Global warming explained

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Giacomo Cestari

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Qualche riflessione a partire dalle indicazioni nazionali sulla scuola

Ecco le riflessioni di un’amica (insegnante di scuola primaria) in seguito alla lettura delle nuove indicazioni nazionali sulla scuola:

“Dunque ho letto, in modo non troppo approfondito perchè dopo un po’ mi veniva un gran nervoso a leggere cotante belle parole così lontane dalla realtà dei fatti e dalle intenzioni di chi la scuola la vuole distruggere, altro che innovare…  cmq mi sembra che si ponga molto l’accento sulla necessità di un apprendimento pratico, cooperativo, laboratoriale, peccato poi che i banchi non si possano nemmeno spostare, che i laboratori non esistano praticamente più, che la società vada nella direzione di un progressivo e deleterio individualismo e non certo di una sana cooperazione e tutela del bene comune. si invitano i docenti a sensibilizzare i ragazzi sulle bellezze e le risorse del nostro territorio e poi sadicamente le si distrugge costruendo tav e cantieri sotto i loro occhi impotenti ma colti. si raccomanda ai ragazzi il rispetto per le altre culture, l’accoglienza verso chi parla un’ altra lingua e poi si mandano a morire migliaia di migranti, si decide con un comodo no la vita e la morte delle persone, si tiene chi accresce l’ economia e fa il lavoro sporco, si manda via chi non serve, si mangiano i kebab, si ascoltano le musiche, ci si vanta di vivere in quartieri folkloristici e non si vuole vedere la persona dietro il folklore con i suoi problemi, i suoi difetti, la sua vita che va bene finchè non mette in ombra la nostra fino a che non ci mette in discussione. si insegna la costituzione e l’educazione civica ai ragazzi e poi li si lascia morire in mano alle cosidette forze dell’ordine garanti del rispetto delle leggi di uno stato che appare ridicolo mentre cerca di definirsi civile. è questo che mi sentirei di dire al nostro caro ministero…  e invece mi si offre la grande possibilità di scegliere con una crocetta la più elegante tra tre diciture e pertanto sarà quello che cercherò di fare…”

Marta

Cominciamo ad essere coerenti?

I tempi sono cambiati in modo repentino.
Vent’anni fa la gente si sposava finite le superiori, a ventiquattro anni avevano già un figlio, qualcuno due o tre. Il lavoro era solitamente a contratto indeterminato, si potevano fare mutui e comprare casa, fare progetti a lungo termine, fondi pensione, assicurazioni. Era difficile rimanere senza lavoro, l’economia era in espansione, e c’era fiducia nei mercati. Così si investiva, e l’economia girava.
Per contro i ragazzi studiavano poco e viaggiavano ancora meno, poche erano le strade che ognuno poteva scegliere per la propria vita, e nessuno, o quasi, si sognava di andare all’estero, casomai si programmava di spostarsi dalle valli alla città, o al massimo da una città ad un’altra.
Vent’anni appena sono passati e già tutto è cambiato.
L’economia è in contrazione, in pochi investono, nessuno più pensa a progetti a lungo termine, pochissimi fanno dei mutui e chi ne ha uno spesso non riesce a pagarlo, le banche pignorano beni, i contratti di lavoro sono tutti a tempo determinato, o Co.Co.Pro.
Succede però che i giovani negli ultimi anni hanno aperto la testa, hanno studiato e hanno visto una fetta di mondo, al giorno d’oggi sono tanti quelli che contano esperienze lavorative all’estero o che sanno due lingue. Eppure sono tutti senza lavoro, o con contratti da fame. Siamo al tracollo.
Fare una famiglia diventa difficile, perché spesso prima di avventurarsi in progetti così grandi si cercano qualche certezza in più, una casa, un lavoro, cose così, ma questo periodo storico non è un periodo di certezze, quelle non te le lascia avere.
Questa è l’era dell’incertezza.
Fare progetti a lungo termine?
E per quale motivo?
Domani è domani, e in questa economia il domani forse non sarà come ce lo si aspetta! Probabilmente non ci sarà neppure l’euro, o l’Italia come la conosciamo oggi. Figurarsi quale sicurezza posso avere nel mio lavoro se il mio stato in primis rischia il tracollo assieme a tutta l’europa.
Il lavoro?
Oggi ce l’ho, domani chissà.
Per quanto ne so potrei trovarmi da qui a un anno a lavorare in Tasmania.
Aprire un mutuo?
Non ci penso nemmeno.
Pensare alla pensione?
Ma ci credete ancora a queste favole?
Noi abbiamo smesso da un pezzo.
E sapete qual è la cosa più incredibile?
E’ l’incongruenza di questa situazione che diventa quasi paradossale.
Quest’estate sarò un mese disoccupato perché mi scade il contratto (sempre se poi a settembre vengo rinnovato.) Mi hanno detto di chiedere la disoccupazione.
Io però potrei anche sbrigarmi e trovare lavoro per quel mese.
Spiegatemi perché lo stato rende più conveniente stare a casa a poltrire invece che darsi una mossa e trovare un lavoro. Spiegatemi perché. Mi hanno detto: ma è importante per avere la continuità dei contributi inps!
Avevo già le carte in mano, e mi son sentito una contrazione allo stomaco strana.

Che cavolo sto facendo, mi son chiesto? Io non ho bisogno di questi soldi, io non chiederò la disoccupazione, chi se ne frega della continuità inps! lavorerò un mese in più quando sarà l’ora se dovrò! Se accettassi questi soldi mi sentirei un perdente meschino, corrotto e corruttibile, come tutti quelli che tanto disprezzo e critico.
Che vadano questi soldi a chi ne ha bisogno, ai terremotati, alle piccole imprese.
Qualcuno potrebbe dire che sarà qualcun altro ad intascarseli, a rubarli questi soldi, qualcun altro mi dirà che il mio gesto non gioverà a nessuno, perché è tanto piccolo che non cambierà la vita e non verrà notato.
Eppure ancora io non posso.
Ho degli ideali a cui non riesco a rinunciare.
Se vogliamo e crediamo in una rivoluzione dobbiamo cominciare da noi stessi, piccoli gesti.
Cominciare ad essere coerenti.
Io comincio da qui.
E voi?

Giacomo

Khyra (parte 2 di 2)

Volute d’incenso aleggiavono nella calda camera, e strani canti provenivano da lontano, da qualche stanza dell’edificio. A Khyra sembrava di sognare, ma quando scese dal letto e iniziò a camminare lungo la stanza capì velocemente di essere sveglio.
In un angolo, seduto su un tappeto a gambe incrociate, un uomo di mezza età stava preparando del tè con gesti eleganti e dosati. Quasi incantato Khyra rimase in piedi a osservare. “Vieni avanti, o hai ancora il cervello congelato?” risuonò una calda e profonda voce. E lentamente l’uomo si girò verso il ragazzo sondando i suoi occhi con uno sguardo profondo.
Khyra fu come attraversato da una scarica elettrica; quegli occhi lo stavano chiamando. Lentamente si avvicinò al tavolo, si sedettè per terra e prese la tazza di tè che l’uomo gli porse. “Qual’è il tuo nome?” gli chiese il monaco, sorridendogli . “Mi chiamo Khyra.” rispose velocemente il ragazzo, prima di bere la calda bevanda. “E da dove vieni? Cosa cerchi quassù?” gli domandò il monaco. “Se non ti avessi visto stanotte, adesso saresti parte della montagna!”, concluse l’uomo, accennando un lieve sorriso.
Il monaco sembrava divertito, e Khyra lo comprese subito. Si sentiva a suo agio. “Niente! Non sto cercando niente…” cercò di rispondere il ragazzo, senza completare la frase. “Non so nemmeno io cosa sto cercando…voglio solo stare lontano dal mondo, dal mio villaggio, da tutti…” disse fra sé e sé Khyra, fissando il tè fumante nella tazza.
L’anziano monaco prima di proseguire il discorso, sorseggiò lentamente del tè, appoggiò con grazia la tazza sul tavolo e iniziò a parlare. Il suo volto aveva mutato espressione, e Khyra si accorse che qualcosa era cambiato nell’aria.
“Se cerchi ciò che penso, scalare la Sacra Montagna appare simile a una passeggiata. La via che forse vuoi imboccare rappresenta il sentiero più difficile che un uomo possa calcare. Vi sono persone che contengono dentro di loro un anelito verso qualcosa che, inizialmente, non riescono a definire. Ma per raggiungere infine quella meta devi cambiare te stesso, figlio mio. Non si cambia proprio niente e nessuno se prima non forgi te stesso…e non esiste luogo più bello di ciò che già contieni dentro… Tuttavia queste che ti dico rimarranno per sempre belle parole: occore realizzarle. E non vi sono infiniti modi per farlo…”
Khyra non capiva; era confuso. Un senso di fastidio cominciò a emergere dentro di lui. Aveva girato in lungo e in largo lontano dal suo paese, dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua donna, e forse in qualche modo stava rifuggendo sè stesso. Le parole di quel vecchio monaco che lo guardava con aria quasi divertita, continuavano a risuonargli dentro. “Per raggiungere quella meta devi prima cambiare te stesso, cambiare te stesso, cambiare te stesso…”.
Bevve un pò di te, quasi per darsi coraggio prima di parlare. Poi, cercando di sostenere lo sguardo del monaco, gli chiese con forza: “E quali sarebbero questi modi per farlo?!”.
“Come ti ho detto prima” riprese il lama “nel tempo sono stati aperti molti sentieri per raggiungere ciò che, forse, cerchi. Puoi anche immaginarli come dei mantelli, ognuno dei quali ha un colore particolare, un ricamo specifico ed un materiale differente. Tuttavia ciò che ricoprono non cambia in essenza. Ma puoi anche pensare alla via come una ricetta. Vi sono molte locande e molti cuochi…”
Il ragazzo ascoltava con un attenzione assoluta. Non aveva compreso molto di quel discorso, tuttavia quelle parole avevo sfiorato qualcosa dentro di lui. “E tu che riso cucini?” Non si era nemmeno reso conto di aver pronunciato quelle parole, che quasi per magia le erano uscite dalla bocca. Il volto del lama rimase perfettamente immobile. Ripose la propria tazza sul tavolino, e in un lampo fu in piedi. La postura nobile evidenziava maggiormente l’alta e massiccia figura dell’uomo. Con un movimento secco ma fluido, fece segno a Khyra di alzarsi. “Vieni! Forse il riso che io cucino potrebbe piacerti…”

Demetrio

La montagna

La montagna.
Cos’è la montagna?
Muovere i primi passi, appena scesi dalla macchina, al parcheggio.
Sentire i muscoli ancora intorpiditi che si scaldano, il corpo riprendere vita, adagio, e diventare caldo, pronto, presente.
Sentire un’emozione al petto, che cresce, più ci si guarda attorno.
Che paesaggio!
Sembra che sia rimasto intoccato nel corso dei secoli.
Qui, tra queste rocce, mi sento davvero abbracciato dalla natura.
Le appartengo già.
La montagna è un posto unico.
Puoi sentire la freschezza dell’aria.
Respirare, a pieni polmoni, il cielo.

In una classe.
Magari il tema di matematica non è la prima ora.
Così hai tutto il tempo di agitarti per bene.
Per quanto si studia, si ha sempre quel dubbio, inespresso, nascosto dentro di noi, che il professore chieda cose strane, che abbia dormito con un tricheco che continuava a girarsi e svegliarlo, o che gli sia andato il dentifricio di traverso la mattina mentre si lavava i denti…
Così, tè, te ne stai là, seduto su quella sedia, che ha vent’anni e scricchiola quando ti muovi, che ha visto generazioni di studenti prima di te, e che ora sente quel tuo sedere agitato spostarsi in continuazione -stai fermo!- vorrebbe gridarti, -non hai rispetto per gli anziani?- e tu, sopra, nemmeno ci pensi alla sedia, -povera sedia!- te cerchi di pensare ad altro facendo finta che vada tutto bene, con la faccia sgraziata di chi è al patibolo e vede la scure del boia pronta a calare…
…e anche se ci riesci per qualche manciata di minuti…
…quell’agitazione non passa.
E’ no! che non passa!
E allora non ce la fai più.
Devi parlarne con qualcuno, cerchi rassicurazione!
E cosa fai?
Eh, cosa fai?
Gomitata al compagno di banco!
…che inizialmente vorresti anche chiamarlo dolcemente, col ditino sulla spalla, ma te, che ti senti maschio, che devi e vuoi affermarti maschio, non resisti alla tentazione di farti sentire col tuo gomito pungente e tutto ossa tra le sue costole.
Scossone.
Ti aspetti la faccia di chi ti vorrebbe dire:” Che male, brutto…dopo te la rendo.”
E la sua invece ti coglie alla sorpresa, ha due occhietti piccoli piccoli, che ti stanno chiedendo “stavo dormendo, cosa vuoi?”
Allora lo guardi fisso due secondi negli occhi, e poi, come uno spietato spadaccino che dà la stoccata finale, gli infili la fatidica domanda: “Tei, Luca, hai studiato per la verifica te?”
Meccanicamente risponde : “mmmm?”
Frase dalla duplice interpretazione.
Che può voler dire: “Di cosa stai parlando? Quale verifica?”
Oppure: “Ma certo che ho studiato!”
(attimo di silenzio)
I suoi occhi parlano chiaro però, propendi per la prima ipotesi, e gli sorridi soddisfatto.

In uno sperduto villaggio.
Oggi è stata una giornata diversa da tutte quelle che ho vissuto.
Sono arrivati dei ragazzi, con la Jeep che passa il primo di ogni mese, ed erano vestiti in modo strano. Avevano pantaloni blu, lunghi fino alle scarpe, e poi delle magliette colorate come non ne avevo mai visto. E le scarpe erano alte e tutte chiuse con delle corde, che se avessero voluto toglierle avrebbero dovuto slacciarle una ad una, facendo una gran fatica. Ad accoglierli è andato Barroso, il capo villaggio, con un sorriso talmente grande che era la prima volta che gli vedevo così tanti denti. Sembrava che li aspettasse.
Hanno parlato un po’ mentre arrivavano anche Norberto e Salim, a dare una mano a scaricare quelle grosse borse. Evidentemente si sarebbero fermati da noi per un po’.
Io comunque ero là – non voglio mai mancare quando arriva la Jeep – e mi trovavo in prima fila con tutti gli altri bambini del villaggio.
Uno degli stranieri aveva anche degli occhiali scuri scuri sugli occhi che mi sono chiesto come faceva a vederci attraverso. Ho provato ad avvicinarmi e prenderli per capire come era possibile una cosa così, come avesse fatto a non inciamparsi in continuazione. Lui allora si è girato e ha alzato la voce e ho preso paura. Poi, vedendomi là semiparalizzato, ha sorriso leggermente con la bocca, e mi ha messo in mano un pezzo della cioccolata che stava mordicchiando, un goffo tentativo per scusarsi della sua reazione esagerata. Non che a me non piaccia la cioccolata, eh, intendiamoci, ma darmi un pezzo di quella che stava mangiando lui, con il segno dei suoi denti, che schifo! Non volevo mangiarla, davvero, e sono rimasto bloccato in questa situazione che si faceva via via più imbarazzante. Quel tipo mi guardava e mi sorrideva come un pagliaccio, e io guardavo la cioccolata che non volevo mangiare, e quella ovviamente cominciava a sciogliersi, e lui ha cominciato a farfugliare, moccolata, moccolata, mangiare, bona, come se fossi sordo o non avessi capito cos’era. Allora ho alzato gli occhi verso Barroso, cercando di esprimere nello sguardo tutto il mio bisogno di essere salvato ma nei suoi lessi ciò che già il mio cuore sapeva: dovevo accettare quel dono. Non si rifiutano mai i doni. Così ho dovuto mettermela in bocca, controvoglia, gli ho sorriso giusto per cortesia, con la bocca ancora piena, e sconfitto e rassegnato mi sono girato e allontanato da lui il più velocemente possibile. Era un tipo pericoloso!

In autostrada, tra Verona e Trento.

Quando ho guardato fuori dal finestrino mi sono sentito strano.
Non avevo mai visto le montagne.
Abituato alle pianure, dove vedi il cielo dappertutto, guardare una montagna ti fa impressione. Sono grandissime, sembra che tocchino il cielo. E ti fanno sentire piccolo, piccolo, come se tu fossi una formica. Devo dire che ho fatto fatica ad abituarmi, perché spesso mi chiedevo, dov’è il sole? E non lo trovavo perché era già dietro la montagna. Mentre da noi il sole scende piano, e tu lo puoi guardare fino a che diventa rosso e scompare in fondo in fondo. Adesso invece mi sono abituato, forse troppo, perché quando vado a Verona per esempio, sento che mi mancano le montagne, come se mi mancasse la terra sotto i piedi, diventano certezze che spariscono, perché tu ormai sei abituato ad alzare gli occhi e vederle di fronte a te, mentre là se li alzi non le vedi più, ti vien quasi da perdere l’equilibrio.

Davvero l’aria in montagna ha un profumo tutto suo, e si sente che non è inquinata.
Fiori, pascoli, mucche, erba, cielo, nuvole, marmotte, caprioli…
Quassù: un altro mondo; libertà.
Andare in montagna vuol dire anche camminare.
Vedere posti diversi, svoltare una curva e trovarsi davanti una cascata.
Bagnarsi i piedi, rinfrescarsi, ripartire.
Pausa merenda, pausa panini, pausa acqua.
Fermarsi e ripartire.
Camminare, salire, avvicinarsi alla vetta, a una mèta.
La montagna è anche fare fatica, perché prima di arrivare spesso c’è una salita tremenda, e la si deve affrontare. Allora andare in montagna vuol dire anche fare una conquista, combattere e vincere la propria stanchezza, superare i propri limiti.

Il tema di matematica è il mio limite!
Solo ieri ero in montagna e oggi sono invece qui, con la penna che suda nella mia mano, e continua a scivolare.
La fronte è corrucciata.
L’altra mano gioca nervosamente con una ciocca di capelli.
Dovete sapere che il tema comincia un mese prima, quando la professoressa inizia un nuovo argomento. Se paragonassimo il compito in classe di oggi con la montagna di ieri potrei dire che l’introduzione al nuovo argomento sarebbe l’inizio del sentiero, quando ancora è pianeggiante.
Poi cominciano i primi compiti a casa, i primi esercizi, che diventano man mano più difficili, e il sentiero si inerpica, giorno dopo giorno, tra massi di numeri, alberi di angoli, cascate di potenze.
Poi la studiata per il tema.
Quaderni, formule, esercizi…
La sera, stanchissimo, chiudo gli occhi e vedo triangoli e poligoni in fila, che come pecorelle saltano steccati fatti da radici quadrate, alte almeno un metro, tutte in fila indiana.
Così, arriva il grande giorno, mi sveglio salutando con nostalgia i magici reami dei sogni, e mi appresto alla scalata finale, il tema.
E’ l’ultima rampa prima della vetta.
E la mano che stringe la penna comincia a scrivere, lentamente, con grande sforzo, su quel foglio protocollo.

Non sono passati tanti anni da quando andavo a scuola anch’io, ed ora eccomi qua, invece, in viaggio, a scoprire il mondo. La vita mi ha portato a San Caetano in una valle vicino a Pimenteiras, in Piaui, uno stato del nord-est Brasile, dove una nuvola di bambini è venuta ad accoglierci, al termine di un viaggio infinito, come se fossimo delle rockstar. Alla loro età facevo le medie e mi ricordo che durante i temi di matematica mi sudavano le mani, e la penna mi scivolava come fosse una saponetta. Chissà se questi ragazzini hanno la fortuna di andare a scuola! Ed io che mi lamentavo! Se l’alternativa è andare a lavorare tutto il giorno nei campi andare a scuola diventa un lusso. Appena arrivati sono sbucati da ogni posto e ci hanno circondato, erano tantissimi! Probabilmente per loro siamo un’attrazione irresistibile. Non avranno mai visto uno straniero, e non stento a crederlo, è piuttosto difficile raggiungere questo villaggio! Uno di questi ragazzi era stranamente interessato ai miei occhiali da sole. Si è persino arrampicato sul camion per essere alla mia altezza e cercare di prenderli. Ho pensato me li volesse rubare, così gli ho urlato e quello si è immobilizzato, evidentemente colto sul fatto. Però, vista la povertà in cui è vissuto ho capito che non lo aveva fatto con cattiveria, e mi sono dispiaciuto per la sgridata così gli ho dato un po’ della mia cioccolata e lui l’ha tenuta in mano, come fosse un tesoro. L’ha guardata per un pezzo, non capiva che cos’era! Così ho cominciato a spiegargli come meglio potevo che era una cosa da mangiare e che era molto buona! Solo quando ha cominciato a sciogliersi nelle sue mani ha alzato gli occhi e ha deciso di fidarsi e provare. Che dolce! Poi ha sorriso, con la bocca ancora piena, e tutto contento è corso via con un suo amico. Sicuramente tornerà coi suoi amici per volerne dell’altra! Barroso, il nostro contatto, ci è venuto incontro ed è stato gentilissimo, ci ha salutati con un accento particolarmente marcato, e io non ho capito granché ma Giorgio parla un poco di Spagnolo e in qualche modo si sono intesi, e alla fine ci ha ospitati a casa sua. Staremo qui qualche settimana con loro, semplicemente a vivere e a imparare ciò che noi, in Italia, abbiamo invece dimenticato.

La vita è davvero incredibile.
Ho conosciuto un amico in Brasile che è venuto da poco a trovarmi. Vital mi ha scritto, l’ho aiutato a comprarsi il biglietto aereo, e mi ha finalmente raggiunto. Rimarrà in Italia per un po’ di anni, e noi gli daremo una mano a pagarsi gli studi.
La cosa che l’ha colpito di più, mi ha detto, sono state tutte queste montagne. Ancora quando le ha viste durante il tragitto in macchina ne è stato rapito e ho voluto allora organizzargli una gita. Così l’altro giorno l’ho portato dove andavo da piccolo, sulle Dolomiti.
Aveva gli occhi lucidi, emozionati, e continuava a guardarsi in giro, come un bambino, stupefatto da ciò che vedeva. E quando siamo giunti alla cascata è rimasto a bocca aperta.
Vital mi ha detto che a casa sua sarebbero stati più intelligenti però, che così era uno spreco, che loro avrebbero costruito qualcosa per contenere tutta quell’acqua, come una grandissima buca, così nel periodo della secca ne avrebbero avuta in abbondanza. E’ stata dura spiegargli che qui la secca non viene mai.

La vita è davvero come una camminata in montagna.
Sarebbe un peccato viverla parlando di questo e di quello, a testa bassa, guardando solo i nostri piedi invece che il paesaggio e tutta la bellezza che ci circonda. Vivere la vita solo nei weekend sarebbe uno spreco, sarebbe come andare in montagna e gustarsi solo i momenti in cui ci si ferma un attimo a riposare, a prendere fiato, a guardarsi intorno. Vorrei avere gli occhi di Vital e guardare alla vita come una cosa sempre nuova, così non ci sarebbe più un momento brutto, e ogni attimo sarebbe vissuto con curiosità.
E come mia nonna mi ha sempre accolto con il sorriso e un abbraccio ogni volta che l’ho visitata, anche questa immensa piramide di pietra mi ha sempre accolto e sempre mi è stata vicina, aiutandomi a capire quale strada dovevo percorrere, a trovare il coraggio per alcune scelte che dovevo prendere, a ritrovare i miei pensieri più importanti.
E’ come se quassù, essendo più vicini al cielo fossimo anche più vicini a Dio, e nel silenzio della montagna potessimo addirittura sentire quello che ha da dirci.

Quassù: un altro mondo – libertà
Abbracciami Natura
Busso alla porta del tuo giardino
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

scritto da: Giacomo Cestari

Passione per insegnare o passione per la materia insegnata?

Ci sono due qualità importanti per un insegnante: la passione per la materia oggetto di insegnamento e la passione per la didattica, ovvero per l’insegnamento in quanto tale. Detto questo ci sono 4 tipi di insegnanti, quelli che non possiedono nè l’una nè l’altra, quelli che ne possiedono solo una, e quelli che le possiedono entrambe. Direi però, se volessi scremare, che la passione per l’insegnamento e la didattica è il prerequisito per questo lavoro, in quanto essa, essendo la passione per la professione esercitata, è il punto di partenza, fondamenta solide per questa carriera. Mi dispiace un po’ che oggi, questa passione, non venga considerata più di tanto, nè ai colloqui, nè ai test od esami abilitanti, sebbene gli studenti possano indicare con estrema precisione quali sono gli insegnanti che ne sono dotati. Non saprei fare statistica, nemmeno ad occhio, su quanti siano i docenti carenti di tali passioni, so per certo però, che averle entrambe, equivale ad essere un grande insegnante, un grande Maestro.

Giacomo

Did you know?

Prendo spunto da questo video per partire con un ragionamento più vasto.

Si diceva…
Gli stati in via di sviluppo…blabla…paesi come la Cina, l’India…blabla
Oggi si crede che siano ancora in via di sviluppo…
Ma sono più sviluppati di noi.

L’evoluzione è in atto e sta subendo un’accelerazione fortissima, esponenziale.

A cosa rimanere aggrappati per non essere disarcionati via da questa forte spinta?

Non c’è più un angolo del mondo, oggi tutto è centro e le distanze non contano più.

Con Internet il modo di insegnare potrebbe essere drasticamente rivoluzionato: potrebbe essere molto più utile saper come fare una ricerca su wiki o su google che non sapere direttamente le cose. D’altronde lo scibile è sempre più grande, talmente tanto da risultare impossibile ormai d’apprenderlo. Dico così anche per provocare, e vi chiedo, serve di più dare la conoscenza o dare un modo per poterci arrivare? Sotto un certo punto di vista, con un tablet in mano potremmo rispondere a qualsiasi domanda ci venga posta. Una nuova rivoluzione, come quella della calcolatrice. Da quando esistono le calcolatrici serve veramente saper fare le divisioni a mano? le moltiplicazioni? Le radici quadrate? Ora che ci sono i tablet è così indispensabile sapere cos’è un protone o è meglio sapere che puoi trovare le risposte su wikipedia? Forse dovremmo fermarci un attimo e invece di perdere tempo a insegnare concetti antichi e che non useremo mai dovremmo seguire la tecnologia, stare al passo con questa accelerazione esponenziale tecnologica-informatica con insegnamenti più validi e utili, per esempio dare ai ragazzi di oggi le conoscenze per non perdersi in questo mondo virtuale, che con facebook, myspace…è sempre più facile sbagliare e confondere quale sia la realtà, dove sia il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente. Forse dovremmo fare un’analisi attenta ed ammettere che prima di geografia, storia, latino, matematica…dovremmo insegnare ai ragazzi a non perdersi in questo mondo,  ad usare lo strumento e a non esserne usati, a trovare sempre la verità e la strada giusta da imboccare per essere felici, sempre.

Giacomo

The secret garden

Bisogna imparare a gustare una buona tazza di tè bianco al gelsomino seduti per terra; allora qualcosa cambia. Si prende tempo, si evade dalla gabbia della meccanicità quotidiana e lo sguardo si spinge lontano, dove osano solo le aquile.
Questo è un rito che ci aiuta ad evolvere verso la semplicità.
Significa sapersi fermare, donarsi spazio per incontrare sè stessi in compagnia di un fiore che ha incantato i giardinieri di tutto il mondo, nell’eleganza di quattro petali dal candore immacolato, nella fragranza di un profumo mite.
Il rito del tè, proprio alla tradizione nipponica, è un mezzo abile che ci può avvicinare alla percezione di “esserci” e tale rito, collegato alla mente ed al cuore dell’uomo, può vivere anche nella gestualità quotidiana, conoscendone il segreto.
Ci stanno rubando il tempo. Ci dicono che non c’è tempo.
Che non abbiamo più tempo.
Innanzi al fantasma di una mente tradita, noi moriamo lentamente.
Il ritmo frenetico dell’ attuale civiltà ipertecnologica ci ha negato il giardino segreto fatto di intimità pensante, ostacolandoci così nella possibilità di forgiare noi stessi, di modellarci nella fucina di un divenire percepito, osservato.

La matrice vivente del nostro futuro è in quel giardino…

Tratto da uno scritto di Paolo Facchini.