Casa

È  molti anni che porto lo zaino in spalla. Zaino per la bici, zaino per l’estate, zaino per la pioggia, zaino per il viaggio. Zaino, di solito mediamente grande e mediamente pesante. Pieno di cose come se dovesse essere casa. È così difficile stare lontani da casa?

oggi ho comprato una borsa, è vintage, non mi piace ma è una borsa. Lo vuoi il mio zaino che io provo ad indossare una borsa?

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foto Serena S.

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Preghiera semplice

Dio delle madri
insonni
a vegliare su pensieri
appuntiti e disordinati
come chiodi in una scatola
a vegliare su figli
malati e pieni
di paure
fa’ – ti prego –
che le mie carezze
restino
ingombranti e ostinate
fa’ – ti prego –
che il mio piccolo
ci scivoli sopra, c’inciampi contro
quando tagliente e ruvido
quando buio e stanco
fa’ – ti prego –
che le trovi
senza cercarle.

Per Te, Per Me

Tra la neve e la pioggia, rinuncio alla neve.

Perché se ascolti la prima, qualcosa ti porta via, un battito di troppo, un pensiero, un sospiro.

Perché se c’è, la cerco nel sonno e perché le volte che la guardo mi pare magia. Così fine, così tanta…

Così… la pioggia.

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Foto Serena S.

Emerso e inviolabile

Il vomere delle parole
incide un solco nei tuoi occhi.
Lo vedo mentre
squaglia la brina della notte
rugiada d’un tempo
nell’ascella del tuo stelo.
Il verde si fa
brillante come goccia
su cui prezioso inciampa
il sorgere del sole.
Così dai tuoi nascosti
inviolati spazi
un giglio reciso rimette radici
e quando accade
torna primavera
un po’ per tutti.
Porti un corno di cerbiatto
come ciondolo o segno
del patto segreto col bosco,
di quanto in te
ancora di magico giace
al piede del grande albero
invisibile ai versi
inviolabile al vomere.

Giulio

Ti auguro, piccolo mio

Ti auguro, piccolo mio,
una vita felice e densa
d’amore,
che tu possa trovare
e continuamente cercare
dove
sicuro: caldo nel freddo,
fresco d’estate,
un luogo dentro
da chiamare casa.

Ti auguro, piccolo mio,
di generare tracce
luminose,
che tu possa avere
occhi
e sentire pieno
il senso, qualcosa
di più grande
ad abbracciarti.

underground rhapsody

Correre, correre! Correte! La violenza
del tempo, di chi ha creato un giorno
troppo breve, maledicono le porte
di ogni treno, ogni porta chiusa troppo
presto, prima del preteso resto del tempo
sprecato da chi ne abusa.

Correre, correre! Correte! La scala
discesa, calpestati i passi come falsi
pretesti da ogni porta, ogni treno
partito troppo presto, nella fretta
di un complesso trascorso finito battito

di tempo.

 

Dunque così

Dunque così
fragile
la felicità, questa terrena
fatta di corpi
vivi, a fare cose
anche noiose
come pagare bollette
e parlare
con l’operatore numero venti
che risponde dall’Albania,
corpi in movimento
a mettere senso
nel mondo,
corpi che poi
di colpo
e presto, troppo.

Come fare, dove
trovare la forza
per arrivare alla fine
della giornata,
della notte?

Un pensiero
basterebbe forse
un pensiero.

Finché c’è tempo

Come un libro abbandonato sul tavolo

impolverato e mai letto:

il sentimento arginato nel petto.

Perché la vita troppo spesso ci sopravanza,

e il non detto rimane

come un’ombra di suono nella stanza vuota.

Come si fa (per Irene)

Come si fa
a lavarsi i denti
allacciarsi le scarpe
apparecchiare la tavola
scendere e salire
le scale.

Come si fa
a sopportare la bellezza
che ostinata esiste
a perdonare le cose
rimaste in piedi
e i bambini
nati
proprio adesso.

Come si fa
a stare
in tutte le prime volte
senza di te.

 

Irene se n’è andata, non sappiamo dove ché altrimenti l’andremmo a cercare.
Non c’è più ma c’è stata, anche qui, su Aironi di carta, come zampine.
Un motivo in più per pensarla da questi cieli

Ciao, Irene.