Lavorare gratis (ma anche) no

“Mi ha detto esplicitamente che è disposta a fare lo stage gratis… beh… potremmo pensarci”
“No, abbiamo sempre retribuito gli stage, continuerei a farlo”
“Beh comunque se è disposta a lavorare gratis significa che è davvero motivata… è un punto a favore, no?”

No, significa che non ha coscienza dei suoi diritti né del valore del suo lavoro. Ed eventualmente può significare (punto a sfavore) che non è sensibile al tema delle disuguaglianze tra chi può contare su risorse famigliari e chi, invece, ha bisogno di reddito.

Difendiamoli, quei pochi diritti che ci sono rimasti.
Eccheccazzo.

Lo sterminio dei più deboli

Ricordo quel ragazzo a Venezia che lentamente affonda e la gente dalla banchina e dal vaporetto che gli urla “Africa, dai Africa”, che ride e che non si butta a salvarlo. Ricordo quel ragazzo a Lavagna, che lentamente vola dal balcone, mentre dentro la madre e la finanza dissertano sui suoi dieci grammi di hashish ed il suo funerale, con i ringraziamenti al corpo dell’arma.

Ricordo un mondo, un universo lontano, in cui gli esseri umani sono una trama smagliata, un orribile accumulo di orrori, soprattutto al di dentro. Orrori che vengono esaltati, perfino elogiati, orrori come; parole:

madre coraggio / dai Africa / questo è scemo! / la sua prima madre lo aspetta in paradiso

Orrori che mi lasciano inquieto, adombrato, che in qualche modo mi sento anch’io responsabile di queste morti, di questa enorme ingiustizia che schiaccia e violenta il fiore degli anni. Orrore per questa narrazione dominante così invadente, così avvilente, così capace di soffocare, ché la colpa è della droga, per esempio.

Un orrore che mi rimane,

un orrore a suppurare,

che mi sbuca dalle mani,

che non so come affrontare,

recidere,

lenire

che forse parlarne, scrivere,

ma nemmeno quello.

Un orrore che fa di questo tempo un tempo oscuro, nazista, vigliacco.

Il tempo dello sterminio dei più deboli.

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Giulio

Un povero come tanti

Milano, 8 di mattina, sul tram si sale e si scende solo sgomitando.
Un uomo senza gambe striscia in mezzo alla gente, con un barattolo in mano: qualche moneta già dentro, ne chiede altre.

“No! Vattene!” – una signora si infastidisce
“Ma io sono povero…”
“Poveri ce ne sono tanti… Non mi devi toccare!”.

LA GRANDE BELLEZZA

LA GRANDE BELLEZZA

Si guardò allo specchio un’ultima volta prima di uscire quella sera. Il suo sorriso era smagliante, un rossetto tenue le metteva in risalto le labbra mentre i capelli ricci castano chiaro le lambivano il collo. Il suo sguardo era profondo come il mare, e mentre si guardava compiaciuta negli occhi, con la sensazione chiara e netta di conoscere finalmente se stessa, di aver fatto pace con i suoi pensieri, persino quelli più brutti e negativi, le tornarono in mente dei ricordi di qualche anno prima, ma che le sembravano così lontani da non sembrare nemmeno di quella stessa vita. Era cambiata, e molto anche.

Uscì di casa con un passo deciso ma estremamente femminile, un’andatura elegante che lasciava dietro di se un profumo del tutto particolare, una fragranza che non era solo quella del profumo con cui si era bagnata collo e polsi poco prima, ma che era evidenziata dalla sua sicurezza e stabilità interiore, uno stato di benessere che aveva raggiunto dopo anni di duro lavoro su se stessa. Aveva dovuto accettare tutte le sue paure, sentirsi piccola e indifesa, e ricominciare da lì, ma soprattutto aveva dovuto tornare ad amarsi, per quello che era, per come era, nonostante tutto.

Era sicuramente in sovrappeso, ma riscuoteva un certo fascino sul mondo maschile al di là dei chili di troppo. Il modo con cui si muoveva era estremamente femminile, le sembrava di essere una pantera che avrebbe potuto mangiarsi chiunque. Le piaceva il suo corpo, e si sentiva bella, come non si era sentita mai prima di allora. Molti erano gli uomini che l’avevano corteggiata negli ultimi due anni e che l’avevano invitata a cena, ma lei aveva dato solo a Robert Harrison questo onore, arrossendo sull’ascensore mentre rispondeva di sì, tutta emozionata, alla sua proposta. Le piaceva da morire. Amava come la guardava, il suo modo di fare, a volte un po’ goffo ma che lasciava trasparire una dolcezza e una spontaneità talmente rare da sembrare quasi un retaggio di altri tempi, di meravigliose epoche passate dove l’uomo non doveva rincorrere l’idea di bellezza odierna, composta da muscoli e arroganza, pelle abbronzata e tatuaggi. Tutto era successo di colpo, quando meno se l’aspettava. Sull’ascensore, mentre saliva al terzo piano dove si trovava il suo ufficio, lui, che lavorava al piano di sopra, l’aveva fermata e le aveva chiesto se il solito caffè non poteva trasformarsi in una cena, senza impegno. Poteva scegliere lei il giorno che preferiva, sarebbe andato a prenderla sotto casa all’ora prestabilita. E così la sera dell’appuntamento era arrivata e lei stava finalmente andando da lui, che l’aspettava con dieci minuti d’anticipo proprio fuori dalla porta di casa con un mazzo di fiori in mano. Aveva sbirciato dalla finestra per controllare se era veramente Robert perché ancora non ci credeva, non capiva come era possibile che la sua vita fosse cambiata così tanto in così poco tempo.

Mentre faceva colazione la mattina dopo, ancora sorrideva al ricordo della piacevole serata, terminata con un romantico bacio sotto casa, un bacio rubato come se fossero ancora studenti delle superiori, con lei che doveva rincasare prima di mezzanotte, altrimenti avrebbe dovuto subire le ire di suo padre. Si erano salutati timidamente mentre lui tornava alla sua macchina, tutto contento. Certo era solo l’inizio, erano usciti solo una volta, ma il futuro radioso che le si dischiudeva innanzi era un regalo che non si aspettava. Le sembrava di vivere un sogno che finalmente era diventato realtà. E mentre era persa a fantasticare su cosa avrebbe detto quando si fossero rivisti, riapparvero nuovamente quei vecchi ricordi, e tra tutti il giorno in cui la sua vita cambiò per il meglio.

Stava facendo colazione una mattina prima di andare al lavoro, con il suo solito umore nero. Non le piaceva affatto il suo lavoro, non le piacevano i colleghi, non le piaceva il suo capo. Odiava i suoi vestiti e la sua immagine allo specchio. I suoi vecchi compagni di scuola l’avevano presa in giro talmente tanto dicendo che era brutta e grassa che aveva perso la voglia di curarsi e tenersi. Si sentiva come imprigionata nel suo corpo, una prigione inverosimile di carne e ossa che non riconosceva e da cui non poteva sfuggire. Poi, mentre affogava la sua depressione in una colazione ipercalorica maledicendo la giornata che le aspettava, una voce alla radio calamitò la sua attenzione. Era un programma di interviste in cui le persone potevano chiamare lo studio e raccontare le loro esperienze di vita, solitamente terribili. Le tirava un po’ su il morale sentire che c’erano altre persone come lei, e che non era l’unica a vivere una vita così triste, anche se, nel suo subconscio, era sicura di essere la più sfortunata di tutte. La radio gracchiò prima di lasciar comparire, come se provenisse da un altro mondo, la voce dell’ennesima intervistata. Ciò che attirò subito la sua attenzione era il tono di voce, che al contrario di tutte le altre trasmesse quella mattina questa esprimeva calma, calore e sicurezza. “La mia vita è cambiata da quando ho capito che l’idea di bellezza che questo sistema ci ha insegnato non corrisponde alla realtà. Questa società ci ha fatto il lavaggio del cervello. Fin da bambini siamo stati sottoposti a numerosi messaggi pubblicitari che ritraggono donne perfette, con gambe lunghe, magre e seno abbondante, e con un sorriso stampato sul viso come volesse dire – solo se diventate belle come me sarete felici – e tutte noi per anni e anni ci siamo torturate per potervi assomigliare, per poter assomigliare alle modelle delle riviste. Ciò che ti ammala l’anima non è una frase di una sera, ma è un continuo martellamento, giorno dopo giorno, di un messaggio che anche se falso ti entra dentro come un virus e si impossessa del tuo cervello. La vera domanda che dobbiamo farci allora è – quello che pensiamo viene veramente da noi? o la maggior parte dei nostri pensieri sono il frutto dei mille condizionamenti ricevuti da quando siamo nati? – La bellezza, la vera bellezza, ne sono convinta, viene da dentro di noi, non da fuori. Quando una persona è felice, sta bene con se stessa, è contenta del proprio corpo, qualunque esso sia, non può che esercitare un effetto magnetico verso le altre persone. La gente è attratta dalla bellezza interiore, dall’energia positiva e magnetica generata dalla felicità, dai sorrisi, dalla semplicità di mostrarsi per come si è realmente, senza maschere. La realtà è che siamo tutti insicuri di noi stessi, e che per ottenere un po’ di autostima e riconoscimento desideriamo ardentemente piacere agli altri, è una nostra necessità. E per fare questo indossiamo delle maschere, recitiamo i personaggi che non siamo. Vogliamo piacere, essere desiderati, in modo da sentirci accettati e amati. Facciamo così perché sostanzialmente siamo noi i primi che non ci amiamo, che non ci accettiamo e che non ci desideriamo. Di conseguenza si crea un vuoto dentro che vogliamo colmare assolutamente. L’avere tante amicizie, l’essere cercati, il ricevere messaggi sul cellulare, l’essere invitati alle feste… diventa un modo in cui misuriamo nevroticamente il nostro successo. E per chi non è dotato di un corpo bello e sano da madre natura rimane solo l’oblio? Ci sono donne che si sentono talmente a disagio con loro stesse che smettono anche solo di sperare di poter essere attraenti. Ci sono donne che smettono di uscire di casa, di avere contatti con gli altri, perché temono di ricevere l’ennesimo rifiuto, l’ennesima conferma che sono brutte. Tutti noi, uomini e donne, cerchiamo disperatamente di piacere agli altri. E nel fare questo siamo estremamente goffi. Tutti, ognuno a modo suo. Ci sono donne fragili come un cristallo, che pur avendo un bel corpo passano ore davanti allo specchio per capire se lo sono abbastanza, e talvolta ricorrono alla chirurgia plastica, per rifarsi il seno, il naso o le labbra. Altre alle quali basta un rifiuto per cadere in profondi stati depressivi dal quali riemergere solo con l’ausilio di psicofarmaci. Tutto ciò è estremamente triste, perché non abbiamo capito che la vera bellezza è da conquistare dentro noi stessi. La vera bellezza nasce da dentro, quando finalmente abbiamo fatto pace con noi, ci accettiamo per quello che siamo, e smettiamo di ostentare la sicurezza che in fondo non abbiamo e che probabilmente non avremo mai. La bellezza del fiore sta nella sua fragilità e nel suo modo di mostrarsi per quello che è, noncurante delle tempeste e della grandine, delle stagioni, del freddo e delle arsure estive. Il fiore si dona al mondo, fragile e bello, senza la paura del futuro e del suo destino, senza paura di farsi male. Così noi donne dovremmo essere! Davvero dovremmo accettarci di più, sorridere nell’anima e vivere la vita con quello che abbiamo. Il nostro corpo è il tempio della nostra anima. Se curiamo l’anima e ne abbiamo assoluto rispetto, ci verrà spontaneo curare anche il corpo. Per questo credo fermamente nella frase che dice che il corpo tende ad essere specchio dei nostri pensieri, preoccupazioni ed emozioni, tende ad essere specchio del nostro mondo interiore. Chi è sempre imbronciato e negativo non solo emanerà un’aura pesante attorno a lui ma tenderà anche a trasformare il suo corpo in qualcosa di simile, semplicemente perché smetterà di averne cura. Come la casa, che quando si smette di sistemare e curare si impolvera e si accumula di oggetti, diventa disordinata e sporca, così anche il corpo quale tempio della nostra anima se non lo curiamo si imbruttisce e si deteriora. Per diventare belli dobbiamo ritornare dentro di noi e urlare al mondo che anche noi abbiamo voglia e abbiamo il diritto di sentirci belli. Ma non belli per finta, non belli ma di cristallo che basta un niente e ci cade il mondo di nuovo addosso, ma belli per davvero, noi vogliamo e abbiamo il diritto di sentirci belli in profondità, fin dentro ogni nostra cellula, stamparlo nel nostro DNA! Possiamo sentirci così nonostante il parere degli altri e tutti i messaggi della pubblicità. Solo allora il nostro stare bene interno innescherà un circolo virtuoso che si autoalimenterà. Cominceremo a curare la nostra anima, che essendo bella avendo il diritto di sentirsi bella, in quanto venendo da Dio non può che essere meravigliosa, si libererà lentamente dai pensieri negativi, dalle ansie e dalle preoccupazioni. Poi cominceremo a curare il nostro corpo che dovrà essere sempre pulito e profumato, lo vestiremo anche con vestiti puliti e profumati e faremo dell’attività fisica per rafforzarlo, così che diventerà più bello e più sano. Le emozioni lentamente cambieranno, e non saranno più negative, ma cominceranno ad essere positive, lentamente un poco alla volta, ma le cose cambieranno, e più le emozioni saranno positive più saremo felici e più saremo felici più ci sentiremo sani e forti, e più ci sentiremo sani e forti più ci sentiremo belli e la nostra anima sarà ancora più felice. Dobbiamo stare attenti ad innescare questo circolo virtuoso e non il suo opposto che conduce all’avvizzimento dello spirito e del corpo. Infatti, se ci lasciamo sopraffare dalle emozioni negative, se ci sentiamo di non valere nulla e crediamo a questi pensieri, e li seguiamo, tenderemo a lasciarci andare, così il corpo non curato si indebolirà, tenderà ad ammalarsi e saremo ancora più depressi. Più saremo depressi più non cureremo il nostro corpo, fino a fargli mancare le cose base, come la pulizia e la dignità di essere vestito bene, con abiti puliti e profumati. Costa fatica essere sempre puliti, profumati e in forma, ma sono tre cose fondamentali che possiamo e dobbiamo fare per il tempio della nostra anima, che è la cosa più preziosa che abbiamo.”

Quelle parole le entrarono dentro come un fulmine a ciel sereno. Qualcosa si squarciò dentro di lei mentre si sentiva così perfettamente descritta da quel discorso che illuminata decise che era ora di fare un cambiamento. Un grande cambiamento. Non andò al lavoro quella mattina, si diede per malata. Andò invece, rischiando la visita del medico del lavoro, a comperarsi degli abiti nuovi. Poi, tornata a casa si cambiò, andò a fare una corsa, si fece una doccia e tornò in cucina. Aprì il frigorifero e gettò via tutto il cibo insalubre a cui era avvezza, via tutti i formaggi e le cose grasse e pesanti che faceva fatica a digerire, e lo riempì di frutta e verdura. Così fece anche nella dispensa che riempì di cereali integrali e legumi gettando le merendine confezionate ipercaloriche e rivestite di cioccolata. Poi si dedicò a pulire la casa. Aveva lavorato tutto il giorno ma in un solo giorno era riuscita a dare una svolta netta nella sua vita. Ora le aspettava solo la sfida più grande, quella della costanza e di non ricadere più nella pigrizia e nelle cattive abitudini di prima. Così decise di iscriversi in palestra ad un corso di ginnastica, in modo da essere più incentivata a fare dell’attività fisica, e ogni giorno dedicava 15 minuti al mattino appena sveglia, sedendosi a gambe incrociate, a ringraziare il mondo di essere viva e di poter godere del miracolo della vita anche quel giorno. Ricordava quindi a se stessa la sua determinazione di cambiare stile di vita. Cascasse il mondo, lei si alzava ogni mattino 15 minuti prima per fare questo esercizio, e mano a mano che lo faceva la sua volontà si rafforzava e le dava la forza e l’energia di perpetuare questo cambiamento.

Fu così che cominciò a riacquistare il piacere di vivere, di stare con gli altri, di andare al lavoro, di parlare con i colleghi. Cominciò a sentirsi bella, ad accettare la sua femminilità e viverla con tutto il suo corpo. Cominciò a sentirsi attraente, a curarsi sempre di più, a truccarsi delicatamente con gusto e mai con eccesso. L’attività fisica cominciava a farla dimagrire, sebbene per ritornare in perfetta forma ci sarebbe voluto ancora del tempo cominciava però a sentirsi decisamente tonica il che le dava un piacevolissimo senso di benessere. Cominciò a sorridere. Sempre di più. E le persone si avvicinavano a lei, cominciavano a cercarla, ad invitarla fuori, ad uscire. E oggi aveva un mazzo di fiori sul tavolo, un messaggio sul telefono del buongiorno da Robert e una gran voglia di vivere un’altra splendida giornata che chissà quali magie le avrebbe portato. Era felice.

Giacomo Cestari

11 settembre

Sono passati quindici anni. Ricordo di me che, diciottenne, osservo le immagini delle torri che fumano e crollano, di me che dispero. Ricordo la paura, mia delle persone intorno, per una cosa così lontana, così vicina, eppure. C’era stata mia nonna, pochi anni prima in cima alle torri e quelle immagini ripetute, migliaia e migliaia di volte, che solo a pensare “11 settembre” vedo l’aereo che lentamente plana nel vetro e cemento. Ricordo come mio padre vantava d’averlo detto, la teoria del crollo per il calore, la sapeva già prima dei telegiornali.

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Poi le guerre. La guerra in Afghanistan, che non si era capito nemmeno bene il perché proprio l’Afghanistan, ma pareva una cosa sensata. Poi la guerra in Iraq, nel 2003. Quello è stato per me il periodo della perdita della verginità. Insieme alle torri crollava per me la fanciullezza ignara, il mondo fatato che il sistema m’aveva cucito addosso, quella bontà così bianca, così europea, così cattolica di chi era cresciuto pensando d’essere dalla parte del bene, platonicamente parlando, o dei buoni dei film hollywoodiani.

Per il 2003 e l’Iraq ero pronto a dire no. Ritenevo che la guerra fosse ingiusta e mentre le bandiere della pace sventolavano alle finestre (e a quelle semplificazioni non riuscivo ad accostarmi, anche se lo farei ora, forse) ricordo che desideravo tanto fare una bella bandiera nera con la scritta “PECE” in bianco da appendere alla finestra, per fare l’occhiolino agli interessi volgari del mondo. Le fotografavo quelle bandiere, in giro per la città (erano le mie prime fotografie digitali), cercando di comprendere e comprendendo che “qualcosa” stava accadendo.

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Sono passati solo quindici anni. Abbiamo più paura di allora. Abbiamo ucciso più di allora e siamo stati uccisi più di allora. “Più” solo in senso accumulativo, perché certo le guerre non sono iniziate col millennio. Rimane un certo senso di disperazione, dentro, per questa umanità che, incapace di comprendersi come una e non molteplice, ferisce se stessa ferendo le proprie parti, in continuazione. Nonostante l’enorme interconnessione di questo secolo non riusciamo, ancora e per ora, a riconoscerci semplicemente umani.

Giulio

Un pazzo

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E’ stato un pazzo. L’ISIS non c’entra. Non c’entrano, dunque, le guerre dell’Europa, l’integrazione fallita, l’emarginazione, la povertà.

Era pazzo: psicologo, psichiatra, psicofarmaci. Un pazzo vero, non di quelli “pazzi”, tanto per dire.

Già. Come se la pazzia non ci riguardasse. Come la violenza fosse soltanto (alternativamente) dell’ISIS oppure dei pazzi – e, nel secondo caso, venisse scaraventata sulla Terra da un altro pianeta.

Ma pazzi, e violenti, non si nasce, si diventa. Il lavoro, la scuola, la casa, le relazioni che costruiamo, chi accogliamo, chi escludiamo, e poi ancora (soprattutto?) come curiamo, come ci prendiamo cura della sofferenza, delle ferite nostre e altrui.

In Italia, con poche eccezioni, chi soffre di disturbi psichiatrici non ha diritto alla terapia psicologica. Solo psicofarmaci, prescritti in fretta e furia, con l’obiettivo principale di sedare, per evitare guai.

Chi non guarisce resta quello che è: un essere inutile, storto e sbagliato, un insieme di sintomi senza umanità, qualcosa da nascondere, da respingere.
E di chi sarà mai, se non la colpa, per lo meno la responsabilità? Dei pazzi, naturalmente.
Dei malati, e delle loro famiglie.

Siamo, noi presunti normali, assolti.
Un bel sollievo.

Foto: Venezia 2016

il mito del tempo

Da questa mattina è fatto obbligo agli utenti della metropolitana di Milano la convalida del titolo di viaggio in uscita. Richieste opinioni al popolo buio, il sentimento popolare si divide, come prevedibile, tra la buona idea e l’insofferenza molesta. Un insospettabile dichiara che nella grande e rapida e frenetica Milano non s’ha il tempo di tergiversare dinanzi a una qualsivoglia barriera, la gente ha d’andare a lavorare. Per evitare perdite di tempo e affollamenti ai tornelli, in alcune stazioni l’uscita sarà mantenuta libera.

Sviluppo #1
Non ha mai tempo, la città-traino. Ha solo impegni da rispettare, e il suo tempo non ha spazio, perché avere spazi significa incontrare confini, barriere, ostacoli; interrompere il flusso di Milano non è cosa da pensare, perché la città è metropolitana, è flusso essa stessa, non ha confini, esplode: resta solo il tempo della percorrenza.

Questa è una città-flusso, misura se stessa nello spazio in base al tempo degli spostamenti: a Milano la gente non cammina, ma va di fretta, non ha cose da fare, ma posti in cui andare. L’immagine che dà di sé è il futurismo redivivo di una fama veicolare, vettoriale: la locomotiva, il movimento, la velocità che non lascia spazio alle relazioni, perché la relazione dev’essere scaricata a terra per acquisire solidità, realtà. Situarsi nel tempo abbatte le barriere spaziali tra le persone, riduce il rapporto a pulviscolo nell’etere, la città-flusso giustifica la fragilità delle relazioni che ospita attraverso la quantistica fondamentale di un principio di indeterminazione: onde o corpi, cosa scegliamo di essere?

Le onde viaggiano in uno spazio infinito, per un tempo infinito, non amano le barriere e non chiedono permesso, sono messaggi continui in infinite conversazioni sempre possibili.

Dove lavori? A dieci minuti di metropolitana da casa, forse ce ne metterò uno in più da oggi, perché hanno innalzato una barriera, per quanto legittima, al flusso della mia onda grav-intenzionale, ma non sarà un ostacolo fisico, sarà solo un po’ di tempo in più nel tempo infinito della percorrenza perenne.

(continua)

 

 

Lettera ai miei amici, razzisti.

Alcuni miei amici sono razzisti. E’duro ammettere che il razzismo strisciante se ne sta anche nelle cerchie affettive più strette e che durante un discorso qualsiasi è possibile che qualcuno faccia un commento razzista. Sommessamente, razzista, come può essere razzista un trentenne con laurea magistrale. E’ ancora più duro ammettere che quando sento un commento razzista uscire dalla bocca delle persone a cui voglio bene è ancora più difficile reagire, perché, dare del razzista a qualcuno, significa metterlo in una situazione di disagio e lì, nel bel mezzo di una cena o di un aperitivo, nel più e nel meno, è più difficile prendere il discorso e scaraventarlo nei meandri della pochezza umana. Così scrivo alcune parole qui, nella speranza che magari, qualche amico razzista, legga e prima di aprir bocca rifletta un poco (o semplicemente di più).

Caro amico razzista,
è bello incontrarti, star con te, far quattro chiacchiere, condividere una cena, un abbraccio, parlar di come stai e di quel che ci succede. Vorrei solo chiederti un’attenzione, più del solito. Sforzati di non cedere al razzismo. Il razzismo ti striscia dentro, come quella volta che hai detto “con dei vicini così, non è zona per crescere i miei figli”, oppure quella volta che hai detto “gli albanesi sono così, maleducati”, oppure ancora quando mi racconti di come quel signore che sul bus parlava in arabo ad alta voce e… “non si vergognava, dopo quello che è successo.” Io lo so, che è dura in questo mondo, non cadere nel razzismo. Soprattutto se ti bevi la tv e i giornali a colazione, ma proprio devi far qualcosa. Prima di aprir la bocca, prima di tagliare un bel giudizio condito con generalizzazione, chiediti: “non sarò razzista?”. Perché si, lo sei. Sei razzista quando fai di una religione un difetto, di un popolo un atteggiamento, quando riduci, semplifichi, quando ti vuoi allontanare dal diverso solo perché distante da te. La signora con il velo che ti ha rubato il posto, è semplicemente una signora maleducata. Il marocchino che spaccia è semplicemente uno spacciatore. L’albanese che svaligia le case è un ladro. Il negro che ti ruba il lavoro è semplicemente un signore che il datore di lavoro ritiene possa fare meglio di te (è così ad ogni colloquio, in qualsiasi settore). L’arabo è una lingua, semplicemente una lingua (sembra incredibile dover affermare questo, eppure oggi è necessario).
Il razzismo tuo è quello di tutte le epoche, proprio uguale a quello di tutte le guerre, proprio quello che il futuro studierà con compassione, quando difficilmente si riusciranno a distinguere le genti e quando apparterremo tutti allo stesso nucleo di valori, umani, universali.

Ti sono vicino, anche se una parte di me vorrebbe cancellarti dalla rubrica. Ma tu, in fretta, datti un occhio, fatti una revisione e frena, frena le parole. Dei tuoi albanesi, dei tuoi cinesi, dei tuoi musulmani, dei tuoi marocchini, dei tuoi zingari, io ho in mente i volti. E i volti, ahimè per te, non corrispondono.

Giulio

L’unica rete possibile

Me la ricordo, la rete. Quando ero all’inizio, pensavo che la rete fosse un bell’esperimento di libertà, perfino di sovversione. La rete mi sembrava, almeno al tempo, libera, grazie ad un insieme di meccanismi che permettevano a chiunque di stare in rete con un nickname, proteggendo la propria identità reale, scorporandola da quella web. Un esperimento di condivisione di conoscenza, di ogni tipo, al di là della legge, della morale, delle culture.

Constato oggi con tristezza di come ci sia stata, negli ultimi quindici anni (almeno così mi pare) una totale presa di potere sulla rete dei poteri classici. Ora, in rete, le multinazionali la fanno da padrone. Sono i poteri di sempre, in versione 2.0, che affollano il nostro schermo, ci dicono cosa guardare, ci dicono come pensare, ci propongono pubblicità, inserzioni, tutta roba personalizzata ritagliata sul nostro io virtuale, che è sempre meno virtuale e sempre più mescolato con quello reale. Così tutte le mail si sono trasformate in nome.cognome@multinazionale.com il nostro account fb è Nome e Cognome e li stanno le nostre foto, i nostri film, il nostro lavoro, la nostra musica. Intanto Google, Fb e Twitter, nelle persone dei loro fondatori, vanno alle feste alla Casa Bianca.

Sempre più siti vengono oscurati. Kickass cambia indirizzo ogni sei mesi, i poteri continuano ad oscurarcelo. Mi ricordo Napster: quando ha chiuso Napster non mi sono preoccupato, c’era Emule già attivo. E poi i torrent e la rete ci prova, ci riprova a muoversi oltre i poteri e ancora nuovi ostacoli, nuove leggi, nuove sanzioni.

Facebook sta diventando peggio della televisione, forse la rete stessa sta diventando più lobotomizzante della televisione e chi, come me, si vantava “di guardare quello che gli interessa in internet” si troverà presto con dei figli che gli dicono “papà ma come fai a sprecare tutto quel tempo su Facebook”.

Mi deprime pensare che Assange sia rinchiuso nell’ambasciata ecuadoregna a Londra.

Forse, questa rete in cui mettiamo il nostro, avrebbe bisogno di un restyling, forse perfino di una “rete alternativa alla rete”, con un’etica diversa. Forse il nostro limite è pensare che la “rete” sia l’unica rete possibile. Perché la rete di oggi, pare sempre più un’inferriata.

Giulio

la prima volta

cocayenneLa prima volta in cui sono salito su di un SUV, da passeggero, è stato ieri sera, per un passaggio di ritorno a casa.

Sì, so che può sembrare strano che la prima volta sia stata alla veneranda età di chi associa la propria adolescenza ai Duran Duran (sottolineo: esclusivamente per concomitanza di tempi e non per interesse, vorrei mai esser frainteso), ma tant’è.
Insomma, la prima volta è stata ieri sera. A fianco ad un guidatore che, per la verità – unica nota di consolazione – ne era stato frequentatore per ben poche altre occasioni, non essendone il proprietario ma unicamente il fruitore. A esser sincero non ricordo nemmeno il modello della vettura, era l’ultima delle mie preoccupazioni tenerne memoria.
Chiudo la portiera, mi siedo sul sedile di pelle tirato come una striscia di bianca illegalità, mi volto verso la “plancia di comando” illuminata come un alberello decembrino e rimango basito di fronte all’immagine proiettata sul computer di bordo, acquisita dalla videocamera posteriore ad alta risoluzione per guidare la retromarcia e prevenire l’impatto con eventuali ostacoli. Fermo i pensieri, non voglio sapere oltre della tecnologia né dei consumi del veicolo che mi sta ospitando.

Mi limito ad una semplice riflessione: la mia prima storia con la fidanzatina fu con una vecchia Cinquecento. Il mio primo bacio fu con una Panda trenta. La prima volta in cui sperimentai la sensualità del corpo fu con una Renault 4 bianca con disegnato un’aquila sul cofano e la sagome dei Beatles sul didietro (se ci ripenso, ancora mi commuovo). La prima volta in cui feci l’amore, in realtà, non fu a quattro ruote, ma a due: una bici da corsa anni settanta, bianca e rossa; non era mia, e questo la rese ancora più desiderabile. E poi, sempre a due ruote, la prima storia seria con una Atala azzurra, la prima relazione importante con una bici da trekking rossa in alluminio e la storia della maturità con una contropedale rossa.

Ecco, ieri sera fu la volta in cui persi l’innocenza. Con una nera prostituta d’alto borgo.