe dire che sarà qualcun altro ad intascarseli, a rubarli questi soldi, qualcun altro mi dirà che il mio gesto non gioverà a nessuno, perché è tanto piccolo che non cambierà la vita e non verrà notato.
Eppure ancora io non posso.
Ho degli ideali a cui non riesco a rinunciare.
Se vogliamo e crediamo in una rivoluzione dobbiamo cominciare da noi stessi, piccoli gesti.
Cominciare ad essere coerenti.
Io comincio da qui.
E voi?

Giacomo

L’ odio è come olio

L’odio mi sembra come olio versato sulla nostra anima, la sporca, non evapora, e finché qualcuno non si prende la briga di pulirlo, lui rimane là.

L’odio mi sembra anche un cane feroce in un recinto, in uno spazio preciso della tua anima. Più tu giochi col cane più quel recinto si espande. Quel luogo è suo, è marcato da lui. Addirittura l’odio, sicuro di ciò che ormai gli appartiene, si addormenta. Così te, puoi avvicinarti silenzioso, e tentare di alzare un paletto e piantarlo più in là, confinando il cane in un luogo sempre più piccolo.  Solo che come un drago dormiente a custodia di un tesoro egli si sveglia proprio quando gli hai sottratto il suo prezioso e con i denti affilati, per riprendersi ciò che era suo, comincia a correrti dietro, a tentare di morderti.

L’odio vive tranquillo perché tu stesso lo temi.

L’odio è come olio
versato sull’anima,
sporca e non evapora
finché non lo pulisci.
L’odio è come un drago
che protegge un tesoro,
dorme tranquillo
finché non lo derubi.
L’odio non prevede
né previene, conosce
i suoi artigli,
sa che lo temi.

Giacomo

La montagna

La montagna.
Cos’è la montagna?
Muovere i primi passi, appena scesi dalla macchina, al parcheggio.
Sentire i muscoli ancora intorpiditi che si scaldano, il corpo riprendere vita, adagio, e diventare caldo, pronto, presente.
Sentire un’emozione al petto, che cresce, più ci si guarda attorno.
Che paesaggio!
Sembra che sia rimasto intoccato nel corso dei secoli.
Qui, tra queste rocce, mi sento davvero abbracciato dalla natura.
Le appartengo già.
La montagna è un posto unico.
Puoi sentire la freschezza dell’aria.
Respirare, a pieni polmoni, il cielo.

In una classe.
Magari il tema di matematica non è la prima ora.
Così hai tutto il tempo di agitarti per bene.
Per quanto si studia, si ha sempre quel dubbio, inespresso, nascosto dentro di noi, che il professore chieda cose strane, che abbia dormito con un tricheco che continuava a girarsi e svegliarlo, o che gli sia andato il dentifricio di traverso la mattina mentre si lavava i denti…
Così, tè, te ne stai là, seduto su quella sedia, che ha vent’anni e scricchiola quando ti muovi, che ha visto generazioni di studenti prima di te, e che ora sente quel tuo sedere agitato spostarsi in continuazione -stai fermo!- vorrebbe gridarti, -non hai rispetto per gli anziani?- e tu, sopra, nemmeno ci pensi alla sedia, -povera sedia!- te cerchi di pensare ad altro facendo finta che vada tutto bene, con la faccia sgraziata di chi è al patibolo e vede la scure del boia pronta a calare…
…e anche se ci riesci per qualche manciata di minuti…
…quell’agitazione non passa.
E’ no! che non passa!
E allora non ce la fai più.
Devi parlarne con qualcuno, cerchi rassicurazione!
E cosa fai?
Eh, cosa fai?
Gomitata al compagno di banco!
…che inizialmente vorresti anche chiamarlo dolcemente, col ditino sulla spalla, ma te, che ti senti maschio, che devi e vuoi affermarti maschio, non resisti alla tentazione di farti sentire col tuo gomito pungente e tutto ossa tra le sue costole.
Scossone.
Ti aspetti la faccia di chi ti vorrebbe dire:” Che male, brutto…dopo te la rendo.”
E la sua invece ti coglie alla sorpresa, ha due occhietti piccoli piccoli, che ti stanno chiedendo “stavo dormendo, cosa vuoi?”
Allora lo guardi fisso due secondi negli occhi, e poi, come uno spietato spadaccino che dà la stoccata finale, gli infili la fatidica domanda: “Tei, Luca, hai studiato per la verifica te?”
Meccanicamente risponde : “mmmm?”
Frase dalla duplice interpretazione.
Che può voler dire: “Di cosa stai parlando? Quale verifica?”
Oppure: “Ma certo che ho studiato!”
(attimo di silenzio)
I suoi occhi parlano chiaro però, propendi per la prima ipotesi, e gli sorridi soddisfatto.

In uno sperduto villaggio.
Oggi è stata una giornata diversa da tutte quelle che ho vissuto.
Sono arrivati dei ragazzi, con la Jeep che passa il primo di ogni mese, ed erano vestiti in modo strano. Avevano pantaloni blu, lunghi fino alle scarpe, e poi delle magliette colorate come non ne avevo mai visto. E le scarpe erano alte e tutte chiuse con delle corde, che se avessero voluto toglierle avrebbero dovuto slacciarle una ad una, facendo una gran fatica. Ad accoglierli è andato Barroso, il capo villaggio, con un sorriso talmente grande che era la prima volta che gli vedevo così tanti denti. Sembrava che li aspettasse.
Hanno parlato un po’ mentre arrivavano anche Norberto e Salim, a dare una mano a scaricare quelle grosse borse. Evidentemente si sarebbero fermati da noi per un po’.
Io comunque ero là – non voglio mai mancare quando arriva la Jeep – e mi trovavo in prima fila con tutti gli altri bambini del villaggio.
Uno degli stranieri aveva anche degli occhiali scuri scuri sugli occhi che mi sono chiesto come faceva a vederci attraverso. Ho provato ad avvicinarmi e prenderli per capire come era possibile una cosa così, come avesse fatto a non inciamparsi in continuazione. Lui allora si è girato e ha alzato la voce e ho preso paura. Poi, vedendomi là semiparalizzato, ha sorriso leggermente con la bocca, e mi ha messo in mano un pezzo della cioccolata che stava mordicchiando, un goffo tentativo per scusarsi della sua reazione esagerata. Non che a me non piaccia la cioccolata, eh, intendiamoci, ma darmi un pezzo di quella che stava mangiando lui, con il segno dei suoi denti, che schifo! Non volevo mangiarla, davvero, e sono rimasto bloccato in questa situazione che si faceva via via più imbarazzante. Quel tipo mi guardava e mi sorrideva come un pagliaccio, e io guardavo la cioccolata che non volevo mangiare, e quella ovviamente cominciava a sciogliersi, e lui ha cominciato a farfugliare, moccolata, moccolata, mangiare, bona, come se fossi sordo o non avessi capito cos’era. Allora ho alzato gli occhi verso Barroso, cercando di esprimere nello sguardo tutto il mio bisogno di essere salvato ma nei suoi lessi ciò che già il mio cuore sapeva: dovevo accettare quel dono. Non si rifiutano mai i doni. Così ho dovuto mettermela in bocca, controvoglia, gli ho sorriso giusto per cortesia, con la bocca ancora piena, e sconfitto e rassegnato mi sono girato e allontanato da lui il più velocemente possibile. Era un tipo pericoloso!

In autostrada, tra Verona e Trento.

Quando ho guardato fuori dal finestrino mi sono sentito strano.
Non avevo mai visto le montagne.
Abituato alle pianure, dove vedi il cielo dappertutto, guardare una montagna ti fa impressione. Sono grandissime, sembra che tocchino il cielo. E ti fanno sentire piccolo, piccolo, come se tu fossi una formica. Devo dire che ho fatto fatica ad abituarmi, perché spesso mi chiedevo, dov’è il sole? E non lo trovavo perché era già dietro la montagna. Mentre da noi il sole scende piano, e tu lo puoi guardare fino a che diventa rosso e scompare in fondo in fondo. Adesso invece mi sono abituato, forse troppo, perché quando vado a Verona per esempio, sento che mi mancano le montagne, come se mi mancasse la terra sotto i piedi, diventano certezze che spariscono, perché tu ormai sei abituato ad alzare gli occhi e vederle di fronte a te, mentre là se li alzi non le vedi più, ti vien quasi da perdere l’equilibrio.

Davvero l’aria in montagna ha un profumo tutto suo, e si sente che non è inquinata.
Fiori, pascoli, mucche, erba, cielo, nuvole, marmotte, caprioli…
Quassù: un altro mondo; libertà.
Andare in montagna vuol dire anche camminare.
Vedere posti diversi, svoltare una curva e trovarsi davanti una cascata.
Bagnarsi i piedi, rinfrescarsi, ripartire.
Pausa merenda, pausa panini, pausa acqua.
Fermarsi e ripartire.
Camminare, salire, avvicinarsi alla vetta, a una mèta.
La montagna è anche fare fatica, perché prima di arrivare spesso c’è una salita tremenda, e la si deve affrontare. Allora andare in montagna vuol dire anche fare una conquista, combattere e vincere la propria stanchezza, superare i propri limiti.

Il tema di matematica è il mio limite!
Solo ieri ero in montagna e oggi sono invece qui, con la penna che suda nella mia mano, e continua a scivolare.
La fronte è corrucciata.
L’altra mano gioca nervosamente con una ciocca di capelli.
Dovete sapere che il tema comincia un mese prima, quando la professoressa inizia un nuovo argomento. Se paragonassimo il compito in classe di oggi con la montagna di ieri potrei dire che l’introduzione al nuovo argomento sarebbe l’inizio del sentiero, quando ancora è pianeggiante.
Poi cominciano i primi compiti a casa, i primi esercizi, che diventano man mano più difficili, e il sentiero si inerpica, giorno dopo giorno, tra massi di numeri, alberi di angoli, cascate di potenze.
Poi la studiata per il tema.
Quaderni, formule, esercizi…
La sera, stanchissimo, chiudo gli occhi e vedo triangoli e poligoni in fila, che come pecorelle saltano steccati fatti da radici quadrate, alte almeno un metro, tutte in fila indiana.
Così, arriva il grande giorno, mi sveglio salutando con nostalgia i magici reami dei sogni, e mi appresto alla scalata finale, il tema.
E’ l’ultima rampa prima della vetta.
E la mano che stringe la penna comincia a scrivere, lentamente, con grande sforzo, su quel foglio protocollo.

Non sono passati tanti anni da quando andavo a scuola anch’io, ed ora eccomi qua, invece, in viaggio, a scoprire il mondo. La vita mi ha portato a San Caetano in una valle vicino a Pimenteiras, in Piaui, uno stato del nord-est Brasile, dove una nuvola di bambini è venuta ad accoglierci, al termine di un viaggio infinito, come se fossimo delle rockstar. Alla loro età facevo le medie e mi ricordo che durante i temi di matematica mi sudavano le mani, e la penna mi scivolava come fosse una saponetta. Chissà se questi ragazzini hanno la fortuna di andare a scuola! Ed io che mi lamentavo! Se l’alternativa è andare a lavorare tutto il giorno nei campi andare a scuola diventa un lusso. Appena arrivati sono sbucati da ogni posto e ci hanno circondato, erano tantissimi! Probabilmente per loro siamo un’attrazione irresistibile. Non avranno mai visto uno straniero, e non stento a crederlo, è piuttosto difficile raggiungere questo villaggio! Uno di questi ragazzi era stranamente interessato ai miei occhiali da sole. Si è persino arrampicato sul camion per essere alla mia altezza e cercare di prenderli. Ho pensato me li volesse rubare, così gli ho urlato e quello si è immobilizzato, evidentemente colto sul fatto. Però, vista la povertà in cui è vissuto ho capito che non lo aveva fatto con cattiveria, e mi sono dispiaciuto per la sgridata così gli ho dato un po’ della mia cioccolata e lui l’ha tenuta in mano, come fosse un tesoro. L’ha guardata per un pezzo, non capiva che cos’era! Così ho cominciato a spiegargli come meglio potevo che era una cosa da mangiare e che era molto buona! Solo quando ha cominciato a sciogliersi nelle sue mani ha alzato gli occhi e ha deciso di fidarsi e provare. Che dolce! Poi ha sorriso, con la bocca ancora piena, e tutto contento è corso via con un suo amico. Sicuramente tornerà coi suoi amici per volerne dell’altra! Barroso, il nostro contatto, ci è venuto incontro ed è stato gentilissimo, ci ha salutati con un accento particolarmente marcato, e io non ho capito granché ma Giorgio parla un poco di Spagnolo e in qualche modo si sono intesi, e alla fine ci ha ospitati a casa sua. Staremo qui qualche settimana con loro, semplicemente a vivere e a imparare ciò che noi, in Italia, abbiamo invece dimenticato.

La vita è davvero incredibile.
Ho conosciuto un amico in Brasile che è venuto da poco a trovarmi. Vital mi ha scritto, l’ho aiutato a comprarsi il biglietto aereo, e mi ha finalmente raggiunto. Rimarrà in Italia per un po’ di anni, e noi gli daremo una mano a pagarsi gli studi.
La cosa che l’ha colpito di più, mi ha detto, sono state tutte queste montagne. Ancora quando le ha viste durante il tragitto in macchina ne è stato rapito e ho voluto allora organizzargli una gita. Così l’altro giorno l’ho portato dove andavo da piccolo, sulle Dolomiti.
Aveva gli occhi lucidi, emozionati, e continuava a guardarsi in giro, come un bambino, stupefatto da ciò che vedeva. E quando siamo giunti alla cascata è rimasto a bocca aperta.
Vital mi ha detto che a casa sua sarebbero stati più intelligenti però, che così era uno spreco, che loro avrebbero costruito qualcosa per contenere tutta quell’acqua, come una grandissima buca, così nel periodo della secca ne avrebbero avuta in abbondanza. E’ stata dura spiegargli che qui la secca non viene mai.

La vita è davvero come una camminata in montagna.
Sarebbe un peccato viverla parlando di questo e di quello, a testa bassa, guardando solo i nostri piedi invece che il paesaggio e tutta la bellezza che ci circonda. Vivere la vita solo nei weekend sarebbe uno spreco, sarebbe come andare in montagna e gustarsi solo i momenti in cui ci si ferma un attimo a riposare, a prendere fiato, a guardarsi intorno. Vorrei avere gli occhi di Vital e guardare alla vita come una cosa sempre nuova, così non ci sarebbe più un momento brutto, e ogni attimo sarebbe vissuto con curiosità.
E come mia nonna mi ha sempre accolto con il sorriso e un abbraccio ogni volta che l’ho visitata, anche questa immensa piramide di pietra mi ha sempre accolto e sempre mi è stata vicina, aiutandomi a capire quale strada dovevo percorrere, a trovare il coraggio per alcune scelte che dovevo prendere, a ritrovare i miei pensieri più importanti.
E’ come se quassù, essendo più vicini al cielo fossimo anche più vicini a Dio, e nel silenzio della montagna potessimo addirittura sentire quello che ha da dirci.

Quassù: un altro mondo – libertà
Abbracciami Natura
Busso alla porta del tuo giardino
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

scritto da: Giacomo Cestari

Quei pezzetti del puzzle…

E si vola
alla ricerca di un pezzo di puzzle
uno dei pezzi che ti mancano,
che hai disperso chissà dove.

Come se nel vivere
tu stessi costruendo un quadro
incastrando tanti piccoli pezzetti
tra loro, come se il vivere
fosse una continua raccolta,
se mai ce ne ricordassimo,
di quei pezzetti che ci compongono.

E poi, da adulti, ne si cercasse
il capo di questa matassa,
ne si cercassero i pezzetti mancanti,
ci si chiedesse perché siamo come siamo
e cosa ci sia successo affinché…
ci si chiedesse davvero,
onestamente, guardandosi negli occhi,
-Conosco me stesso?-
e scoprendo di non saper granché,
di non saper perché siamo tristi
o sempre scontenti,
di non saper perché siamo nervosi
o sempre sulla difensiva,
di non saper perché siamo paurosi
o sempre insicuri di questo e di quello,
pur essendo stati protagonisti per tutto questo il tempo,
pur essendo noi che abbiamo vissuto tutti gli istanti della nostra vita,
ci si chiedesse finalmente
il
perché
non sappiamo tutte queste cose,
(e chi potrebbe saperle allora?)
che questo corpo che vestiamo
non ha ancora capito chi è
e
perché
è,
non ha ancora capito a chi deve ancora le sue scuse
e chi deve invece perdonare,
che questo corpo che vestiamo
è stato un automa per troppo tempo
e che è giunto il momento di conoscerlo meglio.

Così si prende il volo,
dentro se stessi,
in quell’universo buio che conteniamo,
l’enorme
vasto
spazio
in cui precipitiamo con gli occhi chiusi,
l’infinita
nostra
essenza
che tanto lontana da noi sembra essere,
eppure, è proprio dietro la porta,
al di là dello steccato,
vicina di casa forse,
forse addirittura in casa nostra,
forse
in cantina.

Giacomo