Stanotte ho sognato

Stanotte ho sognato
di abbracciarti
proprio adesso
che non si può
nemmeno arrivare
a te.

Proprio adesso sogno
di raggiungerti
e dire cose come
è difficile, capisco, cose
che confortano.

Tornerai presente
qui, con noi?
Da qualche parte
qualcuno
ci parla
di sconfitta. Fa male
ma se noi tutti siamo
vinti, dove festeggiano
i vincitori?

Rimane così poco,
è che
rimane
così poco di te.


Babbo Natale

Per la prima volta
siamo stati noi
a mangiare i biscotti
(tranne uno),
a lasciare
i regali incartati
sotto l’albero.

Stamattina dicevi
è passato
Babbo Natale, eccitazione
e sollievo: forse un dubbio
ma no, per fortuna, è arrivato.

La cosa più commovente
è la tua fede
semplice
nella domanda: adesso dov’è?

Grazie, piccolo,
perché ci fai
credere
alla parte più fedele,
più luminosa
di noi: stella cometa.

22 mesi

22 mesi:
chi mai li conterebbe
se non un genitore?
(né cifra tonda
né tappa significativa
dello sviluppo)

22 mesi
che ti ascolto, ti tocco
ed è cambiato
il mio sguardo:
adesso noto ogni cane
e mi entusiasmo
gioiosa
al passare dei camion.
Cacco!

Sei diventato timido
non lo eri
lo sei: quindi?
Distogli lo sguardo,
ti nascondi,
afferri i giochi
desiderati, solo
con la mia mano.

Sento crescere
ombre dense
dentro:
il passato che dice
del futuro, ma questo
è un pezzo
tutto mio.

Una cosa invece
vorrei dirti
nella timidezza
di questi due anni
non ancora.

Non si vive di lato
e neppure prima
neppure dopo
o, meglio, sì
però meno
e si perde tanto
a non prendere
il volo
una mano tesa.

Sotto casa

Il bacio si sa è dei ragazzi

che incuranti del mondo

nel bacio ne prendono parte.

Il lavoro è duro la sera

con la bici e nel freddo

con lo zaino quadrato

e la paga da poco

per arrotondare.

Coi minuti contati, le consegne da fare

è bello a vent’anni

trovare un minuto

appoggiare la bici alle scale

e salire un istante alla porta

per lasciare al piano un pacchetto

di labbra, fretta ed eterno.

Lei chiude gli occhi

prende in consegna l’amore

ché si vede

è tutto in quel bacio

e rientra di corsa alla casa.

Lui rimette il caschetto

inforca la bici e riparte

due pizze tra poco

e chissà

più tardi una cena di sushi.

Femmina

Solo oggi:

che bella femminuccia che sei

è proprio una femmina

parla come una femmina

che principessa

si vede che è una femmina.

Ma non si vede proprio un cazzo

si vede

una bambina che prova a stare al mondo

in un mondo

che continua a dirla femmina.

Inizierà a crederci?

Non ti ho amato

Non ti ho amato
stanotte, è successo
all’improvviso
rabbia
e ti ho visto
come nessuno
dovrebbe sentirsi:
un ostacolo
da rimuovere.

Volevo dormire,
solo questo,
e sono diventata
stanza spoglia
tutto buio
di là il tuo pianto
e io ferma.

La cosa più difficile
è stata la tua fiducia
ostinata
nel chiamarmi mamma
è stato il tuo amore
semplice
nel calmarti al mio arrivo.

È durato poco
è durato troppo?
Stamattina il tuo sorriso
non ricordava
insegnami, piccolo,
a perdonare.

Ricomincio a salire

Salgo correndo su per una scalinata, senza sapere dove porta. Col fiato corto arrivo in cima e quando arrivo una voce, che viene da un punto indefinito nella luce, grida “Rabbi!”. Mi fermo attonito. Mi guardo attorno, nessuno. Dietro di me, nessuno. Di nuovo, “Rabbi!”. Il maestro sono io, mi convinco, e allora faccio per parlare. “In verità, in verità vi dico…” queste parole mi escono facile, ma poi nulla, non riesco a terminare la frase. Non so come terminarla. Non trovo nulla da dire in verità. Solo, non so chi sono e perché sono salito su per quelle scale di corsa verso l’alto. Forse non c’è nessuna verità, o forse non è qui che albergano, sulla cima di queste scale. Stanco, mi lascio cadere a terra, mentre poco a poco i miei occhi si fanno adusi alla luce chiara. Ho già visto questo luogo: in fondo alla scala appena percorsa. Dappertutto migliaia di altre scale dipartono e si esauriscono in un dedalo inestricabile agli occhi. “Rabbi!” rimbomba ovunque la voce. Penso, non sono io! C’è qualcosa, qualcosa che mi spinge a rialzarmi, rialzarmi e ripartire. Ricomincio a salire.

noi distanti

un’altra notte che non era questa
ti ho sognato e io non sono di quelli
che ricordano i sogni, forse sogno
i ricordi, e poi non ho più pensato
che eravamo due noi distanti, due
sconosciuti narranti, io muto osservatore
della tua storia urlata a un telefono
su una piccola strada di provincia,
perché i sogni pescano dal mare
che riescono a raggiungere,
e io dall’altro lato cercavo di capire
sapendo di non poterlo fare, cercavo
di capire come capirti, ma i sogni
parlano una lingua mai studiata;
e poi il risveglio è stato solo risveglio
ed eravamo ancora due narratori
distanti

Da dove parli?

Parli dal luogo
dov’è iniziato,
da cui è partito
a scricchiolare
più forte e minaccioso,
dal punto in cui
la paura
è diventata cicatrice
molle non tenera
sulla tua fronte.

Da quel posto
mi parli
con voce vuota
di parole
ma densa di sospiri, sei
ancora lì,
dove ti è rimbalzata addosso
la colpa, avida
e nera
come una zecca.