La Via del Fuoco

Conobbi Louis, nel deserto arido di nudapietra, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Lorene, nelle lande verdi di pratovalle, ed insieme accendemmo un fuoco.
Conobbi Matisse e con lui accesi un fuoco.
Conobbi Mariette e con lei accesi un fuoco.
Conobbi…

Accendevo fuochi con le persone e li alimentavo ogni giorno, per mantenerli vivi.
Accendevo fuochi con le persone e ne accesi tanti, era bello avere sempre un fuoco presso cui scaldarsi.

Li accendevamo sempre in due, e in due vi gettavamo la legna, un ciocco a testa.
In due controllavamo che il fuoco non si spegnesse, in due ci scaldavamo a quel tepore.

Se uno di noi non gettava più la legna, attorno al fuoco non ci si scaldava più.
Se uno di noi non gettava più la legna, era come esser soli attorno a quel fuoco.
Se uno di noi non gettava più la legna, allora il fuoco si spegneva lentamente.

Ho visto fuochi salvati per miracolo proprio quando l’ultima brace stava per spegnersi.
Ho visto fuochi bruciare intensamente e poi spegnersi nel giro di poche ore.
Ho visto tragiche scene, dove uno gettava legna come un matto su un fuoco da solo, mentre l’altra persona stava a guardare e sorrideva solo quando la fiamma riusciva a scaldarla.
Ho visto fuochi sopravvivere con un minimo di fiamma per decenni, una fiamma talmente sottile e debole che non ha mai scaldato abbastanza. Ho visto persone prender freddo attorno a quei fuochi senza mai capire che la legna che vi gettavano era troppo poca. Ho visto quelle persone dirsi addio, perché quel fuoco che avevano acceso non era sufficientemente caldo, ne erano disposte a metterci più legna.
Ho visto persone lasciare che il fuoco si spegnesse perché troppo convinte di non avere tempo di metterci la legna.
Ho visto fuochi enormi accesi tra più persone, e bruciare così tanto da avere la forza di scaldare tanta gente.
Ho visto persone avvicinarsi e scaldarsi veramente per la prima volta.
Ho visto i loro sorrisi.
Ho visto qualcuno che non sapeva nemmeno cosa fosse un fuoco, l’ho visto avvicinarsi per poi scappare di nuovo al freddo e al buio, come una bestia, con la paura di scottarsi.
Ho visto persone incapaci di comprendere cosa sia un grande fuoco e quanto importante possa essere, li ho visti incapaci di alimentare un fuoco per avere una grande fiamma, li ho visti accontentarsi di un fiammifero e orgogliosi andarsene solitari lontano.

Ho imparato nella vita che è difficile mantenere un fuoco vivo, che il lavoro è tanto ma soprattutto occorre essere costanti e lavorare in due.
Ho imparato che la legna bisogna sempre gettarla quando questa è secca e disponibile, perché domani potrebbe piovere e bagnarsi. Ho imparato quindi che non bisogna elemosinare sulla legna, che non bisogna aspettare che la fiamma si indebolisca troppo per gettarne di nuova, perchè potrebbe essere troppo tardi.
Ho imparato che non bisogna dimenticarsi di un fuoco, ne lasciarlo solo, ne darlo per scontato e credere che possiamo non dargli legna oggi e trovarlo vivo domani.

Alimentare un fuoco è sì fondamentale affinché questo sopravviva, ma alimentare un fuoco non è fornirgli legna appena appena bastante affinché questo sopravviva.

Se avete un fuoco, non abbiatene paura e trovate il tempo di alimentarlo assieme con vigore e costanza. Fate che la sua fiamma bruci intensamente affinché possiate sorridere abbracciati e soddisfatti al suo intenso calore. Un giorno ne potrete anche accendere molti, e potrete farlo assieme a tante persone, potrete donare il calore del fuoco e l’arte di accenderlo e mantenerlo vivo agli altri, come una perla di rara saggezza, sarà un testimone importantissimo che passerà di generazione in generazione col potere di scaldare chi ancora su questo pianeta ha freddo.

Giacomo

Se non ora, quando?

Dalle pagine di un diario…
…per alcuni miei fratelli di Pratica.

Se non ora, quando?

 
Domenica 13 febbraio

Leggevo queste scritte sui cartelloni in piazza Italia, alla manifestazione delle donne contro il governo. Là, in mezzo a quella folla, mi chiedevo perché mille manifestazioni non abbiano sortito effetto, contro un governo che poco ha di democratico e tanto invece di dittatura.

Lunedì 14 febbraio

Cerco casa. Forse la trovo, poi mi sfuma davanti. Ma non importa. Importa che se non trovo un contratto indeterminato non ho garanzie da dare alla banca per aprirmi un mutuo col quale comprare casa, e allora devo andare in affitto ma se non ho nemmeno un contratto determinato non ho garanzie di riuscire a pagarlo questo affitto così col mio rosicchiare lavori poco riesco a fare e la mia situazione rimane stagnante, in una casa che non sento più mia. Verrò a vivere tra i monti, oh aquila alpina?

Martedì 15 febbraio

Tutto non si riesce a prendere nella vita. Posso allargare i miei tentacoli, ma la giornata è fatta di 24 ore e qualcuna bisogna pur dormirla. In cambio posso dire che non mi stufo. Ho la bellezza di 3 lavori. Sono fortunato. Anche se per vedere i prossimi soldi mi tocca aspettare aprile-maggio, dicono, dei quali mezzi li dovrò versare in tasse. Faccio un sorriso largo, ostentato, che sembra un aprire la bocca quasi per mordere qualcuno.

Mercoledì 16 febbraio

Non capisco perchè io non riesca a trovare un equilibrio, cazzo, una via di mezzo. O troppo lavoro, o troppo poco. O mi ammazzo con 14 ore al giorno o mi gratto i cosiddetti. Gli ultimi 3 anni sono stati una continua altalena tra il troppo e il troppo poco. Io non sono incostante, è l’offerta di lavoro che è incostante, e io prendo quella che c’è, quando c’è. Mi tocca. Stagionale? Avanti, presente! Almeno così i soldi non mi mancano mai, e posso offrire alla mia ragazza una cena quando usciamo assieme.

Giovedì 17 febbraio

A fine giornata potrei avere del tempo per me stesso. Mi sono alzato alle 6.30 e sono tornato a casa alle 22. Faccio cena. Dopo, prima di andare a dormire, posso rubare 15-30 minuti  che sarebbero stati di nanne per…per…? Ad inizio giornata potrei avere del tempo per me stesso. Posso rubare 15-30 minuti al sonno per… per…? Mi siedo su una sedia, e con fare meditabondo mi piego in avanti, appoggiando il gomito sul ginocchio destro e la mano sul mento, sorreggendolo. Sono minuti importanti, questi, gli unici per me. Non vanno sprecati. A cosa li destino? Allora mi chiedo, tra tutte le migliaia di cose che mi balzano in testa, quali posso rimandare al giorno dopo e quali, o quale, posso farla solo oggi? Allora comincio a sfoltire la lista…Un libro posso leggerlo anche domani, un film posso guardarlo più avanti, eccetera. Passo in rassegna tutte le possibilità, tutte tranne una. E allora capisco. Là mi fermo, ho trovato la risposta. E allora mi ricordo di una frase, sentita per un caso analogo…

Se non ora, quando?

Giacomo

Lettera dal Giappone

Anno domini 1304 d.C.
Monastero di Bose, Giappone

Ai miei cari amici, Fu Tien e Lhan Juo Dan.
私の親愛なる友人、ポールとジュリーに

Ho tre candele vicino al mio letto e le accendo tutte e tre prima della pratica serale di Zazen. Una candela è più consumata delle altre, esiste da molto tempo, parecchio prima delle altre due. E’ inevitabile che la sua vita durerà di meno, è la legge del tempo, la natura delle cose. E’ però anche vero che da molto tempo essa dona al buio la sua luce senza risparmiarsi, luce che sembra essere sempre più forte, sempre più brillante man mano che passano i giorni. La sua fiamma è alta e impetuosa, ha realizzato per questo la sua natura di candela, portatrice del fuoco. Questa candela mi ricorda tanto il mio Maestro.

La seconda candela è grossa e alta. Ha pochi mesi di vita, ma già la sua fiamma è forte. Purtroppo a volte si forma della condensa di acqua sulle pareti interne, per questo la sento lottare quando una goccia di mescola alla cera. Il fuoco allora comincia a scoppiettare, fa rumore, è come se si arrabbiasse. Poi, si spegne. Allora pazientemente la riaccendo con un bastoncino, prendendo il fuoco dalla prima candela. Ha una grande potenzialità, ma è giovane e ha ancora bisogno di qualcuno che la riaccenda, perché da sola non sa ancora brillare con costanza. Per questo mi ricorda la Shanga.

L’ultima candela è di purissima cera d’api ed è la più nuova. Quando brucia emana una fragranza di miele che quasi inebria i miei sensi, regala alla stanza un profumo che non ha eguali. Appena l’ho accesa però la sua fiamma è sprofondata al suo interno, scavandola, come un buco. Dall’esterno non sembra cambiata, sembra ancora intatta, come se il fuoco non l’avesse ancora plasmata. Non so per quale ragione ma è la candela che più mi da preoccupazioni, perché la sua fiamma ha sempre lottato per rimanere accesa ogni secondo. Brilla poco, e non dona molta luce. Quasi non sembra nemmeno accesa. Ma se ti avvicini, laggiù in quel buco, dentro quegli spessi muri esterni di cera, ancora la vedi accesa, che conserva, stringendo i denti, la fiamma nel suo cuore per non farla spegnere. Questa candela sta lottando per sopravvivere, ma già la vedo un giorno, libera, che brucerà vigorosa donando il suo aroma e la sua luce senza risparmio. Ha grandi potenzialità, ma deve svilupparle, e ancora prima, deve riuscire ad avere una fiamma forte al punto che non si spenga al minimo spostamento d’aria. Ogni volta che accade però la riaccendo pazientemente, in modo analogo di quell’altra, prendendo la luce dalla prima. Quel fuoco che brucia laggiù, un giorno scioglierà la cera e anche il suo aspetto esterno cambierà, la fiamma porterà il cambiamento. Questa candela mi ricorda tanto di me stesso.

Huo Chuen
ジェームス

Ritrovata

Per lungo tempo
i miei occhi non vedevano.
Guardavo invano dalla serratura
della porta che non c’è.
E le chiavi non avevo.
Eppure eri lì,
dentro quella stanza senza pareti.
Qui e ora
è il tempo perfetto per ritrovarsi.
Per la prima
o ultima volta
non so ancora.
Ma intanto
sfiorando le tue mani,
mi scaldo al fuoco di quel calore
che da sempre avvampa nel cuore.

Demetrio

Il gossip nella fisica

Tutti i giorni racconto una fettina di storia dell’astronomia. Se c’è una cosa che adoro, di quella storia, sono i gossip. Mi piace raccontare una versione un po’ obliqua e meno barbosa di Galileo, più umana anche, una versione più criptica e alchemica di Newton, qualche chiacchiera su Hewish e sul nobel più o meno fregato alla Bell. Mi piace dire una frase dissacrante su Aristotele, che non aveva capito un cavolo di com’era fatto l’universo ed è pure bello il contropiede, raccontare alle persone come mai sono di un certo segno zodiacale e poi invece spiegargli che non sono affatto di quel segno. Stamattina c’era un bambino del segno dell’Ofiuco, ha riflettuto per tutto il resto della visita. E voi, siete di sicuri di sapere qual è il vostro segno?

La storia della scienza è assai interessante, è la didattica classica a renderla pallosa. I fisici di tutti i tempi sono personaggi caratteristici, a volte furbi, a volte mistici, a volte egoisti, altre uomini asserviti ad un principio più alto. Solo che di loro si raccontano solo le formule, che sono il succo della fisica, ma che senza gli uomini dietro non ci sarebbero. Imparare così è divertente, anche i bulletti lo capiscono. E fanno meno gli spacconi, ascoltano di più; perché Galileo è un po’ come loro, quando chiese ad un amico di chiudere le frontiere di Venezia e reinventò il cannocchiale proprio mentre un collega olandese con la stessa invenzione per le mani se ne rimaneva fuori dai confini della Repubblica di Venezia, in attesa del visto.

Le vecchiette mi dicono che ai “loro tempi” la fisica gliel’hanno fatta odiare, che si sono dimenticate tutto, ma che vedere il tubo di Newton è tutta un’altra cosa. E ci credo! La comprensione passa attraverso la sperimentazione diretta, sempre. Cento esercizi sulla legge di gravitazione universale non faranno mai capire bene le cose come quel tubo con le sue belle piumette e le sue palline. Costa molto certo, ma quanto? Dire, fare, toccare, baciare, lettera, testamento: nella fisica bisogna metterci le mani, così come ce le hanno messe tutti gli scienziati.

Hooke è quello della legge della molla.
Newton quello della legge di gravità.
Quando il primo è morto, il secondo lo ha fatto dissotterrare e gettare in una fossa comune, tanto si odiavano.

Questo è il particolare piccante, la gravitazione e la molla diventano più umane, affascinanti.

Giulio

Insegnare stanca

“Ma lavori pochissime ore a scuola! Come fai a essere così stanca?”
Già: come faccio?
Provo a spiegarlo.

Da studente, spesso percepisci i tuoi professori come “nemici”, avversari contro i quali combattere. Beh, non è proprio così: quando insegni, ti allei con la parte migliore degli allievi e, insieme a quest’ultima, ti sforzi di resistere all’ignoranza, alla pigrizia, all’apatia.
Quando poni una domanda, non lo fai per cogliere i tuoi ragazzi in difetto. Al contrario: speri con tutto te stesso che siano in grado di rispondere, e di rispondere bene. A volte – anche se ti ritieni ateo – preghi: “Fa’ che almeno questo lo sappiano, fa’ che lo sappiano almeno in parte, almeno…”
Non lo sanno.
Accusi il colpo, rapidamente ti riprendi, allontani il pensiero (che a volte ti viene): “Ma allora sono proprio stupidi, porca miseria!”, respingi questo giudizio e fai appello a tutte le tue risorse per trovare un quinto modo – diverso dai quattro che hai già provato – per spiegare un concetto che a te pare assolutamente banale.
E quando un’allieva ti mostra un disegno, e chiede se ti piace, non basta rispondere: “Sì”. In quel “sì” ci devi mettere il meglio che hai (tutto!), ma soltanto quello. E aggiungerci un sorriso, e metterci il meglio pure lì.

Ecco perché, a volte, dopo la scuola, gli insegnanti sono stanchi.

Arianna

Si pesa solo il grano

Il mio professore di matematica delle medie, quando qualcuno di noi disturbava la lezione, puniva tutta la classe. Di fronte alle nostre rimostranze, ribatteva: “Così vi abituate a stare in società: per colpa di qualche disonesto ci rimettiamo tutti”.grano
Vero. Ma demotivante. 

Qui in Danimarca stanno provando a capovolgere l’assioma: per merito di qualche illuminato, ci guadagniamo tutti.
Ecco come funziona: ciascun allievo riceve una carta ogni volta che si comporta in modo responsabile, rispettoso o si prende cura degli altri. Ad esempio: si mette in fila in silenzio, partecipa attivamente alla lezione, aiuta un compagno in difficoltà. Al termine della giornata, si raccolgono tutte le carte in una scatola e quando la classe ne colleziona un certo numero concordato in precedenza (ad esempio: cento) riceve un premio, che di solito consiste nella possibilità di utilizzare una o parte di una lezione per svolgere un’attività scelta dagli allievi.
I nomi dei valorosi che hanno ricevuto le “carte del comportamento positivo” si perdono, ma questi ottengono la stima e riconoscenza dei compagni, perché è grazie a loro se tutti hanno potuto guardare un film, scendere in cortile a giocare o fare una passeggiata nel bosco. Un po’ come accade negli sport: pochi segnano i punti della vittoria, ma è tutta la squadra che vince. Ciò che conta non è premiare “i migliori”, bensì sottolineare gli effetti positivi dei comportamenti responsabili, rispettosi e di cura.

“Si pesa solo il grano”, mi disse una volta una contadina, per invitarmi a non rimuginare sui miei errori. Credo avesse ragione: quel che conta è il bello, il buono, il giusto che facciamo. 
E conta per tutti.

Arianna

Responsabilità, rispetto, cura

Ansvar, respekt, omsorg

In una scuola in Danimarca, in tutte le aule, i corridoi, la biblioteca, la palestra, i bagni: ansvar, respekt, omsorg.
Responsabilità, rispetto, cura.

Responsabilità: abituarsi a compiere delle scelte e ad assumerne le conseguenze. Se non ho voglia di seguire una lezione, l’insegnante mi dice: “Scegli: o stai in classe e partecipi attivamente, oppure vai fuori e fai quel che ti pare. Se scegli di uscire, sai che dovrai passare l’intervallo nella stanza degli insegnanti”. 
Rispetto: la mia libertà di azione non deve limitare quella degli altri. Posso ascoltare musica mentre lavoro individualmente, ma devo tenere il volume basso per non disturbare i miei compagni. Posso mangiare durante la lezione, ma in silenzio e facendo attenzione a non sporcare il banco.
Cura: a prescindere dal motivo (per colpa o per destino), ci sono alcune persone che sperimentano maggiori difficoltà rispetto ad altre. Cura significa guardarmi intorno e capire chi ha bisogno di una mano, e poi dargliela. Ma significa anche non aver paura di chiedere aiuto, se sono io a trovarmi in difficoltà.

Ecco cosa imparano i bambini danesi a scuola. O, per lo meno, imparano che questo è quello che dovrebbero imparare, imparano che questo è ciò che i loro insegnanti reputano davvero importante.

 
Arianna